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giovedì 29 gennaio 2015

Poca serietà e pirla nelle elezioni per il Quirinale.


L’elezione del Presidente della Repubblica, con il sistema elettorale previsto dalla Costituzione, dovrebbe essere una festa. Mille grandi elettori in rappresentanza dell’intera nazione dovrebbero essere onorati di rappresentare tutti gli italiani in questo evento. In un paese normale i mille dovrebbero sentirsi come in un giorno di festa. Pertanto, non dovrebbe essere difficile trovare un nome tra i tanti su cui far convergere i voti di tutti gli schieramenti. Invece in Italia non è così. Di solito, l’elezione mette in evidenza il peggio della politica e il massimo del cattivo parlamentarismo. Scontri, conflitti, sgarbi, ipocrisie, offese, vendette, regolamenti di conti, insomma di tutto e di più. Unico obiettivo di molti è quello di fare dispetti. L’ultima volta, due anni fa, siamo riusciti a fare la figura dei pirla con i famosi 101 franchi tiratori. Invece di fare i pagliacci nel conservare e nascondere i veri nomi da votare (per non "bruciarli" dicono), sarebbe semplicissimo seguire le seguenti modalità di votazione. Ogni parlamentare nella prima votazione, indipendentemente dalle indicazioni dei partiti, scrive il nome preferito da eleggere sulla scheda. Dopo lo scrutinio tutti i nomi venuti fuori da questa prima votazione sono i soli candidati sui quali decidere tutti insieme. Teoricamente se ogni parlamentare dovesse esprimere un nome differente dagli altri ci sarebbero al massimo mille candidati. Ottima base di democrazia. Da questo momento in poi, ogni votazione dovrebbe prevedere l’eliminazione di metà dei candidati rimanenti. Le votazioni diventerebbero a questo punto una selezione che i mille grandi elettori farebbero per arrivare alla fine alla migliore scelta. All’ultima votazione ci sarebbero solo due candidati. Uno dei due diventerebbe così il nuovo Presidente della Repubblica votato con la partecipazione di tutti. Semplice no? Ma non è così. Lo abbiamo visto l'ultima volta con una figuraccia internazionale che rimarrà incancellabile. Questa volta sarà diverso? Ce lo auguriamo ma diffidiamo, visto l'alto numero di pirla.

mercoledì 28 gennaio 2015

Il giovane favoloso un film diverso e necessario.


