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martedì 15 aprile 2014

L’affido di Berlusconi e il rischio della solita pagliacciata all'italiana.


La decisione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Milano, per l'affido in prova ai Servizi sociali di Silvio Berlusconi, è stata presa. Dicono che lavorerà in un Centro anziani. La notizia, se fosse solo questa, non avrebbe nulla di strano. Un condannato per frode fiscale che deve scontare un anno ai Servizi sociali ha il diritto-dovere di avere chiarezza nel suo percorso di rieducazione. D'altronde, tecnicamente, quello che conta nell’intera vicenda è che la decisione dei giudici possa dargli la possibilità di realizzare un processo di rieducazione in grado di permettergli di rientrare nella società, essendosi riappropriato efficacemente del ruolo di cittadino in maniera attiva e consapevole dopo aver effettuato una congrua esperienza di riabilitazione. Insomma, è indispensabile che il processo di rieducazione lo trasformi in un nuovo cittadino, differente dal precedente. Ma le cose stanno proprio così? Siamo proprio sicuri che questa attività farà avere alla società un cittadino cambiato al punto di essere il contrario di ciò che è stato? Noi siamo perplessi e nutriamo più di un dubbio. A nostro avviso le cose stanno in tutt'altro modo. La prima cosa strana di questa decisione è che il condannato dovrà effettuare una prestazione di riabilitazione per un solo giorno alla settimana. Troppo poco. A rigore questo tirocinio dovrebbe essere continuo, sistematico e totalizzante per maturare le condizioni di utilità e di efficacia del servizio. Per fare un esempio è come se una persona dovendo imparare una lingua straniera (che prima non conosce) decidesse di frequentare un corso di lingua un solo giorno alla settimana per un po’ di mesi soltanto. Noi sfidiamo chiunque ad essere in grado, in così poco tempo, di imparare quel minimo di conoscenze-competenze-abilità in grado di sviluppare le capacità sotto il profilo dell'ascolto, della comprensione, della lettura, del parlato e della scrittura della lingua studiata. In mancanza di un percorso impegnativo è praticamente impossibile, in pochi mesi, imparare una quantità anche minima di “conoscenze-abilità” e dimostrare di conoscere una lingua straniera (grammatica, pronuncia, sintassi e dettato). Se aggiungiamo poi che starà “sul posto” appena una mezza mattinata a fronte dell’intera settimana è chiaro che l'efficacia della decisione di sostituire il carcere è probabile che non sarà affidabile. Anzi potrebbe essere dannosa. In tutti i manuali di pedagogia e di didattica si afferma che l'apprendimento per essere efficace deve essere serio, impegnativo e approfondito. Quando si progetta un cambiamento dello stato culturale di una persona (dallo stato A a uno stato B differente dal primo) è obbligatorio chiarire quale sarà il processo pedagogico di cambiamento che in ogni caso dovrà essere serio e responsabile. Altrimenti si corre il rischio di trascorrere ore inutili a “far finta” di apprendere. Ne sanno qualcosa tutti quegli insegnanti che per anni hanno tentato di insegnare ai loro studenti l'apprendimento di una lingua straniera, oppure della matematica, della storia, della geografia, etc., con poche ore di insegnamento alla settimana. Se aggiungiamo poi che lo stesso Tribunale gli ha dato la possibilità di trasferirsi ogni settimana per tre giorni (martedì, mercoledì e giovedì) a Roma a svolgere attività politica e di partito (la famosa agibilità), capirete subito che la prevalenza di questa seconda attività sarà non solo predominante ma potrà rendere il suo lavoro di rieducazione nel centro anziani inutile. Noi siamo dell'avviso che la decisione del Tribunale non sia tarata su standard e parametri socio-educativi adeguati, e pecchi di superficialità per non dire che si tratta di un vero e proprio dilettantismo sotto il profilo rieducativo. Ci auguriamo che i Servizi sociali saranno professionali e svolgeranno il loro lavoro non con genericità e faciloneria ma con rigore e grande professionalità. Non vorremmo che alla base di tutto ci fosse, da parte del sistema alternativo al carcere, una vera e propria messinscena volta in verità a coprire la decisione di favorirlo nella sua attività politica. Siamo poi curiosi di conoscere quali saranno in concreto le sue attività di riabilitazione. Quale sarà il protocollo preciso e puntuale di lavoro riabilitativo, quali le finalità e gli obiettivi, quali i mezzi e le attività di riabilitazione e, soprattutto, quali saranno le verifiche di apprendimento, in grado di dare senso e certezza al percorso riabilitativo. Se le verifiche formative e sommative in itinere, a media distanza e finale dell’intero ciclo non saranno adeguate e precise allora la prova della inadeguatezza dell’intero sistema alternativo al carcere saranno così evidenti da poter trarre la conclusione che si è trattato della solita pagliacciata all’italiana.

domenica 13 aprile 2014

Siamo circondati da scriteriati primitivi della politica.


