sabato 25 novembre 2017

E’ meglio fare silenzio e agire che gridare e non modificare nulla.


La Presidente della Camera Boldrini e il Presidente del Consiglio Gentiloni in occasione della manifestazione contro il femminicidio hanno detto che: "uccidere una donna ogni due giorni e mezzo in Italia è un dato spaventoso". La violenza contro le donne è una vergogna, che sfregia tutto il Paese. Italia civile dice stop". Boldrini ha anche aggiunto che “si tratta di violazione dei diritti umani, non di un fatto privato".
Siamo d’accordo. Su questo tema come su quello della sicurezza dei cittadini contro i delinquenti non si scherza e alla Camera la manifestazione di centinaia di donne è stata un successo.
Però non basta. Ci piacerebbe ricordare alla Presidente della Camera e al Premier Gentiloni che non ha senso abbaiare inutilmente se poi non seguono azioni legislative coerenti con quanto auspicato.
Non serve solo protestare anche vistosamente ma le Loro gentili grazie, in ragione dei ruoli che svolgono in Parlamento, dovrebbero soprattutto agire, proprio in sede legislativa per evitare sentenze ridicole a favore degli stupratori come più volte si è verificato da parte di una magistratura che applica le leggi.
Questo significa che quei giudici che hanno prodotto sentenze annacquate lo hanno potuto fare perché le leggi della Repubblica lo permettono. Se invece di gridare contro il femminicidio si intervenisse pesantemente anche nella legislazione nessun giudice potrebbe diluire le sentenze.
Dunque al capo del Governo e alla massima Autorità della Camera dei deputati ci si sente di rimproverare loro che è meglio fare silenzio e agire piuttosto che gridare senza modificare la legislazione. Fare una legge dura come è necessario in questi casi non solo sarebbe un deterrente ma darebbe anche certezza della pena e difficoltà a reiterare il reato. Te capì?

domenica 19 novembre 2017

Serve un cambio di marcia: la scuola così com’è ridotta è arrogante e misera.


È tempo che la scuola smetta di insegnare modelli di apprendimento sbagliati, frutto di scelte post-sessantottine ormai “foglie morte” controproducenti. Ritorni piuttosto a essere protagonista dell’educazione e della formazione dei giovani come lo fu prima del ’68.
Questa premessa non vuole essere il tentativo di giustificare un intervento a gamba tesa nella politica scolastica parlando bene della scuola del primo ventennio post bellico. Semmai è la verità riconoscere i mali della scuola recente che da tempo non fa più il suo mestiere. In ogni caso la nostra, che poi è dei molti, vuole essere un’idea più o meno accettabile relativa al desiderio di chi vorrebbe vedere attuato un modello di scuola molto diverso da quello attuale che ha fallito miseramente e clamorosamente nel suo compito educativo. La situazione è sotto gli occhi di tutti. Qui non si dicono bugie. Semmai si dicono verità che sono scomode e “politicamente scorrette”. Ogni altra interpretazione è fuori dal senso di questo post.
Partiamo dai dati nazionali e internazionali che dicono all’unanimità che l’attuale scuola secondaria italiana (media, liceale e tecnico-professionale) non educa, non forma, non informa e, ciò che è più grave, non civilizza. Si, perché siamo addirittura al concetto elementare di senso civico che la scuola non riesce più a impartire. Troppi errori, troppe scelte politiche errate, ingenue, inefficaci e populiste (diremmo oggi) hanno portato la scuola “più bella del mondo” ad essere un modello diseducativo dovuto a pseudo riforme tutte sbagliate e una peggiore delle altre.
E’ giunto il momento di fare autocritica. Si tratta di avere l’onestà intellettuale di riconoscere che l’unica maniera per evitare il dramma della distruzione di qualsiasi processo educativo è quella di partire non da un ulteriore processo di riforma che si “aggiunga” agli altri ma di una rivoluzione autentica. In poche parole ci vorrebbe una decisione attraverso la quale invece di percorrere sentieri educativi che producono “la peggiore gioventù” in percorsi pensati a produrre “la meglio gioventù”. Questo percorso l’Italia lo ha già avuto e ha funzionato egregiamente.
Ormai non bastano più le “buone scuole”. Ci vuole un ritorno allo spirito e alle norme della scuola degli anni pre-sessantottini. Punto e basta.
La scuola di oggi, ovvero il nulla culturale ha prodotto la peggiore concentrazione di somari per unità di tempo che si iscrivono all’università. La causa è nota: politici, ministri e pseudo-pedagogisti di matrice marxista e cattolica hanno creato una scuola che è un autentico inferno luciferino su tutti i piani educativi. Nei programmi, nei metodi, nella docimologia, nel senso civico e della educazione, nella organizzazione abbiamo una scuola che produce ignoranti, maleducati, bulli e distruttori delle belle cose.
La scuola post-sessantottina produce e coccola bande di studenti che fanno scorribande tutto l’anno per non studiare con una normativa che non solo impedisce gli abusi ma li sollecita. I “cento giorni”, gli assemblearismi mensili, le “autogestioni”, le violenze fisiche e sessuali, il mobbing nei confronti dei più deboli, la droga, le connivenze dei genitori che sono i primi a sollecitare scioperi e "prese della Bastiglia" perché non accettano i voti e gli insuccessi dei propri figli hanno trasformato la scuola nel migliore dei casi in un ring, nel peggiore dei casi in fortini Fort Apache assaltati da bulli, violenti, distruttori che pretendono di fare ciò che le norme vietano solo a parole. Basta. Non se ne può più.
Per essere chiari la prima terapia è la sospensione di tutte le prassi negative che da decenni infestano gli istituti scolastici statali che incidono negativamente sui comportamenti degli studenti e sul loro apprendimento. Zero pseudo diritti e massimo recupero dei doveri significa smetterla con l’oppio dei decreti delegati. Ripristinare la pax relazionale corretta significa che tutte le scuole si devono uniformare a un solo scopo: studiare e insegnare.
Reintrodurre la motivazione allo studio è possibile e dovrebbe costituire lo scopo fondamentale della nuova scuola, con l’obbligo di realizzare saperi mediante la nozione, ovvero conoscenza reale e non superficiale di ciò che si studia. Abrogare tutte le norme legislative dal 1975 in poi e ritornare a prima dei decreti delegati. Reintrodurre la logica del vecchio liceo classico e scientifico adattandolo alle nuove tecnologie e alle vecchie competenze. Altrimenti sarà tutta una illusione: si perderà tempo e denaro.

mercoledì 8 novembre 2017

Una massa di cinici e malvagi in giacca e cravatta in Parlamento.


