venerdì 15 dicembre 2017

Quando è troppo è troppo: basta con il deficit etico delle Commissioni d’esame.


Ho provato irritazione quando i giornali hanno recentemente pubblicato articoli relativi alla questione degli arresti di docenti accusati di aver truccato i risultati di alcuni concorsi nelle università. Fin da giovane, da quando ho frequentato le prime lezioni all’università, ho sentito spesso parlare di piccoli scandali relativi ai favoritismi che certi baroni universitari hanno prodotto, in virtù del loro potere baronale, per offrire a parenti e amici posti di insegnamento nelle università. Uno di questi scandali, per esempio, riguardò il fatto che, per trovare un posto a un figlio di un barone, fosse stata creata ad hoc una cattedra nell’allora Facoltà di Lettere dell’Università di Messina, il cui insegnamento aveva preso il nome di «Psicologia dell’automobilista». Oltre a questi piccoli fatti, che comunque sono da stigmatizzare e da estirpare, non c’è mai stato nulla di così grave da giustificare l’arresto di alcuni di questi notabili.
Da studente non mi occupavo di politica attiva, anche se ero perfettamente consapevole di vivere un periodo di importanti cambiamenti della società italiana. Erano gli anni dal 1965 al 1969. In altre parole, ho vissuto il cosiddetto ’68 in prima persona, comprese le contestazioni e, in alcuni casi, la violenza degli studenti più ideologizzati, che hanno bloccato la didattica e gli esami. Come studente fuori sede, mi preoccupavo di seguire le lezioni e di studiare. Non frequentavo, pertanto, alcun movimento di contestazione. Anzi, nel 1968 ne subii direttamente le conseguenze, perché più di una volta dichiarai che non accettavo la violenza fisica e psicologica nelle aule dell’università. Inoltre, persi la possibilità di sostenere un esame nella sessione di febbraio del 1969, perché l’università rimase bloccata a causa dell’occupazione.
Le notizie degli arresti di sette titolari di cattedra, alcuni dei quali addirittura di Diritto tributario, e dei ventidue procedimenti di arresti domiciliari nei confronti di altri docenti di Firenze e dintorni mi hanno indotto a rompere il velo di un insopportabile silenzio e a dire la mia su questa squallida vicenda. In particolare, mi soffermerò sulla dichiarazione del presidente dell’Autorità anticorruzione, il magistrato Raffaele Cantone, il quale ha testualmente detto che «negli atenei c’è un deficit etico, per cui è necessario cambiare le commissioni nei concorsi dei docenti». Ha poi aggiunto che «il sistema è diffuso e va dall’accesso al dottorato fino all’abilitazione».
Dunque, se non ho capito male, i media e l’Autorità anticorruzione sono convinti che ci sia un problema di aeticità nel nostro sistema universitario, tanto da far dichiarare senza mezzi termini che le commissioni d’esame, fino a quelle dell’abilitazione, siano inaffidabili.
Dico subito che c’era da aspettarselo ed è grave che le autorità di controllo universitario abbiano abbassato la guardia fino a giungere al limite della connivenza. A questo proposito, affermo che, se responsabilità ci sono state, esse sono tutte riconducibili alla nomina dei componenti delle commissioni che hanno il delicato compito di valutare e giudicare i candidati. Il cancro sta tutto in questo limbo delle nomine delle commissioni, perché, come si dice in questi casi, «sono andati nei posti giusti i vincitori sbagliati».
Sono testimone oculare e responsabile in prima persona di un fatto increscioso accadutomi nei primi anni ’80, che adesso racconterò per dimostrare come si possano evitare intrecci e garbugli simili a quelli commessi dagli arrestati, se si è seri nello svolgimento delle procedure concorsuali.
Come docente di ruolo di scuola media superiore, sono stato in quegli anni nominato dal Ministero della Pubblica Istruzione, a Venezia, componente di una commissione interregionale per gli esami di concorso a cattedre per docenti. La commissione era composta da tre elementi: il presidente, che era un preside di Milano; un docente di ruolo di Brescia; e il sottoscritto. Tutti provenienti dalla Lombardia come prevedeva il bando. Poco prima della prova scritta, i due non si presentarono perché avevano rifiutato l’incarico. La Sovrintendente scolastica del Veneto, regione in cui si svolgevano le prove d'esame, preoccupata per il ritiro di due componenti su tre, la sera prima della prova scritta mi convocò presso la Sovrintendenza scolastica del Veneto, in Riva de Biasio, S. Croce 1299, Sestiere Santa Croce di Venezia, e mi informò che, alla prova scritta, avrei dovuto sostituire il presidente e cavarmela da solo.
