venerdì 27 giugno 2014

Il mio trentaduesimo viaggio in Europa: Tirana.


Tiranë (23 Giugno - 26 Giugno 2014)

Sono andato a Tiranë in Shqipëri (in italiano Tirana in Albania) a visitare la "città delle aquile" nella quale scorre il piccolo fiume Lana. La ragione di questa mia visita alla capitale della Republika e Shqipërisë (Repubblica Albanese), culla della civiltà Illirica e terra dalle grandi tradizioni, è dovuta a molteplici fattori alcuni dei quali hanno a che vedere con la mia vecchia curiosità di vedere direttamente da vicino e "toccare con mano" la città che fu di Enver Hoxha, il longevo e inflessibile Primo Segretario Generale del Partito Comunista dell'Albania, definito a suo tempo come il dittatore di uno Stato comunista isolazionista, stalinista e anti-revisionista. In secondo luogo perchè l'Albania ha già presentato la domanda di ammissione nell'Unione Europea.

La Repubblica albanese è la terra dell'eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg e di Ismail Qemali, entrambi leader dell'indipendenza albanese dall'impero ottomano. E' la terra del poeta romantico Naim Frasheri e del linguista e storico Zef Schirò. E' il luogo dove nacquero la religiosa Madre Teresa di Calcutta, cattolica fondatrice dell'ordine religioso delle Missionarie della Carità e del compositore Feim Ibrahimi, nonchè dello scrittore Ismail Kadare. Sono nati in Albania anche l'artista e scultore Odhise Paskali e il premio Nobel per la medicina il biologo Ferid Murad. In questa cornice, il mio interessante ed emozionante viaggio a Tirana, il trentaduesimo nelle capitali d'Europa, è stato per me un viaggio denso di sensazioni e di piacevoli immagini.
Tirana, nell’immaginario politico e sociale di chi come me fu giovane negli anni '60 del secolo scorso, mi è rimasta sempre impressa in mente per la sistematica e martellante pubblicità radiofonica che propose alla radio, sulle onde corte, negli anni della mia giovinezza attraverso la famosa Radio Tirana che, con la voce femminile della lettrice che parlava un eccellente italiano, affermava continuamente che la vittoria finale contro l'Occidente capitalista e nemico del popolo sarebbe stata con certezza della Repubblica Popolare Albanese. Com'è noto le cose andarono in tutt'altro modo. Ed io, oggi, dopo ventinove anni dalla morte di Enver Hoxha, mi accingo a calcare il suolo che fu del più settario comunismo d'Europa. Devo dire che sono proprio curioso di osservare direttamente, anche se dopo oltre mezzo secolo da quegli anni, che cosa è rimasto da vedere di quel mondo sebbene sarà difficile trovare ancora dei simboli del comunismo di quegli anni. Naturalmente non è solo questa la motivazione che mi spinge a fare un viaggio oltre-Adriatico. Come ho già detto sopra l'Albania è uno dei paesi candidati a entrare nell'Unione Europea. E siccome io sono un profondo e convinto europeista, avverto insieme il desiderio e la necessità di conoscere direttamente con una visita il paese che speriamo tutti in pochi anni diventi il ventinovesimo paese della Comunità Europea. Questo diario di viaggio è pertanto il tentativo di evidenziare il punto di vista di un europeo su una città, la capitale, che attende con fiducia e speranza i prossimi anni nella consapevolezza di avere i requisiti attraverso i quali mostrare all'intera Europa le sue bellezze e la genuinità della sua popolazione. Gabriel Garcia Marques ebbe a dire: "la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla". Mi auguro di ricordare bene questo viaggio per raccontarlo altrettanto bene.
Premessa. Dopo avere visitato ben trentuno differenti capitali d'Europa mai e poi mai avrei immaginato che il trentaduesimo viaggio nelle capitali d'Europa mi avrebbe ancora emozionato. In queste numerose visite ne ho viste “di tutti i colori”. Ebbene mi sono convinto che ci sono stimolanti scoperte e interessanti sorprese nel visitare la bella e piacevole capitale della giovane Repubblica non più comunista di Albania. In un certo senso, come scrive Marcel Proust, nel suo eccellente libro capolavoro Alla ricerca del tempo perduto, della Newton Compton Editori, mi sento appartenere a «quelli che si mettono in viaggio per vedere con i propri occhi una città desiderata e immaginano si possa godere nella realtà l'incanto della fantasia». Adesso l'emittente radiofonica albanese non trasmette più comunicati politici, voluti a quel tempo dal suo Segretario Generale compagno Enver Hoxha, ossessionato da una invasione straniera. Adesso Radio Tirana trasmette musica balcanica con connotati turchi ma anche statunitensi che qualche volta ascolto con molto piacere, apprezzando più le attuali trasmissioni di oggi che non quelle di ieri. Dunque ci siamo. Il giorno della partenza per Tirana è arrivato. Stranamente sono agitato. Non dovrei. Eppure sento l'ansia del viaggio che mi produce le stesse sensazioni di sempre, quelle di tentare ancora una volta la sfida di conoscere concretamente, con l'esperienza diretta, il miscuglio di cultura e tradizioni che caratterizzano i cittadini tiranesi attraverso il confronto su molti aspetti della vita. Quali? Il senso civico, il modo di comportarsi davanti a me straniero che non parla la loro lingua ma che tenta comunque di avere con la gente del luogo un approccio concreto, pragmatico e positivo, il rispetto per tutta la gente del luogo, manifestato con sguardi di riconoscenza e/o di gratitudine, di saluto e perché no di amicizia in qualunque occasione possibile della giornata. Un esempio? Sotto un sole cocente il primo giorno di visita verso mezzogiorno vedo cinque persone anziane in Sheshi Sulejman Pasha - una piazza centrale di Tirana situata a metà strada circa tra Sheshi Skenderbej e Sheshi Avni Rustemi, lungo l'asse orizzontale della città - a giocare a domino. A proposito "Sheshi" in albanese significa piazza, sarebbe opportuno ricordarlo perchè sarà una parola molto usata in questo diario di viaggio. Quattro di loro sono seduti sull’erba del prato e uno è in piedi che li guarda con attenzione. Mi avvicino lentamente e mostro di essere sorpreso da un gioco che ho imparato da bambino ma che faccio finta di non conoscere. Chiedo in italiano se posso osservarli giocare per alcuni minuti. Uno dei