Stupore per una pellicola che è al di fuori della logica del nostro tempo. Da un punto di vista cinematografico il film «Il giovane favoloso» del regista Mario Martone è estraneo e lontano mille miglia dai film di azione e di violenza, da quelli comici come da quelli di sesso che siamo abituati a vedere quotidianamente da una cinematografia e una televisione aberranti e perverse. La visione lascia dietro di noi la sensazione del ricordo di qualcosa di lontano, di un mondo conosciuto ma allo stesso tempo caduto nell’oblio e adesso riscoperto con accenti nuovi e per alcuni aspetti disorientanti. Dietro allo stupore c’è poi qualcosa di più dei ricordi d’infanzia, recuperati qua e là nel film con frammenti di versi di poesie che ci fanno rivivere Giacomo Leopardi come un volto amico, conosciuto da sempre, un giovane di cui fidarsi perché compagno di giovinezza. C’è un universo di interiorità che avevamo relegato in soffitta, come si fa con i giocattoli della nostra infanzia, che adesso esce fuori allo scoperto e reclama riflessioni adeguate e considerazioni necessarie dopo la visione del film. Per parlare di Leopardi, del romantico e caro Giacomo, non è possibile escludere dall’analisi i giorni felici della nostra gioventù sui banchi di scuola che, come minimo, ci condizionano nella riflessione del film. Chi può dimenticare il nome Silvia senza avere provato emozioni e trepidazioni a non finire alla sola idea di immaginare un perfetto esempio di bella ragazza della nostra adolescenza possibile solo nei sogni o, meglio, nei versi di un poeta? Questa accoppiata formata da giorni lieti e spensierati della nostra giovinezza e del volto soave della fanciulla Silvia, è la base di una possibile riflessione, incanalata lungo una pista di ricordi e di emozioni che ci coinvolge tutti come spettatori interessati, in grado di suscitare parole sensate di commento del film. Non sappiamo se la nostra riflessione, per molti versi inadeguata, centrerà l’obiettivo. Probabilmente non sarà così perché è di sicuro carente e anche manchevole di una adeguata riflessione letteraria. Tuttavia noi tenteremo lo stesso di proporre il nostro punto di vista su Giacomo Leopardi del film di Martone. Noi non siamo esperti di cose letterarie ma abbiamo il coraggio di tentare una nostra personale recensione. In fondo in fondo si tratta solo del punto di vista di uno spettatore che ha visto il film. Per comprendere adeguatamente il “senso” della proposta cinematografica di Martone è necessario innanzitutto azzerare l’abitudine alla prassi delle visioni dei film contemporanei che normalmente si vedono nelle nostre sale cinematografiche. Qui - come si suol dire in questi casi - “il gioco si fa duro” e non è possibile distarsi né, peggio, fare appello a una filmografia deviante come è quella che purtroppo impera nella nostra contemporaneità. Film come quelli di Martone (ricordiamo anche il precedente “Noi credevamo”, con tutte le sue implicazioni socio-politiche) sono quasi sempre opere cinematografiche attinenti alle nostre esigenze di spiritualità, spesso legate alla dimensione storica della italianità, peraltro ormai ridotte al lumicino da una cinematografia odierna che deborda quasi sempre in volgarità e artificiosità, entrambe estranee al mondo di coloro che hanno avuto in Giacomo Leopardi un esemplare perfetto di poeta e uno stile di vita certamente di alto profilo lirico e pedagogico. La premessa al commento che propongo qui, parte dal presupposto che se si vogliono comprendere le ragioni di questo esempio di eccellente cinematografia è necessario uno sforzo di recupero di memoria degli studi letterari fatti a suo tempo. E forse non basta neanche. Probabilmente è necessario che si possa parlarne in modo più intimo e con sentimento. Altrimenti si fallisce. E, comunque, non è facile lo stesso perché siamo profondamente disabituati a commentare una cinematografia che tocca un gigante, forse un tabù, della nostra cultura letteraria. Qui il mondo di letteratura, di storia e di poesia nel quale la trama si dipana rappresenta una specie di introduzione, come quando si legge un romanzo e all’inizio l’Autore sente la necessità di fare una proposta di avviamento alla storia per spiegarne il senso. Se si riesce, quasi subito si è costretti a identificarsi con il protagonista, un Giacomo Leopardi giovanile ma abbastanza diverso da come lo abbiamo immaginato a suo tempo a scuola, sui banchi della nostra classe, che ci ha visti effettuare all’ultimo anno di studi secondari quel percorso di umane lettere che ha sempre costituito per molti versi l’iniziazione alla cultura e al possesso di un DNA tipico della vera italianità. Per capire un po’ quali potessero essere i presupposti per parlare di questo film, e perché questi e non altri, è necessario pertanto mettere a fuoco gli stati d’animo di Giacomo Leopardi con