L’Italia del 2014 è un paese in bilico tra la pre-agonia compulsiva della disgregazione dello Stato e la post-agonia rasserenante della normalità del medesimo. Urge una scelta. L’attacco alla distruzione dello Stato è concentrico e proviene da molti ed eterogenei partiti e movimenti politici che hanno motivazioni differenti, tutti però uniti da un collante strumentale basato sull’antieuropeismo del “tanto peggio, tanto meglio”. Mai a mente d’uomo si era vista nella storia della Repubblica una simile concentrazione di fuoco, in Parlamento e fuori nella società, contro la ragione e gli interessi dell'Italia. Fortuna vuole che si è alla fine delle chiacchiere. Le elezioni europee dovrebbero fare chiarezza. Grillo e il suo M5S si trova a un passaggio cruciale della sua breve e deludente esperienza politica. Una percentuale bassa di voti sarebbe per lui una catastrofe. Lo stesso dicasi di Berlusconi e della sua nuova Forza Italia composta da irresponsabili estremisti come Brunetta e Santanchè. Una bassa percentuale di voti li farebbe diventare irrilevanti nel prosieguo della legislatura. Le altre forze politiche rimanenti che corrono in modo spericolato e sventurato verso l’antieuropeismo sono la Lega Nord di Salvini (alleato ignobile del facinoroso e focoso venetismo che sogna tentativi irragionevoli di secessione) e la maldestra coalizione della sinistra radicale italiana composta dalla solita varietà di fauna massimalista e agganciata a quel furbacchione di estremista greco Tsipras che tutto propone tranne politiche ragionevoli. Aggiungiamo la destra neofascista e sociale in Italia alleata da sempre di Berlusconi e in Europa alleata con la impresentabile fascista Le Pen e avremo la sintesi di chi sono i partiti irresponsabili che stanno trascinando la Repubblica nel caos. Tutte queste formazioni sono estremiste, a diverso titolo ma sempre estremisti. Ci sono populisti, marxisti, fascisti, regionalisti nostalgici, xenofobi, secessionisti, rei condannati per frode fiscale e rappresentano il" peggio del peggio". Solo per questo, un elettore equilibrato dovrebbe scegliere i loro avversari, cioè i riformisti. Come sia possibile e logico giustificare il fatto che forze politiche così differenti tra di loro possono legarsi da un patto diabolico e luciferino di essere contemporaneamente contro l’euro e l’UE a noi rimane un mistero. Dall’altra parte, nel campo dei riformisti, rimangono il Pd di Renzi, i centristi di ciò che è rimasto del partito di Monti e il Ncd di Alfano, fuoriuscito dall'ex Pdl di Berlusconi. Non c’è da rimanere ottimisti. Dei residui di ciò che fu il Pci nei tempi passati non parleremo perchè fanno pena. Siamo del parere che i risultati delle elezioni del 25 maggio p.v. non saranno quelli che l'armata Brancaleone populista anti-euro auspica. Se il Pd di Renzi riuscirà a vincere le elezioni con un risultato consistente tutti gli altri si sgonfieranno e mostreranno il vuoto di progetto politico che li accomuna. Una vittoria degli antieuropeisti causerebbe un periodo di instabilità preagonico, portatore di disgrazie collettive. Una loro sconfitta le premesse per una rinascita del paese. Saranno gli italiani a stabilire se lo sbilanciamento sarà favorevole agli irresponsabili populisti anti-euro che pensano al piccolo giardino di casa propria o ai più affidabili loro avversari, capitanati da Matteo Renzi che rimane l’unica pedina valida per migliorare la politica in Italia.

domenica 23 marzo 2014

We have a dream: un Matteo Renzi al Campidoglio.


Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi con la sua personalità e con il suo modo sbrigativo di agire ha creato nel paese una grande attesa per le riforme. Con le sue dichiarazioni azzardate e con il suo piglio decisionista sembra abbia fatto breccia nel cuore degli italiani che sentono parlare da sempre di cambiamenti senza mai vederne l’ombra. Se saprà operare da premier come ha operato da sindaco a Firenze potrà veramente diventare il beneamato premier d’Italia. La consapevolezza che ci riesca è palpabile. Chi invece ha fallito è l’attuale sindaco di Roma Ignazio Marino. Il nostro giudizio su questo Signore è negativo. Ma andiamo per ordine. Cominciamo col dire che siamo profondamente delusi da questo Signore che aveva promesso, più del suo predecessore Alemanno, consistenti cambiamenti nel modo di operare della nuova Giunta capitolina. Ha illuso i cittadini romani che finalmente si sarebbe “cambiato registro” e invece, a distanza di un anno dalle elezioni, si è dimostrato un clamoroso fiasco. Lo diciamo perché avevamo creduto alle sue roboanti promesse di cambiamento e di trasformazione della macchina amministrativa romana. Invece, a parte la pedonalizzazione dei Fori Imperiali, non abbiamo visto nulla. La vita dei cittadini romani è rimasta quella di sempre. Ignazio Marino ha finora fallito su tutta la linea. Perché? Crediamo per due ragioni. Il primo perché è stato sopravvalutato. Aveva fatto credere “mari e monti” e invece è di una mediocrità tremenda. In secondo luogo non ha rispettato gli impegni elettorali perché ha praticamente rinunciato a ralizzare il suo programma di Sindaco e si è praticamente impantanato nella melma della piccola politica romana, fatta di beghe da cortile, di personalismi e di ripicche fra quadri arrembanti del Pd che reclamano quote di potere. Che vergogna. I sindaci di Roma praticamente falliscono tutti perché invece di fare i sindaci si mettono a fare i primi ministri, diventano narcisisti, si ritengono indispensabili e dimenticano che il ruolo di sindaco è quello del “buon padre di famiglia” che deve far funzionare la città e non l’intera nazione. Ignazio Marino è diventato più un vanitoso taglia nastri che l’operatore concreto delle “buone cose”, le quali com’è noto se messe insieme, una dopo l’altra in fila, producono il miracolo del buon funzionamento di una città. Noi siamo contrari alle accuse generiche. Vogliamo pertanto giustificare questo nostro giudizio negativo sulla base dei fatti e suggerire cosa avrebbe probabilmente fatto, a nostro parere, un Matteo Renzi sindaco di Roma come promemoria, dal momento in cui il sindaco Marino l'ha perduto e a maggior ragione perchè la "malattia" sta peggiorando insieme al nostro stato d'animo.
Innanzitutto un buon sindaco è un buon amministratore. Questo è il punto di partenza corretto. E un buon amministratore cerca di risolvere i problemi della sua città poco a poco, con continuità e a piccoli passi. Una pubblicità di alcuni decenni fa diceva pressappoco: quello che c'è di bisogno "non è un pennello grande ma un grande pennello". In sintonia ci sentiamo di affermare: "non grandi problemi ma piccole cose" in grado di soddisfare le esigenze dei cittadini. Non grandi progetti e discussioni sterili sui massimi sistemi ma realizzazione di cose ovvie e banali, sinonimi di buona amministrazione. Ecco un campionario di cose che il sindaco avrebbe dovuto fare e che non ha finora fatto e che, a questo punto, è probabile che non farà mai.
1)Avrebbe dovuto impegnarsi a pulire la città e curare il suo decoro con testarda sistematicità e cura. Ogni cittadino tiene pulita la propria casa come una reggia. Perché il Sindaco della capitale non la tiene pulitissima come casa sua?
2)Avrebbe dovuto assicurare trasporti decenti. Nelle capitali d’Europa i sindaci migliorano con continuità, di anno in anno, il trasporto pubblico ai danni di quello privato, colpendo con efficacia i soprusi degli automobilisti delinquenti che inquinano, che rallentano il traffico di autobus e taxi, che posteggiano in modo ormai ossessivo dovunque. Perché il sindaco Marino non lo fa? E poi si legge addirittura di autisti Atac maleducati, che si rivolgono con insolenza e scortesia contro gli utenti. Cose inenarrabili da far vergognare anche gli sfrontati. Sarebbe obbligatorio un corso di educazione civica e di bon ton per tutti i conducenti di mezzi pubblici, tassisti compresi prima di rilasciare loro l’autorizzazione a condurre veicoli.