Mai vista una classe politica di governo così inadeguata come quella italiana. I nostri governanti sono diventati miopi e sordi davanti a una realtà incontrovertibile di società ormai sbrindellata nella tenuta dell’etica e del senso civico che reclama interventi legislativi forti nel campo dei delitti contro le persone.
In poche parole in Italia oggi c’è una magistratura che a causa di rattoppi legislativi e di buchi normativi che si sono realizzati nel tempo hanno tolto efficacia alle norme del codice penale. La conclusione è che il medesimo Codice è diventato sostanzialmente inutile e totalmente inadeguato nella definizione delle pene ai criminali.
Quante volte abbiamo letto sui giornali che un anziano o una giovane hanno subito violenza da un loro nemico e i tribunali salvano il reo con condanne simboliche e inaccettabili perché lo prescrive il codice penale? Quante volte le vittime di violenza hanno dovuto nascondersi perché tra le pieghe degli articoli del codice vi era un comma che permetteva al reo non solo di non andare in galera ma che addirittura andasse ad abitare a pochi metri dalla vittima in attesa di una sentenza che non arriva mai?
Ormai questi casi non fanno più notizia, così come non fa più notizia la protesta di molte vittime che al danno devono subire anche la beffa dei rei che vengono scarcerati dalla magistratura.
Viene da Ostia l’ultima notizia che un giornalista è stato aggredito da un membro del clan locale riportando il setto nasale rotto. Sarebbe facile dire che chi fa violenza ha sempre torto. Parole che ormai nel registro della cronaca non hanno più alcun significato. Con questo slogan il problema non solo non lo si risolve ma lo si trasforma in un rito, inutile e oltraggioso per le vittime.
Il problema è più generale. In Italia il codice penale è ormai totalmente inadeguato a fronteggiare la violenza di coloro che non hanno rispetto della persona umana. E’ inutile girare intorno al problema perché questa è la verità. I politici, soprattutto quelli di governo, chiudono occhi e orecchie ai bisogni di giustizia dei cittadini. In un paese serio questi politici sarebbero stati mandati a casa e i nuovi politici avrebbero approvato nuove leggi più efficaci e più in sintonia con la domanda di sicurezza dei cittadini. Invece da noi questi politici - premier, ministri e responsabili dei partiti - non intervengono mai in sede legislativa per cambiare le norme adeguandole ai nuovi reati che si beano di parole come tolleranza e libertà. Quando tutti questi intelligentoni capiranno che la via maestra è quella della modifica legislativa del codice penale sarà troppo tardi.
Uno Stato serio avrebbe messo da tempo la fiducia su un provvedimento legislativo ormai ineludibile e in grado di evitare il ripetersi di fatti come Ostia, che riguardano addirittura il senso stesso della democrazia. Ma qui stiamo parlando di uno Stato serio non di uno Stato in cui il partito di maggioranza al governo pensa di bloccare le intercettazioni colpendo i giornalisti e non offrendo uomini e mezzi alle forze di polizia. Alle prossime elezioni il Pd diventerà irrilevante.

sabato 21 ottobre 2017

Il vero problema dell'integrazione


Il marocchino che incendia la casa in cui abita e uccide tre dei suoi quattro figli come esempio più recente è l'ennesima tragedia di un immigrato arabo che non possiede gli strumenti culturali occidentali per accettare la sua nuova realtà.
Il vero problema dell'integrazione è l'accettazione degli aspetti valoriali della persona che abbiamo noi in casa nostra. Questi aspetti che attengono alla sfera dei principi legislativi non si interiorizzano dalla sera alla mattina ma hanno la necessità di essere prima insegnati ai migranti e poi applicati da loro concretamente.
Il processo di crescita educativa richiede tempo, impegno e risorse. Ci vogliono dei centri didattici che si occupino di formare alla cultura occidentale i migranti tutti (espuntando dal loro pensiero di base la cultura della vendetta e valorizzare la cultura dei diritti e dei doveri, insegnare la lingua italiana, la Costituzione e le linee principali del diritto italiano, etc.).
Care Autorità politiche (governo, parlamento, partiti, organizzazioni no profit) se non capirete questo semplice assunto sbaglierete sempre.

lunedì 2 ottobre 2017

Quando è troppo è troppo: basta con il deficit etico delle Commissioni d’esame.