quelli provati da noi spettatori a proposito di molte scene che producono emozioni e commozione a non finire. Si. «Il giovane favoloso» è un film che turba e mette inquietudine ma che è anche consapevolezza del ruolo che Giacomo Leopardi e la sua poesia hanno giocato nella sua e nella nostra vita, soprattutto durante la nostra età giovanile. Il film produce in noi una sequenza drammatica di successioni di stati d’animo, per alcuni aspetti poco piacevoli ma necessari, con colpi di scena e lunghe pause monotone in grado di farci subire gradevolmente il lento dipanare della sua storia per tutto il lungo tempo della proiezione. Un tempo, lo diciamo subito e chiaramente, che è qualcosa di bello e di gradevole da commentare, come se improvvisamente dopo decenni di torpore avessimo avuto tutto d’un tratto riprovato le piacevoli sensazioni che ci hanno accompagnato nel nostro percorso giovanile di studi letterari prima della maturità. La prima cosa che viene in mente dopo aver visto Il Giovane favoloso è il clima familiare che lo circondò da giovane nella Recanati del suo tempo. Anche nel romanzo “I Buddenbrook” di Thomas Mann c’è una simile situazione iniziale. L'idea della vita di una famiglia di ambiente borghese che ricostruisce le modalità della educazione e della formazione di un giovane figlio interessato agli studi letterari come convincente poeta non è nuova. Ciò che è nuovo è invece la maniera nella quale si sviluppò la sua giovinezza. In ogni caso il clima familiare respirato in età giovanile - così come riprodotto da Martone - rappresenta una vera novità, per alcuni aspetti imprevisti, sulla quale non avevamo mai avuto la possibilità di riflettere abbastanza. Al di là del ruolo della mamma bigotta e dell’educazione puritana organizzata dall’ossessivo padre Monaldo, che furono per lui molto rigidi e nello stesso tempo rigorosi, l’ambiente familiare e del borgo recanatese lo segnò per tutta la vita. Produsse in lui moti di ribellione e stati depressivi di forte intensità ed emotività, rodendolo dal di dentro tra l’altalenante atteggiamento di ribellione e quello di ubbidienza, tra la dimensione rivoluzionaria di guerriglia interiore e l’assoggettamento ai volere del padre, tipica dei figli di quel tempo. Volendoci identificare in lui troviamo che in quei tempi la logica della vita era proprio la sottomissione e non certo la protesta o, peggio, la ribellione. Era cioè scontato e ineludibile che le famiglie dabbene del tempo dovessero comportarsi nella identica maniera in cui si comportarono i genitori di Giacomo in quella Recanati piena di parenti tradizionalisti e conservatori fino al più profondo dell’anima. Era pertanto più che logico che una delle famiglie nobili più in vista di Recanati, consapevole del ruolo sociale che doveva svolgere nel borgo e abbastanza ricca da poterselo permettere, producesse quel contesto sociale e familiare in cui dovette navigare perigliosamente il nostro Giacomo, sventuratissimo eroe letterario e fenomeno di cultura italiana in ascesa. La sua, infatti, fu una famiglia in cui il contrasto tra il suo essere figlio e l’essere anche fratello di due ragazzi della sua stessa età lo fecero diventare l’orgoglio e la speranza della famiglia. Mentre fratello e sorella avevano preso la decisione di accettare tout court la prassi educativa imposta loro dai genitori, Giacomo si rifiutò sempre nelle forme dovute di subire la medesima sorte dei suoi fratelli. Tant’è che nonostante l’impegno di tutti a non far emergere comportamenti inadeguati risultò sempre evidente il contrasto tra il suo essere figlio del padre e l’essere figli dello stesso padre dei suoi fratelli. Nel tempo in cui gli uni avevano fatto propria la logica di quel tempo - che li vedeva impegnati quasi esclusivamente a studiare, a scrivere e a commentare senza distrazioni di alcun tipo - Giacomo, viceversa, ebbe in successione moti di ribellione e subito dopo moti di sottomissione, altalenandoli come ho detto prima senza poterli controllare e ingenerando sospetti. Giacomo aveva percepito da un po’ l’immensa ricchezza culturale che bolliva nel suo mondo interiore e in quella prospettiva avvertiva il possesso di un estro e di una sensibilità nei confronti della natura e della realtà circostante che gli facevano sentire con eccitazione la ricchezza del proprio pensiero e della propria fantasia ingabbiata in una situazione familiare ed educativa purtroppo per lui di tipo repressivo. Il risultato fu che la sua vena letteraria, ancorché essere scontata per quei tempi, venne vissuta da lui con affanno e con rabbia perché si sentiva come un canarino in gabbia. Da qui lo spirito di melanconia e di tristezza che lo perseguitarono per tutta la vita. Mai domo protrasse il lungo periodo dell’adolescenza e l’inizio della maturità tra stati e sensazioni di malessere ma anche di gratificazioni.