quattro mostra di conoscere l’italiano e mi dice che stanno giocando a domino e che posso guardare senza problemi. Mi sforzo di apparire molto interessato e con cenni della testa faccio intendere che mi sono appassionato alla sfida. Alla fine vince qualcuno di loro e io faccio i miei complimenti a tutti. In pochi minuti divento la causa della loro curiosità e dico al signore col quale avevo interloquito in precedenza che sono italiano e che mi trovo a Tirana non per lavoro ma per turismo e che mi sto trovando molto bene. C’è mancato poco che non mi invitassero a giocare con loro. Ringrazio con voce grata il signore che mi ha fatto da interprete e con alcuni movimenti delle labbra e delle guance mostro loro riconoscenza per avermi fatto partecipare, anche se indirettamente, al gioco. Grandi saluti strette di mano e attestati di stima concludono il veloce scambio di intesa sul fatto che sono riuscito a interloquire con successo nella comunicazione. A questo proposito mi viene in mente una citazione di Francis Bacon letta in Valter Baruzzi e Anna Baldoni, Le parole chiave della cittadinanza democratica, Milano, Franco Angeli, p.16, che disse: "Se un uomo è gentile con uno straniero, mostra d'essere cittadino del mondo e il cuor suo non è un'Isola, staccata dalle altre, ma il continente che li unisce". Che poi non è altro che l'impegno culturale di tutti noi che viaggiamo sul tema dell'educazione alla cittadinanza come investimento per il futuro democratico dell'Europa. Ecco cosa intendo quando parlo di “approccio concreto, pragmatico e positivo”. Dunque, dicevo che sono al mio trentaduesimo viaggio. Non dovrei essere in ansia per due buone ragioni: l'esperienza accumulata nei trentuno spostamenti precedenti, tutti rigorosamente già effettuati in Europa, e la relativa facilità della visita a una capitale di una nazione piccola, a misura d'uomo, che intende bene come nessun'altra in Europa la lingua di Dante Alighieri. Eppure sento dentro di me che questo viaggio mi segnerà, forse più di altri apparentemente più importanti. Il fatto è che proprio ieri sera ho finito di leggere un libro di un'autrice indigena che è stato una schioppettata alle mie certezze conoscitive sull'Albania e sugli albanesi. Il libro è Il paese che non muore mai, e l'autrice è Ornela Vorpsi, mentre la casa editrice che ha pubblicato il libro è Einaudi. Sapevo che la vita degli albanesi è stata dura negli anni della dittatura comunista di Enver Hoxha ma avevo dimenticato di riflettere che oltre agli uomini, nel "paese delle aquile", hanno vissuto anche le donne con tutto ciò che ne consegue nel difficile rapporto tra una società maschilista e arcaica come fu quella albanese e le donne. La lettura del libro della Vorpsi è stata un calcio sul mento tirato intenzionalmente per fare male. Ne parleremo in seguito. Per adesso mi interessa giustificare perché il viaggio a Tirana. L'Albania ha due aspetti culturali che mi legano a lei. In primo luogo come ho già anticipato prima per Radio Tirana e i suoi annunci insistenti in lingua italiana negli anni della dittatura comunista che coincidono con la mia formazione politica di giovane desideroso di capire come funzionavano a quel tempo il mondo e la politica. In secondo luogo, la macchia dell'italianità fascista durante gli anni dell'invasione militare al paese dell'eroe nazionale Skenderbej. Questa storia dell'invasione di un paese e della conseguente concezione coloniale del regime fascista è sempre stata per me una specie di vergogna personale e nazionale di essere italiano. Da sempre non ho mai potuto soffrire la lotta impari fra un energumeno e un ragazzino. Ho sempre visto l'energumeno come il cattivo e il debole come eroe. Pertanto mi porto dietro questa vergogna che provo quando vado a visitare le città e soprattutto i musei storici delle capitali che hanno avuto la sfortuna di essere stati invasi dall'esercito fascista. Ho già relazionato abbastanza su questa tematica nei miei precedenti diari di viaggio di Lubjiana, Belgrado e Zagabria. E passiamo adesso al viaggio vero e proprio.
Primo giorno Lunedì 23 Giugno. Iniziamo dalla partenza da Roma. Sono le 5.45 quando chiudo dietro di me la porta di casa e mi metto in viaggio. Osservo per la trentaduesima volta il panorama che si presenta ai miei occhi all’alba e lo trovo identico alle volte precedenti. Stessa strada, stesso numero di linea dell'autobus, stessi viali, stessi alberi, stessi gesti miei e del conducente del bus che trovo già pronto al capolinea ancora sonnecchiante. Anche l'aria sembra la stessa e persino il freddo che precede l'alba era come sempre. Sembra che tutto sia uguale da secoli. Anzi, forzando un po' la realtà delle cose sembra che anche il guidatore sia la medesima persona che ha guidato l'autobus della medesima linea tutte le altre volte che sono partito per uno dei miei viaggi. Il suo volto anonimo avrebbe potuto realmente essere la stessa persona di sempre. Appena dopo il sottopasso della ferrovia e alla stessa fermata nella via Ostiense scendo dal bus e inizio il breve tratto di strada in salita che mi porta alla stazione ferroviaria. Quante volte ho trascinato il mio trolley con animo fiducioso per questa salita e quante volte ho pensato alla bellezza dei viaggi e alle magnifiche conseguenze di conoscere luoghi e persone sempre diverse. All’entrata della stazione di Roma Ostiense anche i balordi che dormono la notte all'addiaccio sotto i portici dell’edificio in classico stile mussoliniano degli anni del fascismo, sembrano essere le medesime persone che ho visto quasi sempre nei miei precedenti viaggi. "Chissà come andrà questo trentaduesimo viaggio" mi chiedo sottovoce. Sarà lo stesso dei precedenti oppure sarà diverso? "Chi vivrà vedrà" dicevano i vecchi anziani seduti al bar del mio paese con quell’aria da conoscitori profondi dei misteri della vita. Sono le 6.28 quando timbro il biglietto da 8€ per Fiumicino Aeroporto. Sto muovendomi verso il binario 12 che è da sempre il numero di binario dove transita il solito treno per l'aeroporto. Negli scompartimenti ci sono anche qui le stesse facce di persone che fanno i pendolari. Stessa aria condizionata fredda e incontrollata all’interno delle carrozze.