Ho provato irritazione quando i giornali hanno scritto recentemente articoli relativi alla questione degli arresti di docenti per avere truccato i risultati di alcuni concorsi nelle università. Fin da giovane, da quando ho frequentato le prime lezioni all’università, ho sentito spesso parlare di piccoli scandali relativi ai favoritismi che certi baroni universitari producevano in virtù del loro potere baronale per offrire a parenti e amici posti di insegnamento nelle università. Uno di questi scandali per esempio ha riguardato il fatto che per trovare posto a un figlio di un barone è stata creata ad hoc una cattedra nella Facoltà di Lettere di una università siciliana, il cui insegnamento ha preso il nome di “Psicologia dell’automobilista”.
Oltre questi antipatici fatti che comunque sono da stigmatizzare e da estirpare non c’è mai stato nulla di eclatante che permettesse l’arresto di alcuni di questi notabili.
Da studente non mi occupavo di politica attiva, anche se ero perfettamente consapevole che vivevo un periodo importante di cambiamenti della società italiana. Erano gli anni dal 1965 al 1969. Io ho vissuto il cosiddetto ’68 in prima persona, comprese le contestazioni e in alcuni casi la violenza degli studenti più ideologizzati che hanno bloccato più volte la didattica e gli esami. Come studente fuori sede mi preoccupavo di seguire le lezioni e di studiare. Non frequentavo pertanto alcun movimento di contestazione. Anzi, nel 1968 ho subito direttamente le conseguenze di quella follia perché più di una volta ho dichiarato che non accettavo la violenza fisica e psicologica nelle aule dell’università. In più ho perduto la possibilità di dare un esame nella sessione di febbraio del 1969 perché la mia facoltà rimase bloccata per occupazione dei collettivi studenteschi.
Le notizie degli arresti dei 7 titolari di cattedra, di cui alcuni addirittura di Diritto tributario, e dei 22 procedimenti di arresti domiciliari di altri docenti di Firenze e dintorni mi hanno indotto a rompere le righe di un insopportabile silenzio e dire la mia su questa squallida vicenda. In particolare mi soffermerò sulla dichiarazione del Presidente dell’Autorità anticorruzione, il magistrato Raffaele Cantone, il quale ha testualmente detto che: «negli atenei c’è un deficit etico, per cui è necessario cambiare le commissioni nei concorsi dei docenti».
Dunque, se non ho capito male, i media e la magistratura anticorruzione sono convinti che c’è un problema di aeticità nel nostro sistema di reclutamento scolastico tanto da far dichiarare senza mezzi termini che le commissioni d’esame fino a quelle dell’abilitazione sono inaffidabili.
Dico subito che c’era da aspettarselo ed è grave che le autorità di controllo universitario abbiano abbassato la guardia fino a giungere al limite della connivenza. A questo proposito affermo che se responsabilità c’è stata, essa è tutta contenuta nella nomina dei componenti delle Commissioni che hanno il delicato compito di valutare e giudicare i candidati. Il cancro sta tutto in questo limbo delle nomine delle Commissioni, perché come si dice in questi casi “sono andati nei posti giusti i vincitori sbagliati”.
Sono testimone oculare nonchè responsabile in prima persona di un fatto increscioso accadutomi nei primi anni ’80 che adesso racconterò per dimostrare come si possano evitare intrecci e garbugli simili a quelli commessi dagli arrestati se si è seri nei processi di svolgimento concorsuali.
Come docente di ruolo di scuola media superiore sono stato in quegli anni nominato dal Ministero della PI a Venezia componente di una commissione di esami di concorso a cattedre per docenti. La commissione era composta da tre elementi: il Presidente, che era un preside di Milano, un docente di ruolo di Brescia e il sottoscritto. Appena prima della prova scritta i due non si sono presentati perché hanno rifiutato l’incarico. La Sovrintendente Scolastica dell’Ufficio Interregionale per il Veneto e il Trentino-Alto Adige, preoccupata del loro ritiro, la sera prima della prova scritta mi convoca alla Sovrintendenza scolastica del Veneto in Cannaregio 6099 e mi informa che alla prova scritta avrei dovuto sostituirli e cavarmela da solo.
L’indomani, durante una fredda e innevata mattinata di metà dicembre, mi presento nella sede di esame con largo anticipo per iniziare le operazioni preparatorie e firmare un migliaio di fogli di carta protocollo già timbrati da consegnare ai candidati per la prova scritta, nonché completare tutte le operazioni di verbalizzazione della prova. Alle ore 9.00 in punto, con la collaborazione di decine di docenti di sorveglianza distribuiti su due turni, consegno ai 161 candidati dislocati nelle classi dell’Istituto dell’ITIS “Zuccante” di Venezia-Mestre il testo della prova e leggo a tutti le condizioni di esclusione dal concorso. Tra queste condizioni ne cito una sola a causa del fatto che essa manifesterà in tutta la sua importanza il motivo della eticità o meno durante lo svolgimento dello scritto. Sarebbero stati esclusi dalla prova scritta della durata di 8 ore "tutti coloro che sorpresi da un membro della commissione a copiare avessero commesso l’illegalità del plagio".
Alla fine del primo turno di sorveglianza vengo raggiunto nei locali della Presidenza della scuola da una anziana docente sorvegliante che a fine turno mi informa di avere visto che alcuni candidati copiavano brani da libri e fotocopie e che i colleghi destinati al controllo nelle aule invece di controllare i candidati controllavano me che non venissi all’improvviso nelle classi. Irritato e amareggiato da questa situazione che denotava una doppia immoralità, relativa non solo al fatto che io avevo avvertito tutti delle condizioni di esclusione ma che il solo controllato tra i presenti ero io e non i candidati, agisco in fretta. Con uno stratagemma colgo di sorpresa in alcune aule candidati e sorveglianti contestando a tre candidati le irregolarità e criticando l’operato del personale di sorveglianza. In poche parole riporto a verbale quanto successo, né più né meno, allegando le fotocopie sequestrate e i numeri delle pagine del manuale copiato. Dopo aver letto loro gli addebiti di contestazione da me verbalizzati e aver fatto firmare il verbale ai tre candidati li ho espulsi. Fu una giornata molto faticosa perché la prova e le relative operazioni di chiusura dei plichi mi fecero stare al lavoro fino a tarda sera senza mangiare e con un solo cappuccino servito in un bicchiere di plastica.
Durante le successive festività natalizie ricevetti la telefonata di una signora che voleva convincermi a firmare una dichiarazione con la quale smentivo me stesso per le cose scritte nel verbale di contestazione degli addebiti. La signora era la madre di un candidato espulso che aveva fatto ricorso al Ministero della PI per invalidare la mia decisione di espellere il figlio. Tuttavia le fu detto che le considerazioni presenti nel verbale e l’elenco delle prove esposte dal sottoscritto, formalmente ineccepibili, erano schiaccianti tanto che l’ispettore tecnico preposto fu ascoltato dal dirigente superiore della Direzione Generale del Personale e degli Affari Generali che si convinse a rigettare il ricorso. La conclusione dolorosa fu che i tre espulsi non ottennero l’annullamento del mio provvedimento e perdettero la possibilità di continuare le successive due prove pratica e orale. In riferimento poi all’esclusione dei tre candidati la commissione, durante le operazioni di valutazione degli elaborati, procedette all’annullamento di ben 8 elaborati perché individuò sicure e comprovate prove di plagio.
La morale della favola di questa storia vera e provabile, risalente a più di tre decine di anni fa che non avevo mai raccontato prima è semplice, e cioè che i timori dell’Autorità anticorruzione sono tangibili e maledettamente concreti ma che è possibile porre un argine alla voracità degli immorali mediante nomine di commissari onesti e consapevoli, in grado di giocare un ruolo di salvaguardia dei criteri di equità, giustizia e merito dei candidati.
Se il Ministero della PI lo avesse voluto e avesse continuato a volerlo, con il suo corpo ispettivo, avrebbe potuto intervenire sempre e in ogni luogo per evitare questi sconci e squallidi commerci.
Non per polemizzare ma per chiarire bene come stanno le cose desidereremmo conoscere dal Ministero della PI la statistica di quanti candidati sono stati esclusi per espulsione dalla data del concorso sopra esposto indetto agli inizi degli anni ‘80.

domenica 9 luglio 2017

Visione distorta del mondo.