Ma melanconia e tristezza diventavano ancora più forti di fronte all’incontro-scontro con la figura materna. Quante volte la mamma lo riprese perché incapace di controllare anche i sui bisogni fisiologici. Il tagliare la carne a tavola con la forchetta la rendevano vendicativa e incontrollata nell’ira e nel sarcasmo più anaffettivo che si potesse immaginare. Giacomo visse il suo deficit fisico con rabbia e sensi di colpa perché dovette accettare lo scontro con il suo malessere fisico a cui si accompagnarono forti e ricorrenti crisi nervose. Queste crisi furono certamente il risultato dell’anaffettività e dalla lontananza della madre nei suoi confronti. In questo il padre, possessivo fino all’inverosimile, cercò di supplire, in parte al ruolo materno, ma senza riuscirvi. Com’è noto il periodo storico in cui Giacomo visse (1798-1837) dal punto di vista letterario fu caratterizzato dalla presenza della corrente del romanticismo e della corrente dell’illuminismo. La prima si proponeva la rivalutazione nei confronti del razionalismo del sentimento, della fantasia, della spontaneità e della soggettività con la valorizzazione della religiosità cristiana mentre la seconda praticamente affermava la supremazia del pensiero e della ragione su tutte le vicende. Ovviamente l’illuminismo è una corrente letteraria che non veniva vista di buon grado dalla chiesa cattolica, particolare di non poco conto questo nella Recanati delle Marche che era territorio governato dallo Stato Pontificio. Giacomo rimane affascinato da questa corrente letteraria a tal punto da scrivere molte lettere a Pietro Giordani, ad Antonio Ranieri e ad altri. Viene molto apprezzato dai letterati dell’epoca per questo suo pensiero nuovo e rivoluzionario. Il padre Monaldo intuisce questa esigenza di libertà di Giacomo e cerca di trattenerlo, fino al punto di impedirgli di fuggire da casa, tenendolo sotto continuo controllo divenendo così un grosso scoglio per i suoi progetti. E’ interessante il fatto che a nostro avviso il regista ha lasciato che fosse lo spettatore a intuire questo duello psicologico tra padre e figlio. In verità non ci sono scene forti e cruente all’infuori di quell’unica scena che lo vede accusato prima dal padre e poi dallo zio. Molto intensa è la scena in cui Giacomo con voce sommessa e controllata manifesta il suo pensiero al padre che nel suo intimo, invece, viene urlato, gridato fino a produrre forti contorsioni muscolari. E’ un suo desiderio quello di urlare il suo pensiero al mondo intero, non certo di ribellarsi al padre perché in lui continua ad esistere la logica della sottomissione, scrupolosa e fedele ai genitori. Il regista è stato molto bravo nel rendere evidente questo dissidio, questa battaglia psicologica tra il sentire una emozione e il volerla comunicare dovendola filtrarla sempre alla luce di una educazione rigorosa e rispettosa dei genitori. Altra immagine cinematograficamente forte è quella relativa al padre Monaldo che si traveste da conducente della carrozza sulla quale, e con la quale, Giacomo Leopardi voleva scappare di casa. Un vero e proprio colpo basso del padre che voleva a tutti i costi tenere sotto controllo tutto ciò che riguardasse il figlio. Gli sguardi del padre Monaldo al figlio Giacomo, comunque, sono e rimangono una costante del film. Si potrebbero discutere molte scene del film, in ognuna delle quali si potrebbe scoprire un pezzo della personalità di Leopardi. Per esempio potente è la scena quando Giacomo sta sfogliando un libro di anatomia in cui sono rappresentati le gonadi. Per la prima volta Giacomo si trova davanti a questa rappresentazione grafica del corpo umano e si sente attraversato da una forte eccitazione che non riesce a controllare, perché è come se avesse avuto conferma dei suoi attributi attraverso questa immagine. Tuttavia la natura è più forte, per cui quando lui scappa e va nel prato è perché ha un forte stato di eccitazione, una vera e propria polluzione. Il padre Monaldo svolge nel film la parte del genitore severo che riesce a tenere tutto sotto controllo, in modo capillare ed assillante. Forte è anche un’altra scena che lo riguarda , quando Giacomo non rientra a casa la sera e il suo amico Antonio Ranieri chiede alla sorella : “ma non è ancora rientrato”? La risposta è: “no, lo aspetto da due ore”. Ranieri è preoccupato, perché nutre un sincero e forte affetto di amicizia per lui. Si preoccupa e lo va a individuare nei bassifondi della città del Vesuvio, in una situazione di degrado tipicamente napoletana. Nonostante venisse deriso perché gobbo, in una città che crede quasi solo ad amuleti e portafortuna, tant’è che la signora che serviva il vino agli avventori a un certo punto gli dice : “ehi, dacci i numeri. Dacci i numeri”. E quando inconsapevolmente Giacomo dice alcuni numeri tra i quali il 96 tutti avvertono che lui è un diverso, che non conosce il mondo della superstizione e nella scena prevale l’aspetto del folclore tipico del luogo. Attenzione però a non credere che lui fosse uno sciocco. Leopardi in precedenza aveva definito i napoletani “popolo di canaglie”, canaglie non solo a livello di popolo ma canaglie in quanto eruditi e intellettuali del luogo, con cui aveva avuto dei problemi e molti diverbi. Dunque, viene deriso, ma è talmente forte in lui il piacere di sentirsi ascoltato e di sentirsi addirittura invitato a declamare qualche verso di poesia che si lascia andare compiaciuto e, per la prima volta, beve e sorride. Sorseggia e brinda ripetutamente senza freni, perchè questo è tipico delle persone timide che quando si sentono a proprio agio in un ambiente a loro favorevole che li sostiene e li accoglie manifestano la propria natura. Un aspetto da rimarcare è che lo stesso Leopardi ogni tanto perdeva le staffe, cioè si indignava ma solo quando qualcuno metteva in collegamento la sua visione filosofica come conseguenza del suo stato fisico. L’accusa che gli si muoveva spesso è la seguente: “voi siete così pessimista perché la natura non è stata generosa con voi”. Lui si è sempre ribellato ed ha sempre respinto con veemenza questo accostamento. Leopardi era pessimista non per il suo stato fisico bensì per la visione che aveva della vita così come da lui narrata alla luce del suo pensiero filosofico. A dodici anni aveva imparato l’ebraico e il greco. Il latino lo traduceva all’impronta, su due piedi. Lui è in corrispondenza con i grandi del tempo esclusivamente filologi tedeschi, che avevano compreso il suo valore.
Quando si parla della “questione Leopardi”, di un uomo infelice nella sua Recanati si dice una verità. E’ vero. Va aggiunto però che Recanati si trova nelle Marche in provincia di Macerata e le Marche a quel tempo facevano parte di quel complesso di territori che dipendevano dallo Stato Pontificio. E la vita nel cattolicissimo Stato Pontificio non era propriamente “illuminista” ma, al contrario, terribilmente reazionaria. C’era ed era palpabile la paura dell’illuminismo, una vera e propria paura che le idee rivoluzionarie francesi potessero arrivare nei territori vaticani e contaminare il popolo. La conseguenza fu un mondo in cui il pensiero era rinsecchito.