3)Avrebbe dovuto proporre e far votare delibere per dare disposizioni affinché tutti i quartieri di Roma sarebbero stati sistematicamente monitorati e controllati per migliorare la sicurezza e perseguire i cittadini prepotenti e malavitosi. Invece c’è totale indifferenza per questi problemi. Come mai?
4)Avrebbe dovuto far funzionare a dovere le municipalizzate (Atac,Acea,Ama) che rappresentano, a detta di tutti i cittadini romani, un vero e proprio calvario e scandalo nella loro esistenza. Non si contano le proteste dei cittadini contro questi veri e propri centri di potere e di favoritismo della città.
5)Avrebbe dovuto evitare il degrado spaventoso in cui versano tutti quartieri di Roma che decenni fa erano bellissimi e invidiati da tutti e che invece adesso sono abbandonati all’incuria, al degrado e, peggio, nelle mani della malavita. L’Oscar a Sorrentino per il film La Grande Bellezza è stato possibile perché il bravo regista ha girato le scene romane esclusivamente in piena notte o all'alba.
Non ci credete? Ebbene guardate cosa succede nelle zone centrali di Roma per le strade la sera tardi: barboni che adoperano le entrate dei negozi come “cuccette dormitorio” e come WC; idioti graffitari che imbrattano muri storici con frasi che dire sceme è un complimento e che macchiano intenzionalmente in modo vergognoso persino le palette dei percorsi degli autobus alle fermate dell’Atac (vedi foto); cittadini screanzati che con provocazione e arroganza posteggiano le loro macchine non solo sui marciapiedi ma addirittura davanti ai passaggi pedonali per portatori di handicap impedendo l’accesso alle loro carrozzine; automobilisti che non rispettano il codice della strada e vigili che osservano le infrazioni senza intervenire; strade importanti piene di spazzatura per terra; stupidi padroni di cani che lasciano le deiezioni dei loro cani sui marciapiedi; e tanto altro ancora. Il degrado di Roma è dovuto in grande quantità all'inazione della polizia municipale della capitale. I vigili, una volta solerti, attivi ed efficaci controllori e sanzionatori degli abusi, sono diventati adesso un corpo di individui nel migliore dei casi estranei al buon funzionamento della città; nel peggiore dei casi addirittura conniventi con i modi di fare aetici di molti loro concittadini. Hanno frequentemente permesso alla parte peggiore della società romana di utilizzare prassi incivili fuori dalle regole quasi sempre senza intervenire. E che dire poi del vero e proprio suq che è stato creato in via dei Fori Imperiali che, nonostante la folta presenza dei nostri beneamati vigili, gli stessi fanno finta di non vedere il degrado e lo stupro della zona del Colosseo, tra l’altro nella stessa area dove il sindaco Marino ha con testardaggine realizzato il suo unico provvedimento. Cosa avrebbe dovuto fare il sindaco Marino? Poche cose.
In primo luogo avrebbe dovuto imporre alla polizia municipale di fare i vigili, cioè di vigilare, controllare e fare contravvenzioni. Invece l'intero corpo di polizia locale si considera piuttosto degli osservatori dell’ONU. In modo metaforico hanno più responsabilità i nostri beneamati vigili che i caschi blu olandesi quando con la loro inazione permisero alle milizie serbo-bosniache il genocidio nella nella zona protetta di Srebrenica. Perchè di questo si tratta: i nostri beneamati vigili permettono quotidianamente il "genocidio" del buon funzionamento della cosa pubblica. Per esempio anni fa ci avevano informato che, con la nuova legge che vietava di utilizzare i cellulari durante la guida, i vigili sarebbero stati irremovibili nell'applicare la norma e avrebbero fatto tante multe, con la "certezza" della perdita di punti sulla patente. Avete visto tutti com'è andata a finire: a ridere. Ogni giorno migliaia di privati cittadini guidano nella capitale con il cellulare incollato all'orecchio infischiandosene della norma. Si è trattato di una vera e propria presa in giro che ha rafforzato l'idea che a Roma tutto è possibile e che i codici di comportamento e le regole prescrittive non hanno alcun valore.