A leggere le scarne note giornalistiche inerenti ai risultati del G20 ad Amburgo risulterebbe che due Signori di questo Alto Consesso siano degli irresponsabili. Parliamo al condizionale perchè le notizie che riguardano questa dichiarazione sono poche e difficilmente controllabili, peraltro racchiuse nel solo titolo dell'articolo dei giornali, che recita testualmente: «Russia e Cina si dichiarano contrarie a sanzioni ai trafficanti». Questo il fatto che adesso commenteremo brevemente.
A prima vista la dichiarazione sembra una provocazione fatta da due irresponsabili. Sebbene l'aggettivo sia troppo forte noi siamo dell'idea che la dichiarazione merita una nota di biasimo considerevole per motivi che adesso chiariremo.
Il mediterraneo in questo periodo sembra un lago o meglio un'autostrada che porta fiumi di migranti dalla sponda africana a quella europea. Ciò è possibile perchè un’organizzazione criminale, composta da pirati senza scrupoli, depreda i migranti (bambini, donne e uomini) dei loro averi e mette a repentaglio la loro vita su barconi insicuri. Più criminali di così non si può. La stessa mafia siciliana al cospetto sembrerebbe essere un’associazione di chierichetti. Ebbene la coppia di Capi di governo che fa? Invece di collaborare con le autorità dell’Unione Europea per contrastare questo genocidio perpetrato con cinico calcolo dai criminali negrieri dichiara che gli stessi trafficanti non devono essere perseguiti. Com'è possibile che decidono di fare una dichiarazione così provocatoria da non accorgersi di nulla?
Evidentemente c'è dell'altro che noi non conosciamo. Dunque, c'è da approfondire la questione e soprattutto c'è da conoscere l'opinione di organi di informazione differenti che finora hanno fatto gli gnorri.
Oggi la stampa continua a non aggiungere nulla a questo riguardo. A noi non rimane altro che scrivere poche cose circa il fatto che il problema dell'immigrazione pone ai governi e alla nostra coscienza la domanda ineludibile che la tratta degli immigrati rimane un crimine contro l'umanità e non sarà la dichiarazione di due Capi di governo, peraltro asiatici con forti interessi in Africa, a farci cambiare opinione.
Il problema in ogni caso non si risolve con la chiusura di porti e/o con respingimenti in massa ma con una politica che faccia comprendere ai governi africani che è più conveniente per loro evitare questa colossale migrazione biblica e fornire investimenti per i loro paesi per compensare l’impegno di evitare nuovi esodi. Nell’immediato l’Italia ha strumenti di persuasione nei confronti dell’UE. Li adoperi. Infine, l'Italia ha attualmente un posto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Lo faccia diventare strumento di persuasione a livello mondiale oltre che europeo.

giovedì 6 luglio 2017

Lo stato costrutto: dubbi e problemi


Premessa

Perché questo articoletto sullo stato costrutto nella lingua araba? Ha ancora senso scrivere qualcosa relativa allo stato costrutto senza cadere nella banalità o, peggio, nella imitazione di altri articoli di studio? Che senso ha poi un frammento di riflessione sullo stato costrutto quando ci sono facilmente disponibili in biblioteche e in rete centinaia di libri, articoli e forum in tutte le lingue e in tutte le salse? La risposta riguarda un mio desiderio. Quale desiderio? Quello di vedere scritto sui testi delle nuove grammatiche di lingua araba, più o meno contemporanee come si dice oggi, invece di “stato costrutto" il suo vero nome arabo “iḍāfah". Tutto qui? No, anche se a me sembra molto. È evidente che la questione della traduzione in italiano dei nomi dei costrutti grammaticali arabi non è solo nominale o accademica ma contiene aspetti metodologici e didattici di notevole valenza pedagogica, oltre che linguistica. Ne parleremo dopo.
Intanto mi chiedo perché se in arabo l'annessione di un muḍāf con un muḍāf ilayhi si chiama "iḍāfah" أَلإضَافَة, in occidente noi dobbiamo chiamarla "stato costrutto"? Anche i nomi dei due termini dell’iḍāfah sono criticabili. Perché dobbiamo chiamarli genericamente "primo termine" e "secondo termine" dello stato costrutto quando gli arabi gli danno un nome ben preciso a entrambi: muḍāf al primo e muḍāf ilayhi al secondo مُضَاف و مُضَاف إلَيْهِ? Non potremmo chiamarla anche noi semplicemente Iḍāfah, come sta scritto nei loro testi arabi? In più, potrei aggiungere che la lingua araba essendo per gli arabi lo strumento attraverso il quale è scritto il Corano rimane inteso che è lingua sacra e immodificabile per ragioni soprattutto teologiche, oltre che per tradizione. In sintesi possiamo dire che la “fortuna” della lingua araba è il culto della lingua coranica nella sua accezione più forte che è quella religiosa e immutabile. Perché dobbiamo mutarli noi i nomi? Qual è dunque il bisogno irrefrenabile dei linguisti occidentali di non usare la stessa terminologia che usano gli arabi? Vogliono essere a tutti i costi originali o c’è dell’altro? Badate bene che oltre allo stato costrutto ci sono altre questioni terminologiche del genere nella grammatica araba che meriterebbero la stessa critica.
Ritorniamo allo stato costrutto. Mi si dirà che "stato costrutto" deriva dal latino status constructus e che pertanto ha radici lontane nella storia italiana ed europea. È vero. Tuttavia mi sento perfettamente in grado di dire che noi possiamo chiamarlo lo stesso Iḍāfah sopravvivendo all’evento “catastrofico” di modifica di una parola di etimologia latina a favore di una parola araba, ricordando magari in nota che in latino si dice "status constructus". Capisco che le resistenze dei tradizionalisti sono dure a morire. Ciò non toglie che si può provare come è stato fatto in qualche altra lingua.