Lo stesso padre Monaldo era un personaggio severo e tremendo, che andrebbe giudicato in maniera corretta partendo dal presupposto che era a suo modo un uomo erudito e colto. Era un dotto. Vuole che il figlio sia famoso. Pone tanta fiducia nel figlio ma è geloso della sua grandezza letteraria e in definitiva avrebbe voluto essere lui al suo posto. Monaldo è molto colto, scrive addirittura qualche opera ma si accorge che Giacomo è una luce vivissima e un faro di cultura. Vede che potrebbe diventare la gloria per le lettere e lo incoraggia in tutti i modi. Ha la famosa libreria in casa, frutto di raccolte nel giro di anni perché appassionato che mette a disposizione del figlio per realizzare questo sogno.
Ci sono troppi aspetti nel film che sono suscettibili di ulteriori commenti e approfondimenti. In primo luogo c’è, per esempio, la possibilità di recuperare una traccia del film che attraversa le varie fasi della storia. La prima parte del film è infatti incentrata sull’educazione dei figli. La libreria sta al centro della scena. Questa libreria è importante, è ampia e ricca di testi. I precettori, un abate e alcuni religiosi incaricati di educare, sono le figure esterne di casa Leopardi accreditate come studiosi colti a cui veniva data in mano la formazione culturale dei figli. Si tratta di un gigantesco sistema scolastico riservato e personalizzato che veniva realizzato privatamente in casa, con orari, tempi e modalità inclusive totalizzanti. In secondo luogo la figura materna e il suo ruolo che a un certo punto Giacomo identifica con l’immagine di una statua di pietra che si sgretola improvvisamente, frantumandosi in mille pezzi. Psicologicamente interpretiamo il fatto come la conseguenza di una figura familiare assente nella sua vita affettiva. Chissà quante volte Giacomo è stato colto da stati malinconici per la lontananza della figura materna nella sua vita. Forse la sua dirimpettaia Silvia è stata così altamente idealizzata proprio per l’assenza nella sua vita della figura della mamma. In terzo luogo il ruolo dei fratelli nella sua vita. Il fratello della sua stessa età, e la sorella altrettanto, sono importanti perché Giacomo Leopardi rimase molto unito con entrambi, forse di più con la sorella Paolina piuttosto che col fratello Carlo. I fratelli, più o meno passivamente, avevano fatta propria la scelta educativa e culturale imposta loro dal padre Monaldo, arrendendosi a seguire le regole molto tradizionali che prescrivevano un approccio educativo rigido ma sicuro, da seguire fino in fondo. Solo che Giacomo mal si adatta a questa logica. Nell’assecondarlo con discrezione anche loro attraverso Giacomo cercano di esprimere il proprio dissenso da questo stato di cose ma non hanno né la voglia, né la carica del fratello per andare fino in fondo. La figura dei fratelli è importante perché Giacomo “sente” che loro lo capiscono, comprendono il suo anelito alla libertà e più o meno segretamente lo incoraggiano. E poi la figura centrale del padre oppressivo. Vorremmo citare brevemente anche Teresa Fattorini, la giovane Silvia che, diciamo la verità, nell’economia del film passa inosservata se non per un cenno di solidarietà portato direttamente alla famiglia della giovane con la sua presenza nel giorno del lutto. Eppure Teresa, alias Silvia, lo sappiamo è stata terribilmente importante nella vita di Giacomo. Il rimembrare i giorni passati è stato e sarà sempre uno dei momenti lirici più forti della poesia leopardiana. Il film non tralascia di mettere in evidenza i sentimenti sperimentati dal protagonista. Tuttavia, risulta essere un’opera cinematografica che insiste poco sugli aspetti intimi dell’amore utopistico del protagonista. Alcuni di questi aspetti sono valorizzati nella sua poesia per scelta del regista che forse è interessato di più alla dimensione socio-politica della sua vita piuttosto che ai sentimenti poetici. Da questo punto di vista, il film è disorientante proprio perché affronta temi leopardiani estranei alla prassi scolastica come lo possono essere quelli di tipo più propriamente politici, professionali, epistolari col mondo della cultura. Questo film, contrariamente all’immagine che avevamo del poeta da giovani nella nostra memoria scolastica, descrive una figura contraddittoria, dal carattere fragile e nel contempo forte. Anzi, in alcuni casi appare determinato ed ostinato, tanto da non riconoscervi per niente il Giacomo Leopardi descritto dai libri di letteratura italiana. In tal senso, il film ha sorpreso tutti inducendo il pubblico a percepire per ultimo una immagine di Giacomo Leopardi come quelle di un poeta forte che, fino all’estremo, lotta per cambiare “le regole scomode del suo tempo”.