In secondo luogo avrebbe dovuto chiedere a Prefettura, Polizia, Carabinieri, Guardie di finanza e Presidenti di tutti i municipi un progetto concreto di pochi interventi mirati per realizzare in sinergia una vigilanza attiva ed efficace nell’interesse dei cittadini utenti tale da scoraggiare atteggiamenti malavitosi e colpire l’inciviltà dei refrattari alle regole.
Avete mai visto cosa viene depositato vicino ai cassonetti dell’immondizia? C’è di tutto, per la felicità dei Rom che trovano addirittura divani, elettrodomestici e mobili vecchi per i loro campi nomadi. Sarebbe stato necessario un approccio differente da tutti gli altri precedenti sindaci per rendere efficiente la macchina amministrativa e i controlli. Controlli che nella città di Roma non esistono. Imbroglioni, piccoli bulli, furbetti del quartierino regnano incontrastati, padroni della città. Un esempio? Circa il 50% delle superfici degli appartamenti dichiarati dai romani per il pagamento della relativa tassa Ama è falso. Le autodichiarazioni sono tutte arrotondate per difetto con una stima dell'ordine del 25%. E’ come dire che un quarto del bilancio dell’Ama viene colpevolmente lasciato nelle tasche degli evasori. E’ troppo chiedere al sindaco di Roma di organizzare una task force di giovani che, a seguito di adeguati corsi di formazione, potrebbero non solo trovare un posto di lavoro e diminuire la piaga della disoccupazione giovanile ma soprattutto rimpinguare le vuote casse del Comune di Roma adeguatamente svuotate negli anni dalle varie Giunte capitoline per tutt’altri motivi, non ultimi quelli per aiutare gli amici? Si chiama “nepotismo” il fenomeno sociale negativo definito dal vocabolario come la “tendenza dei politici a favorire i propri familiari, e specialmente i nipoti, indipendentemente dai loro meriti”. Per queste ragioni il nuovo sindaco avrebbe dovuto creare uno iato con la logica precedente e realizzare il cambiamento. Ma lo sta facendo? A noi sembra di no. Dicono che sta trovando resistenze al cambiamento. Se così fosse Marino avrebbe dovuto indire una conferenza stampa alla settimana per denunciare tutti coloro che non avessero collaborato e non avessero modificato i loro colpevoli comportamenti di non fare l'interesse generale della città e dei cittadini. Ma l’aspetto più inquietante è quello che si riferisce al fatto che ci si sarebbe aspettato dal sindaco di considerare i cittadini di Roma come i suoi veri “datori di lavoro” e i referenti principali verso i quali avrebbe dovuto dare il massimo di se stesso. Ma né lui, né la sua maggioranza sono stati finora in grado di fare questa rivoluzione di "nuova politica" per i cittadini, contro tutti coloro che non amano Roma e che fanno male alla capitale. Perché la sorpresa è questa: i veri cittadini che vogliono bene a Roma sono quelli che esigono interventi per colpire e stroncare i fenomeni di corruzione e di inciviltà. Viceversa, coloro che affermano che ci vuole buonismo e/o permissivismo sono i veri nemici di Roma. Che pena. E per sgombrare il campo da possibili strumentalizzazioni politiche diciamo subito che l'attuale opposizione di centro destra fa pena come e più dell'attuale maggioranza di centrosinistra, perchè è la stessa coalizione che ha governato malissimo la città con il mediocre Alemanno per cinque anni. Caro Sindaco Ignazio cambi o si dimetta. Abbia la dignità di ammettere che finora il suo è stato un insuccesso di proporzioni notevoli. In ogni caso, visto come Ella sta operando, avremmo preferito che al suo posto fosse stato candidato Nicola Zingaretti. Se ci troviamo nello stato pietoso in cui versiamo è anche colpa sua, ma soprattutto del Pd nazionale e del modesto e limitato Bersani che imposero il dirottamento a tutti i costi di Nicola Zingaretti da candidato al Comune di Roma a quello della Regione Lazio. Un pessimo affare per noi cittadini di Roma. Faccia qualcosa. Si sbrighi! Di sinistra o di destra o di centro poco importa, ma faccia qualcosa per Roma. Copi Renzi e concretizzi la sua azione con pochi obiettivi certi e preventivati, con scadenze precise e controllabili come sta facendo l'attuale Premier. Altrimenti sarà ricordato come uno dei tanti mediocri sindaci di Roma.