Mi seggo e attendo fiducioso l’arrivo a Fiumicino Aeroporto. Sono in anticipo. Scendo dal treno e imbocco il tunnel per andare al Terminal T1. Non ho fretta. Devo percorrere tanta strada prima di arrivare alla postazione delle hostess che mi faranno espletare le formalità di rito del check in relativo alla partenza. Ho tutto il tempo di guardare il tabellone degli orari e osservare il via vai della gente nella grande sala dell'edificio. C'è una grande serenità nell'aria e questo mi mette di buon umore. Al gate H18 mi aspetta un aereo della compagnia di bandiera italiana Alitalia delle 8.50 per Tirana. Rapida procedura di assegnazione del posto al check-in e alle 9.20 sono seduto comodamente sull’aereo, lato corridoio, al posto 15C, con il mio smartphone S4 spento e un quotidiano in mano. Il biglietto di andata e ritorno è costato 209 €. Vicino a me si siede un signore anziano albanese mentre l’altro posto vicino al finestrino è occupato dal nipotino che per l’intera durata del volo non fa altro che muoversi con grande eccitazione. Siamo già in ritardo e la coda degli aerei davanti a noi nella corsia parallela a quella del decollo è un po' lunga. Alle 9.40, con venti minuti di ritardo e l'assicurazione del comandante che recupereremo in volo, l’aereo dell'Alitalia lascia Roma Fiumicino e si inoltra nel bellissimo e intenso azzurro del cielo. Dopo un'ora circa di volo con enfasi esagerata il comandante annuncia che siamo arrivati in perfetto orario all'Aeroporto internazionale Nënë Tereza di Tiranë mentre l'aereo atterra sulla pista. Dopo il controllo passaporti, in pochi minuti con il mio bagaglio a mano, un vecchio trolley blu che uso da molto tempo e con il quale ho visitato tante capitali europee, varco l'uscita ed entro nella grande sala dell'aeroporto di Tirana dove trovo un cambiavalute per rifornirmi subito di moneta locale ed essere autonomo negli spostamenti.