martedì 20 gennaio 2015

Non è solo questione di erre moscia.


La dichiarazione del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, relativa al non aver ottemperato alla richiesta del Prefetto circa la cancellazione delle registrazioni di alcuni matrimoni gay, non ci meraviglia. Anzi, siamo sorpresi che la “tirata d’orecchi” non l'abbia avuta prima. Qui non è in gioco la libertà di satira. Qui è in gioco il principio delle regole, che impone a un responsabile delle Istituzioni di obbedire alla legge. E' perfettamente inutile che Pisapia si arrampichi sugli specchi cercando di mascherare una vera e propria disobbedienza con il principio che la politica non può essere sottoposta a ordini prefettizi. A parte che c'è da rimanere stupiti del fatto che un sindaco si ribelli a un ordine del governo, affaire peraltro previsto dalle norme di legge, quello che più colpisce in questa squallida vicenda è che Pisapia è un avvocato, cioè un uomo di legge, di quella legge che viene chiamata pomposamente “Scienza del Diritto”. Se i trasgressori cominciano a essere i sindaci, per giunta uomini di legge, vuol dire che siamo messi proprio male. Dove andremo a finire? Al manzoniano avvocato Azzeccagarbugli? Una semplice e logica considerazione. Pisapia è stato eletto sindaco di Milano dalla coalizione politica capitanata dal Pd. L’attuale Segretario del Pd è proprio il Presidente del Consiglio, che è Capo del governo e che impartisce le direttive ai prefetti attraverso il Ministro dell'Interno. Questo significa che Pisapia non solo non riconosce valore fondante all’ordine del Prefetto, ma addirittura non riconosce alcun ruolo politico al governo Renzi? Vuol dire che l’anarchia politica è ormai la norma per Pisapia? E poi, a parte la legge che impone ai Sindaci di eseguire le richieste dei prefetti, giuste o sbagliate che siano, è mai possibile che l'eletto Pisapia reagisca così provocatoriamente con un carica di trasgressione e di ribellismo da estremista? Noi pensiamo che la ragione per cui sta emergendo un “Pisapia anarchico” è più profonda e spiega il perché del suo irriducibile tono di sfida. E cioè che molti politici postcomunisti stiano cercando di costruire, al di dentro e al di fuori del Pd, un raggruppamento contrario al premier Renzi perchè non accettano le regole e soprattutto mostrano un deficit di democrazia sconvolgente. Siamo convinti che ci sia un profondo legame tra i casi Civati, Chiti, Mineo, Gotor, Fassina, Cuperlo & C, nonché con l’ultimo Cofferati e con i residui della vecchia Ditta Bersani. Questo raggruppamento si rifiuta di essere rottamato e vuole ricattare il premier affinché possa essere sfiduciato. Insomma, una vera e propria congiura di palazzo. Noi non siamo convinti dell'operato di Renzi. Lo abbiamo detto tante volte. Ma da questa combriccola di neofurbetti del quartierino Dio ci salvi! Accetteremmo mille Renzi piuttosto che questa brigata di sfocati rancorosi. Se poi l’avv. Piasapia, mostrando realmente il suo vero volto trasgressivo, tenta di nascondere la pericolosità di questi soggetti anarcoidi della sinistra massimalista volta alla conservazione reazionaria della vecchia guardia rancorosa, a maggior ragione il progetto renziano di azzerare i congiurati mostra valore e necessità. Che poi emerga più convincentemente che è necessario mettere mano a un progetto legislativo di legge sui matrimoni gay questo è anche vero. Ma forzare e tirare la corda più del dovuto si rischia di spezzarla. In questa vicenda è necessario che ci sia un equilibrio tra le esigenze della laicità dello Stato e i bisogni della tradizione cattolica del paese. Negare l’una o l’altra equivale a essere insopportabilmente settari. Te capì?

domenica 18 gennaio 2015

Orgoglio e presunzione.


La sconfitta alle primarie del centrosinistra in Liguria da parte di una anonima candidata renziana brucia per l’ex Segretario generale della Cgil. Vorremmo tranquillizzare Sergio Cofferati dicendo che i suoi amici e compagni Fassina, Civati & C. non hanno ancora lasciato il Pd ma hanno già le valigie pronte. Non sappiamo quanto potranno ancora resistere ma sono pronti a farlo: aspettano prima di fare l’imboscata a Renzi e poi tutti a cavallo. Insieme con la filiale di Syriza Italia potranno aspirare a molto di più di un governatorato. Cofferati afferma che dopo la sconfitta alle primarie non può rimanere in un “partito così". Il “partito così" è il Pd e la sua affermazione puzza di presunzione mille miglia ma soprattutto mostra troppo livore perché ha scoperto che la famosa Ditta Bersani & C non è più in grado di assicurare nessuna poltrona agli amici e compagni della prima ora. Scopriamo senza meravigliarci troppo che i Cofferati non sanno perdere alle primarie. Anzi, attaccano dicendo che ci sono stati degli imbrogli. Molto probabilmente avranno ragione ma esistono per questo organi di garanzia che hanno detto la loro confermando la vittoria della sua sconosciuta avversaria. La verità è che è finita la cuccagna del posto garantito, in questo caso a governatore di una regione, in altri a presidente di una provincia, o a sindaco di una città o addirittura a ministro di un governo. Prima la Ditta premiava la coerenza dei Grand commis comunisti, dando loro alti incarichi pubblici che la politica considerava di proprietà del partito. Adesso le primarie hanno scoperchiato la verità e cioè che basta una anonima e ordinaria candidata dello schieramento di Matteo Renzi per battere tutti i tromboni della vecchia classe politica ex comunista. Non è bastato il passa parola della sinistra residuale del Pd per permettere a questo ex condottiero del sindacato della Cgil una elezione facile. Dunque, Cofferati molla. Alla prima difficoltà politica della sua vita, con la strada in salita, si ritira. Sono lontani i tempi dei tre milioni di persone a favore dell’art.18. Adesso è un’altra partita. E' proprio vero il proverbio che dice che “un bravo giocatore si vede quando perde, non quando vince”. Noi crediamo che in questa vicenda abbia vinto la democrazia. Se ci sono le prove di imbrogli si rivolga alla magistratura ma smetta di vestire i panni di Clint Eastwood nei film di Sergio Leone. Il suo caso è patetico e le sue dimissioni saranno dimenticate nel giro di una settimana. Perdere alle primarie è la democrazia, bellezza!

venerdì 16 gennaio 2015

Libertà di espressione o libertà di religione?