lunedì 17 marzo 2014

I sondaggi mentono?


Riceviamo e volentieri pubblichiamo il post di Gigliola Ibba. A questo link l'originale. I sondaggi dicono la verità oppure no? Non proprio, ma presentano la realtà in modo diverso. Abbiamo preso ad esempio l’incolpevole istituto TECNE’ (sondaggio del 13 marzo 2014) che si comporta come gli altri, forse meglio. La prima tabella mostra come dovrebbero essere presentati, mentre la seconda invece mostra come sono presentati nella realtà.L’istituto TECNE’ segnala almeno in parte i non schierati pari a un 49,6%. A voi il giudizio.

mercoledì 12 marzo 2014

Amour, un film calvario per gli spettatori.


Oggi desideriamo parlare di un film, di un grande film, vincitore di molti premi internazionali che definire straziante è poco. Non stiamo esagerando. Il tema è l’amore, la malattia e l’eutanasia. Vogliamo parlarne perché il film è un autentico capolavoro della cinematografia europea che merita attenzione in quanto tratta un tema delicato, complesso e al tempo stesso di scottante attualità. E' stato scritto e diretto da Michael Haneke, noto regista austriaco, ed è interpretato magistralmente dalla splendida coppia di ottuagenari francesi Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Il film lo abbiamo visto due volte e siamo del parere che dovrebbe essere rivisto una terza volta per evitare di dare un giudizio affrettato. Questa recensione è pertanto incompleta e forse poco adeguata. Un vecchio maestro della scuola elementare del mio paese soleva dire che un film dovrebbe essere visto tre volte. La prima volta distrattamente. La seconda volta facendo attenzione a comprendere i particolari della trama e i diversi piani del suo contenuto. La terza per dare un giudizio di valore e nello stesso tempo trovare similitudini ed analogie con altre opere cinematografiche o romanzi letterari che possano permettere riflessioni di un certo spessore. Riconosciamo che il proposito è ambizioso e d'altra parte non mancano seri motivi per parlarne. In rete e sulla stampa c’è molta prudenza a non svelare il finale del film. Spesso si nota una esagerata attenzione a non parlarne troppo, perché il tema è scottante. Comprendiamo che non è corretto parlare di un film e comunicarne il finale a chi non l’ha visto perché si annulla l’elemento sorpresa. Ma ciò che non possiamo accettare è che con questa scusa si nasconde il tema dell’eutanasia volontaria dietro il timore di svelarne la parte finale. Ebbene, noi vogliamo andare controcorrente. Anticipiamo dunque la conclusione che si può trarre dall'analisi del contenuto e diciamo subito che il tema di fondo è la "soluzione" al problema dei malati terminal. Nel caso specifico è l’eutanasia volontaria della moglie (dal greco buona morte) e il conseguente suicidio del marito. Dunque, sfatiamo il fatto che la trama riguarda solo il tema della malattia di un’anziana professoressa di musica in pensione. E’ anche questo, ma non è solo questo. Dopo l’insorgere della malattia il vero filo conduttore del film è la questione della prospettiva di una vita di emarginazione, di solitudine e di sofferenza che prepara alla morte l'anziana donna oppressa da continue afflizioni e con le sue difficoltà fisiche e psicologiche dovute al suo status di anziana ammalata che si trova a vivere gli ultimi anni della sua vita nella società contemporanea. Georges e Anne, questi sono i loro due nomi, con la malattia di Anne, sperimentano cosa significhi essere vecchi e malati in una società che ha abbandonato alla deriva valori e solidarietà per gli anziani al limite della autosufficienza e che fa precipitare sempre più in una spirale di cinismo, egoismo e indifferenza la loro esistenza. Georges ama la moglie Anne. I due fanno una vita da pensionati, come è giusto che sia alla loro età. Il tran tran quotidiano viene purtroppo interrotto dall’imprevedibile ictus che la moglie subisce una prima volta all’inizio della sua parabola discendente e una seconda volta in modo più drammatico a distanza di pochi mesi. Settimane di attesa per Georges, un tempo indefinibile di inferno per Anne. La vita così come l’hanno finora vissuta subisce una virata drammatica in peggio e diventa impossibile vivere come prima. La dignità della donna è messa in discussione giorno dopo giorno. In un crescendo di situazioni sempre più disperate il regista gira le scene con la cinepresa ferma sempre nello stesso ambiente e sui volti dei due attori, in modo statico e monotono, esaltando la precarietà della loro vita. Costretti a vivere in un discreto appartamento parigino che mostra i segni del tempo e del passato i due attori sono bravissimi ad evidenziare stati d’animo che comunicano un trasporto emotivo e un dolore così intenso da paralizzare lo spettatore. Il film, nel secondo tempo, imprime una accelerazione violenta alla relazione fra i due, che fa passare lo spettatore da una partecipazione terza, pressoché estranea e disinteressata, ad un’altra più impegnata in prima persona quasi che la vicenda non interessasse più i due soggetti del film ma noi stessi. La vera forza di questo film è la potenza delle immagini che ci vedono specchiarci nel film come se fossimo noi i veri protagonisti di una vita futura da incubo ineluttabile. L’incalzare degli eventi è così ben calibrato e ben proposto che si passa sempre più da stati di pacata consapevolezza circa il tema della malattia degenerativa a stati di vera e propria ansia dagli sviluppi incerti in cui ci si chiede sempre più frequentemente che cosa potrà succedere di più grave di quello che si è già visto fino a quel momento. Quale sarà il finale? Già, il finale. In rete non ci sono recensioni che dicono come finirà. Tutte le informazioni si mantengono nel vago e nell’indistinto. “L'amore che unisce la coppia verrà messo a dura prova” recita una di queste. Ma che significa