1.L’Iḍāfah

Dunque, in questo trafiletto io chiamerò sempre lo “stato costrutto” Iḍāfah, إِضَافَة , cioè Annessione, ovvero una struttura grammaticale che opera in modo sinergico tra primo termine e secondo termine in modo da garantire alcune condizioni che elencherò tra poco. Sul vocabolario arabo-italiano Tràini(5) a pag. 812 si legge : «aggiunta; addizione; annessione; aumento; supplemento; congiunzione; connessione; attribuzione; riferimento; rapporto di annessione, stato costrutto (gramm.)». Mentre مُضَاف si legge: «aggiunto; annesso; congiunto; connesso, unito; ascritto, attribuito, riferito (a الى); in stato costrutto, in rapporto di annessione (nome); il nome reggente nello stato costrutto (gramm.). Infine, المُضَافُ إِلَيْهِ il secondo termine di un rapporto di annessione, di uno stato costrutto, il caso genitivo (gramm.). D'altronde al-muḍāf in arabo significa l'«annesso» e muḍāf ilayhi sarebbe l'«annesso verso esso», cioè “al quale è annesso”. Il nome “annesso” non è casuale ma soddisfa l’esigenza di dare senso all’annessione che in molte lingue è denominata con sinonimi del tipo adiacente o contiguo o attaccato o legato o congiunto. Il muḍāf ilayhi sarebbe quello che noi italiani chiamiamo “complemento di specificazione”, in latino “genitivo”. L’Iḍāfah è femminile mentre il muḍāf e il muḍāf ilayhi sono maschili.
Le peculiarità delle regole di questa tipologia di costruzione grammaticale del tutto particolare sono:
 tra il muḍāf e il muḍāf ilayhi è vietato interporre qualsiasi parola;
 il muḍāf, cioè il sostantivo che viene specificato rifiuta l’articolo;
 la preposizione semplice “di” non viene tradotta;
 il complemento di specificazione muḍāf ilayhi va posto subito dopo il sostantivo muḍāf che viene specificato;
 il complemento di specificazione muḍāf ilayhi è preceduto quasi sempre dall’articolo. In pochi casi particolari non lo ammette.
Esistono dei casi particolari in cui il muḍāf ilayhi, perfettamente determinato per natura o per altro, non prende l’articolo. Essi sono: 1) se è un nome proprio di persona; 2) se è un nome geografico; 3) se possiede un pronome suffisso.
In alcune grammatiche italiane di arabo pubblicate almeno più di mezzo secolo fa, i due termini in italiano sono stati chiamati rispettivamente “reggente” il primo e “retto” il secondo(1), oppure “primo nome” e “secondo nome”. La dicitura ricorda l’italiano dotto di secoli fa, ed è sempre meglio dell’uso generico di primo e secondo termine. Per curiosità mi pongo il problema di come si possa chiamare lo stato costrutto in altre lingue. Ecco una breve casistica:
In francese = annexion (7) o possession (possédé et possesseur)
In inglese = genitive construction o construct state
In spagnolo = anexión (2)
In russo = Состояние cопряженное(3) Sostojanie soprjažennoe(3) (condizione, stato di annessione o di congiunzione)
In ebraico = smikhut ([smiˈχut]) (סמיכות‎, letteralmente "sostegno" , "adiacenza").
Bene. Ritorniamo all’Iḍāfah soprattutto presentando adesso alcuni esempi che materializzano dubbi e concretizzano perplessità a cui ho accennato all’inizio.
2.I quattro casi più evidenti di Iḍāfah

Com’è noto l’Iḍāfah è costituita da due parole all’interno delle quali non può essere inserita un’altra parola o più parole. L’esempio che prenderò a prestito è “la macchina del direttore” che consiste come si vede nei due sostantivi “macchina” e “direttore”.
Preso atto che queste due parole possono essere determinate o indeterminate, le possibili combinazione di queste due parole tra di loro sono quattro. Infatti il muḍāf “macchina” può essere o determinato (la macchina) o indeterminato (una macchina). Lo stesso dicasi per l’Iḍāfah ilayhi “direttore”, che può essere o determinato (il direttore) o indeterminato (un direttore). Ecco le quattro possibili combinazioni:
1. La macchina del direttore
2. La macchina di un direttore
3. Una macchina del direttore
4. Una macchina di un direttore.

E’ evidente che nel primo caso si ha una precisa macchina, unica, determinata che è di proprietà dell’unico direttore, determinato anch’esso, che è proprietario della sua unica macchina. Non ci sono dubbi di sorta né su chi è il proprietario della macchina, né che la macchina non sia del direttore.
Nel secondo caso cessano le certezze e si introduce una indeterminazione. Qui si parla della macchina di un direttore, un direttore qualunque della classe dei direttori presenti in quella città o dell’intero paese. Dunque esistono tanti direttori. Quanti siano di preciso non ci interessa. Quello che interessa invece è che ci sono molti direttori che possono avere la macchina, una macchina. Uno dei tanti direttori ha sicuramente una macchina. Di questo si tratta.
Nel terzo caso si avrà il contrario del precedente. Cioè questa volta il direttore è unico e perfettamente determinato e non c’è alcuna possibilità che non sia unico perché trattasi di quel preciso direttore. Mentre la sua è una delle tante auto che egli possiede. Non ci interessa quante macchine abbia. Ci interessa viceversa che questo preciso direttore abbia molte macchine. Ebbene qui si tratta di una delle tante macchine (indeterminata) del direttore (determinato e conosciuto in modo sicuro). È la macchina ad essere indeterminata non il direttore. Cambiano i due protagonisti nella titolarità della determinazione.
Nel quarto e ultimo caso invece, specularmente al primo, entrambi muḍāf e muḍāf ilayhi sono indeterminati. Si tratta di una delle tante macchine di uno dei numerosi direttori di quella città. Più indeterminatezza di così non si può avere.
Traduciamo in arabo le quattro espressioni:

1. سَيَّارَةُ المُدِيرِ
2. سَيَّارَةُ مُدِيرٍ
3. سَيَّارَةٌ لِلمُدِيرِ oppure سَيَّارَةٌ مِن سَيَّارَاتِ المُدِيرِ
4. سَيَّارَةٌ مُدِيرٍ
Questa è la traduzione delle quattro espressioni. Adesso commentiamola. Prima però una considerazione. A proposito del fatto se tutti e quattro o solo alcuni dei quattro casi in lingua araba possono intendersi casi espliciti di iḍāfah devo ammettere che c'è un po' di confusione nella didattica italiana perché quasi tutte le grammatiche esistenti sul mercato non accennano all'esistenza di tutti e quattro i casi possibili. Qualcuna ne elenca tre, altri due e qualcuna propone delle perifrasi a causa della indeterminazione del muḍāf. In effetti il problema è complesso e viene reso più difficoltoso allo studente che non sa a quale manuale completo riferirsi per scrollarsi di dosso i dubbi. Per cui dei quattro casi solo due sono i casi effettivi di iḍāfah mentre per altri sono tre e per altri ancora ci sono dubbi in relazione a queste affermazioni. Nelle conclusioni si vedrà meglio la questione.

Primo caso

Ovvero la macchina del direttore. E’ il caso classico per eccellenza di un’iḍāfah che in grammatica italiana introduce il complemento di specificazione e risponde alla domanda di chi? di che cosa? Nel nostro caso di chi è la macchina? La macchina è di proprietà del direttore e, dunque, la macchina del direttore diventa: سَيَّارَةُ المُدِيرِ .
Osservando le regole che ho precedentemente chiamato peculiarità, ci troviamo nel caso classico di iḍāfah. Mi sento di affermare con un po’ di forzatura che la presenza dell’articolo nel muḍāf ilayhi, tra l’altro perfettamente determinato, può essere inteso come corrispondente alla preposizione semplice “di” in italiano“.
Senza nulla togliere agli altri casi questa è la vera iḍāfah, cioè il muḍāf è al nominativo con la dammah sulla ة (ta marbuta) ultima lettera del muḍāf, mentre il muḍāf ilayhi è al caso obliquo con la kasrah sotto la ر (ra) come deve sempre essere. Questo caso è un esemplare perfetto di rappresentazione fraseologica dell’iḍāfah. Possono esistere benissimo casi in cui il muḍāf sia all’accusativo o al caso obliquo oltre che al nominativo.

Secondo caso

Ovvero la macchina di un direttore, cioè la macchina è posseduta da un signore chiamato direttore e non di un infermiere o di un tassista.
Se il muḍāf ilayhi è indeterminato come in questo caso, che discute di un direttore fra i tanti, tutta l’iḍāfah è da considerare indeterminata non nel senso della morfologia del muḍāf che prende la vocalizzazione grammaticale che gli tocca ma nel senso generale dell’intera costruzione annettiva. Questo perché la carica di determinazione la veicola come abbiamo già detto il muḍāf ilayhi. In più la sua indeterminazione si fa sentire maggiormente quando si è in presenza di sostanze liquide come nell’espressione un bicchiere d’acqua (quanta acqua? un bicchierino? due bicchieri?) o una tazza di caffè (quanto caffè? il fondo di una tazzina? ristretto o allungato?) o una spremuta di arancia (quante arance devono essere spremute?).
Ritornando al discorso precedente la macchina deve essere di un direttore tra i tanti. Posso ipotizzare che non tutti i direttori abbiano una macchina? No. Non è consentito, perchè noi supponiamo che tutti i direttori abbiano una macchina. Qui quello che può cambiare è il direttore che risulta essere indeterminato e pertanto immagino che dovrà avere il tanwin o nunazione (in arabo التَّنْوين ) ma non la sua macchina la quale è “attaccata” al sedere del direttore. La traduzione risulta: سَيَّارَةُ مُدِيرٍ . È ovvio che essendo una macchina indeterminata il sostantivo che rappresenta il muḍāf ilayhi si traduce con un nome indeterminato cioè con il tanwin della kasra.

Terzo caso

Ovvero una macchina del direttore. In letteratura si è concordi nel dire che questo caso non è una iḍāfah. Perché? Perché mancano i presupposti, cioè il sostantivo macchina dovendo rimanere indeterminato non può fare uso dell’iḍāfah perché il muḍāf è determinato. Di conseguenza sarà necessario ricorrere a delle perifrasi e trasformare l’iḍāfah in una delle due maniere: o «una macchina per il direttore» e in tal caso si adopera la particella لِ (li) diventando سَيَّارَةٌ لِلمُدِيرِ , oppure «una macchina delle macchine del direttore» e in tal caso si adopera la preposizione partitiva مِن e scrivendo due volte la parola macchina e la seconda volta mettendola al plurale in una forma abbastanza complicata سَيَّارَةٌ مِن سَيَّارَاتِ المُدِيرِ di una macchina delle macchine del direttore.

Quarto caso

Ovvero una macchina di un direttore. Il quarto caso considera indeterminati entrambi il muḍāf e il muḍāf ilayhi. Una traduzione acritica darebbe: سَيَّارَةٌ مُدِيرٍ con il tanwin della dammah sul muḍāf e il tanwin della kasrah sul muḍāf ilayhi. Questo caso tuttavia risponde all’esigenza classificatoria di tradurre comunque uno “stato costrutto occultato” da caratteristiche specifiche che lo rendono anomalo (come “un gruppo di direttori”). L’anomalia è rinforzata dal fatto che c’è una doppia indeterminazione, oltre al fatto che entrambi i termini non dovrebbero avere l’articolo. Sui manuali tuttavia molti autori non considerano per niente questo caso una iḍāfah. Altri si astengono di citarlo e altri ancora lo considerano ambiguamente una falsa iḍāfah o se si vuole, che è lo stesso, una iḍāfah artificiosa tra due termini entrambi indeterminati che minano alla base il senso della specificazione e dunque dell’idea di iḍāfah.