L’intervento di Francesco sul “caso Charlie Hebdo” era atteso. Sapevamo che il Papa sarebbe intervenuto. Era nell’aria che avrebbe parlato e detto cose spiacevoli per tutti. E non si è smentito. Con limpida cristallinità ha affrontato il tema e ha irritato entrambi gli schieramenti, mettendo in evidenza che il diritto alla libertà di parola non può non incontrare sulla sua strada i limiti in cui questo diritto si deve esercitare. “E’ aberrante uccidere in nome di Dio ma se qualcuno offende mia madre è normale che io reagisca” . Questo il fatto di oggi e adesso la nostra opinione. C’è in giro molta confusione, molto conformismo e altrettanta ideologia nella posizione del giornalismo mondiale. In modo sintetico e riduttivo possiamo dire che esistono tre categorie di pensiero differenti. Per praticità le chiameremo di sinistra, di destra e di centro. La posizione di sinistra afferma che non debbano esistere limiti alla libertà di satira e di parola. Tutto deve essere consentito anche quella più spiacevole di chi offende nostra madre. La posizione di destra pretende al contrario che ci debba essere una fortissima limitazione del diritto di satira e di parola. A nessuno deve essere consentito di offendere non solo nostra madre ma soprattutto il potere costituito qualunque esso sia. Infine la posizione di centro: a tutti è consentita la libertà di espressione in tutti i campi, salvando il diritto a non essere diffamati nel proprio credo religioso. Invitiamo i lettori a non fare i furbetti. Ciascuno deve riconoscersi in una delle tre modalità di pensiero. Non esiste una “tetrietà”. Si comprende pertanto che la prima e la seconda posizione sono speculari nel trasgredire entrambe la ragione, il diritto e i sentimenti. Nel primo caso si trascende nei diritti esasperando al massimo, col rischio di scadere nella forma animalesca del tutto è consentito. Nel secondo caso si scadrebbe nella dittatura, cioè tutto quello che non piace al potere è vietato. L’ideale è la terza via, quella di papa Francesco che invita vignettisti, anarchici, contestatori di sistema e miserabili di turno a non esagerare, a non oltrepassare la misura, a non superare i limiti della ragionevolezza per non dire della decenza, ad evitare la cattiveria di infierire sui sentimenti più profondi delle persone. In sintesi libertà di espressione e libertà di religione sono entrambi diritti fondamentali. Niente censure, ma niente extraterritorialità alla denigrazione sfrontata, mirata a diffamare anche i simboli e i valori più privati e spirituali dei credenti. Il contrario è una giungla in cui il più forte che ha i soldi costruisce un gigantesco sistema diffamatorio dovuto al principio che chi ha più muscoli comanda. Bel risultato! A proposito, ci dispiace non essere stati presenti alla manifestazione di Parigi in difesa delle vittime. Se fossimo andati avremmo portato la nostra bandiera. No. Non quella italiana, ma quella europea, di colore blu con 12 stelle. Alla faccia dei secessionisti leghisti e dei grillini, sempre più sprofondati nelle buio del nazionalismo e del razzismo.

martedì 13 gennaio 2015

Il giallo del semaforo e il rosso dei politici.


Dopo la oceanica manifestazione pro-Charlie Hebdo di Parigi sentivamo il bisogno di “alleggerire” un po’ la pressione dell’informazione dovuta alla lettura dei quotidiani. Questa mattina ci siamo riusciti. Abbiamo trovato un articolo veramente interessante che avrebbe meritato qualche vignetta satirica alla Charlie. Si tratta della notizia che la Cassazione, con una sentenza che diremmo esemplare, ha stabilito che è sufficiente un intervallo di tempo di tre secondi per il giallo affinché gli automobilisti italiani possano fermarsi al semaforo. Voi direte perché questo numero di tre secondi? E’ molto? è poco? Il fatto è che sembra che molti sindaci di tutte le città del mondo usino abbassare questa soglia di qualche decimo di secondo perché con le contravvenzioni i loro bilanci crescono esponenzialmente. Sembra che il Sindaco di Chicago, abbassando il limite a 2,9 s, abbia fatto incamerare alle casse comunali circa 8 milioni di dollari in più. E noi qui a Roma, come siamo messi? I nostri “attenti e prudenti” automobilisti dell’Urbe saranno preoccupati per questa decisione? Basteranno loro appena 3 s? In condizioni normali si potrebbe fare una discussione seria su queste modifiche. Ma qui siamo non solo in Italia, paese notoriamente semiserio per non dire inaffidabile, ma addirittura a Roma, città manifestamente irresponsabile, dove i controlli sono affidati all’ordine dei vigili urbani, pomposamente chiamata Polizia Municipale, categoria notoriamente spudorata che macina il record mondiale di assenteismo col tasso dell’ 83 % di assenze dal servizio in una sola giornata. La conclusione? Con il loro comportamento da svogliati, l’inaffidabilità dei vigili rende la questione ridicola, assurda e diciamocelo francamente indecorosa. Siamo stati testimoni diretti di un episodio che ci ha riguardato personalmente e che vi vogliamo raccontare perché esemplare. Qualche decina di anni fa in auto a cinquanta metri dal semaforo vediamo scattare il giallo. Immediatamente deceleriamo e ci fermiamo. Appena fermi sentiamo alle nostre spalle il rumore dello stridio di una frenata improvvisa di un’auto che, a momenti, ci stava tamponando. L’automobilista, autore della bravata, tutto irritato si avvicina e urlando dice le testuali parole: «Ahooo! Qua a Roma noi nun ce fermamo cor rosso, e tu te fermi cor giallo? Ahoo! Ma che xxxxx fai»? Questo fu il biglietto da visita che noi avemmo quando arrivammo per la prima volta nella Capitale alcuni decenni fa. Ritornando alla sentenza, Vincenzo Borgomeo osserva che ”questo varrebbe in un Paese “normale” dove i limiti vengono rispettati ed esistono leggi precise sul tema. Da noi invece no: siamo nella più totale anarchia”. Borgomeo mostra troppo stile nel giudicare la situazione anarchica. In realtà a Roma si tocca con mano ogni giorno il grado di inciviltà assoluta della stragrande maggioranza degli automobilisti (per non parlare dei motociclisti), i quali più che anarchici sono anarcoidi, mostrano una notevole dose di intolleranza, di rozzo ribellismo e, fatto grave, sono impuniti. Non per niente l’aggettivo “a mpunito” a Roma è considerato sinonimo di furbetto, ribelle, indisciplinato. In poche parole, non soggetto alla giusta pena perché, a causa del sistema di complicità con chi avrebbe dovuto controllare, riesce quasi sempre a evitare la multa, quelle rarissime volte che viene fatta da un vigile. A quando una legge che licenzi gli assenteisti e gli incapaci che sono stati assunti per nepotismo nella pubblica amministrazione? O anche i politici e i sindacati passano col rosso, infischiandosene dei tempi dei colori dei semafori?