L’indomani, durante una fredda e innevata mattinata di metà dicembre, mi presentai prestissimo nella sede della scuola, con largo anticipo, per iniziare le operazioni preparatorie, firmare migliaia di fogli di carta protocollo già timbrati da consegnare ai candidati per la prova scritta e completare tutte le operazioni di verbalizzazione della prova. Alle ore 9.00 in punto, con la collaborazione di decine di docenti sorveglianti distribuiti su due turni, consegnai ai circa 500 candidati, dislocati nelle venti classi dell’Istituto Nautico di Venezia, il testo della prova e lessi a tutti le condizioni di esclusione dalla prova medesima. Tra queste condizioni ne cito una sola, che poi si sarebbe manifestata in tutta la sua importanza durante la prova. Sarebbero stati esclusi dalla prova scritta, della durata di sei ore, tutti coloro che, sorpresi da un membro della commissione a copiare, avessero commesso l’illegalità del plagio.
Alla fine del primo turno di sorveglianza, venni raggiunto nei locali della Presidenza della scuola da una docente sorvegliante che, al termine del turno, mi informò di aver visto alcuni candidati copiare interi brani da libri e fotocopie e che i colleghi destinati al controllo nelle aule, invece di controllare i candidati, controllavano me, affinché non entrassi all’improvviso nelle classi. Irritato e amareggiato da questa situazione, che denotava una doppia immoralità - non solo perché avevo avvertito tutti delle condizioni di esclusione, ma anche perché l’unico controllato tra i presenti ero io e non i candidati - con uno stratagemma colsi di sorpresa, in un’aula, candidati e sorveglianti, contestando a due candidati le irregolarità e criticando l’operato dei sorveglianti. In poche parole, riportai a verbale quanto era successo, allegando i fogli e le coordinate delle pagine del libro da cui erano stati copiati i brani. Dopo aver letto ai due candidati gli addebiti contestati, da me verbalizzati, e aver fatto loro firmare il verbale, li espulsi. Fu una giornata molto faticosa, perché la prova e le relative operazioni di chiusura dei plichi mi fecero rimanere al lavoro fino alle 18.00 circa, senza mangiare e con un solo cappuccino servito in un bicchiere di plastica.
Durante le successive festività natalizie ricevetti la telefonata di una signora che voleva convincermi a firmare una dichiarazione con la quale avrei dovuto smentire me stesso riguardo alle cose scritte nel verbale di contestazione degli addebiti. La signora era la madre di un candidato espulso, che aveva fatto ricorso al Ministero della Pubblica Istruzione per invalidare la mia decisione di espellere il figlio. Tuttavia, le fu detto che le considerazioni presenti nel verbale e l’elenco delle prove esposte formalmente dal sottoscritto erano ineccepibili e schiaccianti, tanto che l’ispettore tecnico preposto fu ascoltato dal dirigente superiore della Direzione Generale del Personale e degli Affari Generali, il quale si convinse a rigettare il ricorso. La conclusione dolorosa fu che i due espulsi non ottennero l’annullamento del mio provvedimento e persero la possibilità di sostenere le successive due prove, pratica e orale.
La morale di questa storia vera, personale e per larghi versi travagliata, risalente a più di trent’anni fa e che non avevo mai raccontato, è semplice: i timori dell’Autorità anticorruzione sono tangibili e maledettamente concreti, ma è possibile porre un argine alla voracità degli immorali mediante la nomina di commissari onesti e consapevoli di svolgere un ruolo di salvaguardia dei criteri di equità, giustizia e merito per tutti i candidati. Se il Ministero della Pubblica Istruzione lo avesse voluto, e continuasse a volerlo attraverso il proprio corpo ispettivo, avrebbe potuto intervenire sempre e in ogni luogo per evitare questi sconci e squallidi commerci.

Support independent publishing: buy this book on Lulu.