3.Iḍāfah complessa

L’iḍāfah si può presentare in forme più articolate introducendo per esempio elementi estranei alla struttura grammaticale della specificazione. Per esempio riprendendo l’esemplare di iḍāfah classico sopra proposto si potrebbero introdurre interessanti conseguenze se si aggiungono aggettivi nell’iḍāfah. Si parla in tal caso di Iḍāfah complessa. Ricordando che fra il muḍāf e il muḍāf ilayhi non è possibile inserire alcuna parola, un aggettivo deve essere collocato solo alla fine. Infatti dei quattro casi possibili:
-L’automobile del direttore
-La grande automobile del direttore
-L’automobile del grande direttore
-La grande automobile del grande direttore.
L’ultima non si può considerare una iḍāfah perché non è possibile chiarire il nesso tra i due aggettivi e i loro referenti. Vediamo come vanno le cose:
سَيَّارَةُ المُدِيرِ
سَيَّارَةُ المُدِيرِ الكَبِيرَةُ
سَيَّارَةُ المُدِيرِ الكَبِيرَةُ
السَّيَّارَةُ الكَيِرَةُ لِلمُدِيرِ الكَبِيرِ
Infatti il primo caso è il normale caso di iḍāfah. Il secondo caso è una iḍāfah in cui l’aggettivo si riferisce al muḍāf e prende la stessa vocalizzazione, in questo caso la dammah. Il terzo caso è una iḍāfah in cui l’aggettivo si riferisce al muḍāf ilayhi e prende la stessa vocalizzazione, in questo caso la kasrah. Il quarto caso non è una iḍāfah perché si è costretti a spezzare l’iḍāfah in due tronconi a ognuno dei quali è aggiunto il proprio aggettivo.
La presenza degli aggettivi è semplice nel secondo e terzo caso. Nel quarto si perde la caratteristica della specificazione che in arabo è prodotta dalla particella لِ (li).

4.Idafa complessa con scambio tra mudaf e mudaf ilayhi

L'iḍāfah complessa precedente è costituita dal mudaf femminile (macchina) e dal mudaf ilayhi maschile (direttore). Per completezza di genere trattiamo il caso inverso, scambiando il mudaf con il mudaf ilayhi in modo da invertire il genere dei due termini dell'annessione. Anche se in italiano non ha molto significato parlare di “un direttore della macchina” (sulle navi in verità vi è un “direttore di macchina” nella stiva di una nave che è una qualifica professionale a bordo, trattiamo questo caso solo per motivi didattici.
Avremo:
Il direttore della macchina
Il grande direttore della macchina
Il direttore della grande macchina
Il grande direttore della grande macchina.

Ecco come:
السَّيَّارَةِ مُدِيرُ
السَّيَّارَةِ الكَبِيرُ مُدِير
السَّيَّارَةِ الكَبِيرَةِ مُدِيرُ
الكَيِرَةُ لِلسَّيَّارَةِ الكَبِيرِ المُدِيرُ

5.Iḍāfah grammaticale

Altro campo che ci si sente di esplorare per una maggiore comprensione e chiarezza del tema in questione è l’Iḍāfah che tiene conto dell’’irab إعْرَاب cioè della vocalizzazione grammaticale del muḍāf. I tre casi possibili, com’è noto, si riferiscono ai tre casi di nominativo, accusativo e obliquo portati dal muḍāf. In altre parole ecco la griglia delle tre possibilità:
Iḍāfah grammaticale
La macchina (come muḍāf) La macchina del direttore (come Iḍāfah)
1 Nominativo : السَّيَّارَةُ as-sayaratu سَيَّارَةُ المُدِيرِ sayaratu-l-mudiri
2 Accusativo : السَّيَّارَةَ as-sayarata سَيَّارَةَ المُدِيرِ sayarata-l-mudiri
3 Obliquo : السَّيَّارُةِ as-sayarati سَيَّارَةِ المُدِيرِ sayarati-l-mudiri
Il muḍāf cambia vocalizzazione grammaticale a seconda del fatto che il muḍāf è al nominativo (dammah), all’accusativo (fatah) o al caso obliquo (kasrah). Evidentemente qui la vocalizzazione lessicale (تشكيل) fa da sfondo nella traslitterazione delle parole arabe. Dunque l’Iḍāfah ammette tranquillamente che il muḍāf sia oltre che al nominativo, anche all’accusativo e al caso obliquo.

6.Iḍāfah al duale e al plurale

Il nome del muḍāf quando esso è nella forma duale o al plurale perde la ن (nun) caratteristica di entrambe le forme. Nel nostro caso al duale potremmo dire: Le due macchine del direttore sono presenti, cioè حَضَرَ سَيَّارَتَا المُدِيرِ . Al plurale invece la frase sarebbe I direttori delle macchine sono arrivati che si traduce come segue: جَاء مُدِيرُو السَّيَّارَاتِ .

7.Le catene di Iḍāfah

Può essere interessante prima di concludere aggiungere qualche esempio di annessioni concatenate o catene di iḍāfah. Vediamo quali.
1) La chiave della porta della macchina del direttore,
2) La chiave della porta grande della macchina del direttore.
Come traduciamo queste catene?
1) مِفْتَاحُ اليَابِ سَيَّارَةِ المُدِيرِ
2) مِفْتَاحُ البِابِ الكَبِيرُ لسَّيَّارَةِ المُدِيرِ o anche مِفْتَاحُ بَابِ سَيَّارَةِ المُدِيرِ الكَبِيرُ .
8.Considerazioni finali