venerdì 9 gennaio 2015

Pubblicare le vignette di Charlie Hebdo.


Timothy Garton Ash, il saggista e giornalista britannico, propone che “tutti i media d’Europa rispondano all’azione assassina dei terroristi islamisti coordinandosi per pubblicare la prossima settimana una selezione delle vignette di Charlie Hebdo assieme ad un comunicato che spieghi i motivi dell’iniziativa”. La vignetta accanto, per esempio, mostra un carabiniere che dice che le loro bare non erano impermeabili. In estrema sintesi Ash propone “una settimana si solidarietà e di libertà, in cui tutti gli europei, musulmani inclusi, ribadiscano il loro impegno in difesa della libertà di parola, l’unico strumento che ci consente di armonizzare la diversità con la libertà”. Abbiamo messo tra virgolette le due frasi originali di Ash che rappresentano bene il senso dell’iniziativa. Desideriamo tuttavia cogliere nella proposta di Ash non una sfida antireligiosa ma la consapevolezza che a nessuno è permesso di ammazzare una dozzina di persone per motivi qualsivoglia, che oggi sono la libertà di satira, domani chissà cos’altro. Certo il problema è più complesso di come possa sembrare a una prima analisi superficiale. Vogliamo dire con estrema semplicità ma anche con franchezza che la libertà di satira non è un diritto attraverso il quale ci si può permettere di scrivere tutto quello che può passare per la mente di un giornalista. A nessuno deve essere permesso di diffamare. Cioè la libertà di idee e di stampa non ha niente a che vedere con la libertà di dissacrare le religioni, colpendole scriteriatamente anche nei dogmi più valoriali e spirituali. La ragione di questa nostra affermazione sta nel fatto che allo stesso modo come il giornalista deve avere la libertà di poter criticare con la satira o con altri strumenti che ritiene più efficaci, esiste lo stesso diritto da parte del criticato di essere lasciato in pace almeno nei valori e nei dogmi in cui crede. Se così non fosse si creerebbe un vulnus, cioè una asimmetria nel campo dei diritti per cui, parodiando George Orwell, potremmo dire che “qualcuno è più disuguale degli altri”. Noi non siamo per una totale libertà di satira. Non siamo neanche per censure, in cui si elenchino temi possibili da altri vietati. Ma questa storia che anni fa il giornale satirico italiano Il Male pubblicò una vignetta in cui la Madonna venne raffigurata nel momento del parto con allusioni blasfeme e profanatrici francamente ci fa vergognare del concetto di libertà di satira che i redattori di quel giornale satirico italiano hanno mostrato divertiti. Possibile che non sia immaginabile che si possano conciliare libertà di satira e libertà di credo religioso? Noi crediamo che sia possibile e che sia immaginabile una intelligente e non volgare satira. Non accetteremo mai gli empi aforismi di Giulio Andreotti quando a proposito dell’assassinino di Ambrosoli, con cinismo tutto romano, disse che “se l’è un po’ andata a cercare”! A nostro parere il commando era formato da volgari assassini, ammalati di mente, falsi mussulmani, che non hanno nulla a che fare con l’Islam. Il problema della satira antireligiosa deve però trovare soluzione nell’autocontrollo e nella sensibilità di chi la fa. Un vecchio e famoso proverbio dice che: “gioca con i fanti ma lascia stare i santi”. Se poi si vuole giustificare l’anticlericalismo, spacciando per satira una posizione ideologica più politica che giornalistica, allora non ci siamo, non ci siamo proprio, perché a nostro parere quest’idea è sbagliata esattamente come il clericalismo. A buon intenditore poche parole.

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