che verrà messo a dura prova? Che ci saranno difficoltà economiche per comprare medicine costose ad Anne? Che ci vorranno sforzi notevoli nel seguirla nel suo percorso di ripresa? Non si capisce. Tranne rare e poco conosciute recensioni che fanno cenno alla morte di Anne non c’è quasi nulla di preciso su ciò che sta per accadere alle due figure diventate per noi figure familiari. A Georges ed Anne, non solo ad Anne. Perché il dramma non è solo Anne allettata dalla malattia che la priva gradatamente di ogni facoltà e che la rende sempre più determinata a rifiutare medicine e cibo ma è soprattutto Georges, ovvero colui che appare più integro dei due, almeno nelle sue capacità psicologiche. Cosa passa per la sua mente quando nei rari momenti in cui si siede sulla poltrona e ascolta le note al piano di una registrazione musicale della moglie, in cui i suoi occhi la "vedono” alla tastiera del pianoforte come se l’onda del tempo si fosse fermata? In realtà la durezza, la spietatezza e la raggelante sequenza di idee che sviluppa il copione sono proposti dal regista per arrivare al punto in cui Georges commette l'insano gesto di uccidere per soffocamento la moglie con una lucidità e una determinazione che fanno male, molto male. Il film raggiunge vertici di drammaticità straordinariamente crudeli in cui la scena imprevedibile della morte per soffocamento della moglie fa da sfondo ineluttabile all’unica soluzione possibile, quella di una eutanasia volontaria che liberi la moglie e lui da ulteriori sacrifici insopportabili e, comunque, ormai inutili. Si tratta di 110 minuti di preparazione alla tragedia finale che lasciano in bocca l’amarezza che ci prende per i momenti successivi come se avessimo subito una devastante pugnalata allo stomaco. Sbigottiti dalla scelta del regista di far vedere la sequenza di immagini della morte di Anne siamo costretti a riflettere sull’accaduto per giungere a comprendere che il finale non poteva non essere che quello e quello soltanto: la morte di entrambi per scelta consapevole e concordata. Ci si ricorda a quel punto della scena iniziale del film, all’inizio poco decifrabile e senza senso dei vigili del fuoco che irrompono in un appartamento e trovano una donna anziana tutta vestita di nero morta da tempo in un letto. Era Anne vestita di tutto punto e dolcemente rivestita di petali di margherite che Georges, in un momento di struggente amore per la moglie ormai defunta, le ha comprato dal fioraio sotto casa dopo averla uccisa. Lo spettatore a quel punto è spacciato. Non ha più armi per difendersi dai duri e crudeli pensieri che lo pungono. Si percepisce subito che quel film lascerà su di esso e sulla sua vita futura una impressionante condizione di pessimismo cosmico. Il film introduce a questo punto una discontinuità tra “un prima” e “un dopo” della scena finale. L’interruzione e la rottura della continuità della vita non è tanto la morte di Anne. La sua morte era già stata compresa da tempo e non scombussola per questo. Il break vero e proprio è l’immagine della scomparsa della figura di Georges dalle scene successive che lasciano immaginare un suo gesto ultimo e disperato dopo la morte della moglie. Simona Pecetta, a questo proposito, dice che: "la morte e il morire che per lo più possiamo sperimentare sono il morire e la morte degli altri, di quelli che ci circondano e se la morte, per quanto assurda e imperativa, può essere compresa come condizione stessa del vivere umano il processo del morire, invece, non solo manifesta la fragilità umana, ma ne mette in questione la dignità. L'esperienza del morire dell'altro è allora una domanda che interroga l'uomo direttamente su cosa renda vita una vita. Che lo chiama a comprendere anche l'amore in nuove forme, in insoliti gesti". Avevamo già visto un altro film sull’eutanasia dal titolo Mare dentro, del regista spagnolo Alejandro Amenabar. Il paragone però non regge perché il film di Amenabar del suicidio assistito del paralitico allettato Ramòn Sampedro è prevedibile sin dalle prime scene e avviene con una forma di eutanasia che è attiva e neutra. Qui invece l’eutanasia è volontaria e soprattutto la storia avviene all’improvviso a mo’ di sorpresa. Amarissima ma sempre una sorpresa. Non ce l’aspettavamo. L’omicidio, perché di questo si tratta, è prodotto “a fin di bene”. Anne non può più parlare e dunque non può più vivere. La sua dignità di essere umano raggiunge il punto più basso nella scala dei sentimenti. Ormai nulla ha più senso per lei. Georges comprende che è finita per tutti e due. E dire che alcune scene danno l’idea che tra i due si fosse creata un’intesa che va oltre il non accompagnarla all’ospedale, ma di farla finita insieme, uno dopo l’altra. Sulla sorte di Georges il film non dice nulla. Ma è chiaro che la vita di Georges non ha più alcun senso. Mentre i sottotitoli scorrono sullo schermo nero ci sentiamo confusi, scossi e commossi come se ci avessero dato un pugno allo stomaco. Anzi molti di più e di seguito. E la mente che va per conto suo dove non dovrebbe mai andare: a noi, ai nostri familiari, ai nostri genitori, già morti da tempo e che con questo film sono morti una seconda volta creando di nuovo ferite mai risolte. I ricordi scorrono veloci e le sensazioni prodotte dalla storia di Georges e Anne creano assurdi handicap per il futuro. Il film obbliga a pensare in modo concreto e reale all’eutanasia. In Italia è ancora un tabù. Basti pensare a che cosa è successo con il “caso Englaro”, pallido esempio al confronto del contenuto del film di Haneke. Emanuele D'Aniello a questo proposito conclude la sua recensione del film Amour dicendo: «[...]nonostante tutto lo strazio ed il dolore, la povera Anne guardando vecchie foto capisce che una lunga vita vale la pena di essere vissuta. Certamente e giustamente, non va vissuta la morte».