Chi è senza peccato scagli la prima pietra si dice. Ebbene qui manca addirittura la pietra per contestare che tutti questi casi, ancorché perfettamente giustificati e codificati con la regola di una norma grammaticale, spesso inducono gli studenti a rimanere con dubbi e perplessità. Non giova il fatto che manchi una pubblicazione normativa che elimini traduzioni approssimative o peggio evasive del problema.
Quasi sicuramente questo articoletto aumenterà l’entropia associata alla comprensione della struttura grammaticale in esame.
Chiamare la costruzione genitiva stato costrutto o annessione non è questione di vita o di morte. Sono invece interessato a valorizzare la terminologia araba, non foss’altro perché si tratta di una terminologia primigenia che merita attenzione e riguardo. Molti docenti di madrelingua araba non si fanno scrupoli di chiamarla senza mezzi termini Iḍāfah. Posso citare Lucy Ladikoff Guasto(12) che sia nell’indice a pag. 10 , sia nel testo a pag. 136 introduce il tema in esame chiamando /al-iḍāfah/ ألإضأفَةُ dal verbo /aḍafa/ أضافَ (aggiungere/ annettere); إِضافَة è “annessione”. Younis Tawfik (13) che nel testo a pag. 73 titola Al-Idāfa. Il Dr. V. Abdur Rahim(15) docente alla Madina Islamic University nel suo famoso corso دروس اللغة العربيّة a pag. 24 del testo non cita nemmeno che si chiama Iḍāfah, mentre a pag.12 delle note in inglese parla solo del muḍāf e del muḍāf ilayhi. Lo studente che ha dubbi difficilmente potrà raggiungere lo scopo della piena consapevolezza del tema dell’Iḍāfah. Né gli esempi sopra scritti e commentati risolvono da soli il problema perché si potrebbe obiettare semmai che li alimenta lo fa a causa della scelta inopportuna di mischiare un muḍāf di genere femminile con un muḍāf ilayhi di genere maschile. Il controllo del muḍāf deve tenere presente la presenza di una ة marbuta finale che può creare problemi, per esempio nel momento in cui si voglia andare a trattare casi diversi di un'unica Iḍāfah.
Un’altra osservazione che mi viene in mente riguarda la prescrittività o meno delle norme grammaticali. Orbene nel paragrafo 1) la prima condizione che deve rispettare l'Iḍāfah è che tra il muḍāf e il muḍāf ilayhi è vietato interporre qualsiasi parola. Bene. Esiste una eccezione che non annulla la peculiarità ma la aggira in modo elegante. La si trova a pag. 140 del libro della Guasto(12) che dice :
<< Ella è una delle insegnanti di questa Università: هي مُدَرِّسَةٌ مِن مُدَرِّيات هذه الجامِعَة . Si era detto che nulla può frapporsi tra i due elementi dell’Iḍāfah, in quest’ultimo esempio, l’espressione “questa università” هذه الجامِعَة (dimostrativo+un nome con l’articolo) è considerata come se fosse un’unica parola (cfr. Unità II,A), perciò non infrange la regola>>. Si potrebbe continuare ma ci fermiamo qui. Molti docenti di molte scuole di tutto l'Occidente(*) hanno dichiarato di essere rimasti letteralmente sconvolti per il numero di studenti che studiano da diversi anni la lingua araba e non conoscono la differenza tra una Iḍāfah e una frase di sostantivo-aggettivo.
Questi alcuni esempi per chiarire la questione proposti da un docente di lingua inglese: 1) un professore universitario e un professore di una università ; 2) the office director and the director of the office ; 3) the teacher's house and the house of the teacher; etc. In modo non tanto ironico viene da pensare che per migliorare la chiarezza espositiva della struttura grammaticale dell’Iḍāfah bisognerebbe istituire la cattedra dello “stato costrutto”.

Bibliografia

(1) M.G. Dall’Arche, Corso d’arabo per le scuole secondarie, vol.I pp.109-117, Roma, Casa editrice Fiamma Nova, 1962;
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(3) Н.В.Юшманов, ГРАММАТИКА ЛИТЕРАТУРНОГО АРАБСКОГО ЯЗЫКА, Москва, 1985;
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(8) Claudia Maria Tresso, Lingua araba contemporanea, pp.125-132, Milano, Hoepli, 2008;
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(10) Alma Salem-Cristina Solimando, Imparare l’arabo conversando, p.26, Roma, Carocci, 2013;
(11) Abrah Malik, Al Kitab della lingua araba. Teoria e pratica, pp.115-116, Roma, Eurilink,2014;
(12) Lucy Ladikoff Guasto, Ahlan. Grammatica araba didattico-comunicativa, pp. 136-141, Roma, Carocci, 2010;
(13) Younis Tawfik, As-Salamu alaikum. Corso di arabo moderno, pp.73-74, Torino, Ananke, 1999;
(14) Vito Martini, Grammatica araba, p.26-31, Milano, Cisalpino Goliardica, 1939;
(15) Dr. V. Abdur Rahim, Arabic Course, vol.1, Leicester, UK Islamic Academy-CPI Bath Press, 2005;
(16) Agnese Manca, Grammatica teorico-pratico di arabo letterario moderno, pp. 48-54, Associazione Nazionale di amicizia e cooperazione italo-araba, Roma, 1999;
(17) Eros Baldissera, Arabo. Dizionario compatto italiano-arabo e arabo-italiano. Note di Grammatica araba, p.277, Bologna, Zanichelli, 1994;
(18) Claudia Maria Tresso, Dizionario arabo Italiano-Arabo, p.1336, Milano, Hoepli , 2016;
(19) Luc-Willy Deheuvels, Grammatica araba. Manuale di arabo moderno, pp.43,85, vol.1, Bologna, Zanichelli, 2010;
(20) Giuliano Lancioni, “Struttura profonda del rapporto di annessione nell'arabo parlato di Damasco” in Rivista degli studi orientali, vol.63, Fasc 1/3 (1989), pp.65-79, Roma, Sapienza - Università di Roma, 1989;
(21) Fabrizio A. Pennacchietti, “Stato costrutto e grammatica generativa”, in Oriens Antiquus, XVIII, Roma, Centro per le antichità̀ e la storia dell'arte del Vicino Oriente, 1979;
(22) La costruzione genitiva, http://arabic.tripod.com/GenitiveConstruction.htm
(*) http://allthearabicyouneverlearnedthefirsttimearound.com/p1/p1-ch2/the-idaafa/

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