mercoledì 5 marzo 2014

Giornalismo straccione e cultura internazionale negata.


Siamo alle solite. Per giunta con la recidiva. La stragrande maggioranza dei giornali ha dato la notizia del primo viaggio all’estero del Presidente del Consiglio Matteo Renzi a Tunisi parlando quasi esclusivamente del suo francese non proprio sorboniano e del fatto che abbia pronunciato male un “tweet”. La stampa italiana non cambia mai. I direttori dei maggiori quotidiani e i loro giornalisti sono bravissimi nell'oscurare i fatti politici associati a qualunque viaggio di carattere internazionale effettuato dai nostri premier e a esaltare, viceversa, il pettegolezzo su fatti di casa che li riguardano. Renzi va a Tunisi per sostenere il processo di democrazia e libertà dei cittadini della Tunisia e la stampa italiana che fa? Invece di riportare con precisione la posizione italiana relativa al processo di democratizzazione dei paesi arabi che si affacciano sul mediterraneo informa con dovizie di particolari futili e del tutto inutili che al Presidente del Consiglio "scappa un ginguettio" (La Repubblica) e che il premier si infastidisce con un giornalista italiano per una domanda che paragona l'Italia alla Tunisia (Il Corriere della Sera e La Stampa). Addirittura pochi giornali online fanno vedere un inutile e breve filmato della visita mentre nei rimanenti non si trova alcuna traccia. Un vero e proprio provincialismo italiano che produce come ricaduta una grande ignoranza dei cittadini sui fatti di politica estera per la scarsità di problemi internazionali trattati dai media nazionali e per la pochezza culturale del loro giornalismo. Attenzione poi che questi soggetti dell’informazione sono gli stessi che poi criticano i politici per la loro insipienza, trovando la “pagliuzza” nel loro occhio e non vedendo la “trave” nel proprio. A quando in prima pagina il colore dei calzini del premier di turno e a seguire il gossip sulla sua vita privata?

lunedì 3 marzo 2014

Molta segregazione e poco olfatto.


Brutta storia questa della donna che per ben otto anni è rimasta segregata in un appartamento campano, vivendo senza luce e riscaldamento una vita da incubo. I giornali dicono che è stata segregata in casa dalla madre a vivere con porte e finestre sempre chiuse. La magistratura farà le sue indagini e accerterà le responsabilità. A noi interessa dare una risposta alla domanda: come mai nessuno se ne è accorto prima? È evidente che non è possibile giustificare questo caso alla luce delle categorie di scuse banali e consuete. Un esempio per tutti. L'appartamento si trova in una palazzina al terzo piano, con circa una decina di unità immobiliari. La domanda diventa: perché nessuno ha mai protestato per il cattivo odore dovuto alle pessime condizioni igieniche? Diciamo subito che qui non ci interessano né gli aspetti di cronaca, né gli aspetti relazionali esistenti tra madre-matrigna e figlia-vittima. Ci interessano viceversa i fattori di senso relativi sia alla "morale" dei condomini, sia alla qualità della "vita condominiale" vissuta da questi vicini. Alla prima domanda rispondiamo che sarebbe penoso e immorale la giustificazione che non sono fatti nostri. Molti dicono che c'è una vita privata da tutelare. Peccato che qui tutelare la privacy della madre equivale a sostenere la tesi della connivenza con l'autrice del reato di segregazione. Si, connivenza per non dire complicità. Perché di questo si tratta, almeno a leggere i giornali. Diciamolo chiaramente, i vicini di casa non potevano non sapere. In otto anni saranno successi tanti eventi condominiali in grado di poter dare un'idea di ciò che si verificava in quell’appartamento. Ma l'aspetto più inquietante riguarda le figure forti coinvolte in questa vicenda e cioè il portiere e l'amministratore di condominio. Qui si tocca con mano la tolleranza o peggio il tacito consenso dell’azione scorretta e colpevole dei vertici condominiali nei confronti della condomina madre. In ogni stabile c'è sempre un condomino che si interessa dei fatti condominiali anche quando non esiste la figura formale del portiere. Possibile che costui o costoro non sapessero? E l'amministratore non ha nulla da dire sugli aspetti igienico-sanitari carenti fino all'inverosimile che si deducono dalle maleodoranti stanze in cui era accumulata immondizia da tempo? Ad un amministratore di condominio serio non poteva sfuggire una simile tragedia. Lui sarebbe dovuto intervenire molto tempo prima per far cessare un fatto che non è solo degrado del condominio ma un vero e proprio reato. Codice civile e regolamenti di condominio impongono interventi delle Asl o, in casi limiti, della magistratura. Il Parlamento della Repubblica Italiana l'anno scorso ha approvato una legge di riforma del condominio che è ridicola e poco efficace. Centinaia di deputati e senatori hanno discusso per anni inutilmente di riforma del condominio, partorendo alla fine un piccolo “topolino” di norme che non hanno modificato quasi nulla degli aspetti negativi esistenti in precedenza. Dopo migliaia di ore di discussione hanno cambiato solo alcuni dettagli di pochi articoli e basta. All'amministratore di un condominio avrebbero dovuto dare poteri forti e reali per ridurre considerevolmente il grado di litigiosità della vita condominiale e tutelare più efficacemente gli aspetti igienico sanitari dell’edificio. Invece si è voluta fare una riforma che tutelasse gli interessi delle varie lobbies degli avvocati e degli studi professionali di architetti e ingegneri. Siamo sempre alle solite. Invece di andare incontro ai molti, si permette ai pochi di arricchirsi.

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