Cambio allo sportello della BKT una banconota da 50 euro con 6760 Lek, al cambio di 1€=136.20 Lek. L’aeroporto di Tirana è nuovo e piccolo e in poco tempo nella sala arrivi si è osservati speciali dai tassisti più o meno regolari, presenti nella sala arrivi uno dei quali mi rivolge la parola con insistenza per fornirmi un taxi. La sua sfrontatezza mi irrita e dopo avere risposto con un netto e deciso jo faleminderit (no grazie) seguo l'indicazione "autobusë dhe taksi" ed esco sul piazzale dell’aeroporto per vedere di individuare il bus navetta Rinas pubblicizzato sulla mia guida di viaggio che dovrebbe, per una tariffa di meno di 2 euro, trasportarmi nella centralissima Sheshi Skenderbej a due passi dall'albergo in cui alloggerò. Il motivo per cui non prendo il taxi è che almeno all'andata voglio viaggiare su un mezzo di trasporto pubblico a contatto con la gente comune del luogo. Sono qui proprio per questo. Considero questa fase del mio viaggio molto istruttiva e interessante perchè mi permette di osservare le persone nei loro momenti più autentici e personali. L'autobus ancora non c'è ma arriva dopo dieci minuti circa di attesa, nell'area di sosta situata nella parte sinistra dell'edificio aeroportuale. C'è un caldo afoso per cui mi metto in una zona d'ombra. Provo a limitare i danni della temperatura pensando alla rinfrescante doccia che farò quando arriverò in albergo.

Ma è tutto vano. Il caldo è caldo e a me vengono in mente le parole di Ornela Vorpsi che a questo proposito nello stesso libro di prima nell'incipit dice : «Di polvere e fango è fatto questo paese; il sole brucia a tal punto che le foglie della vigna si arrugginiscono e la ragione comincia a liquefarsi». Frase forte che ben si adatta al caldo di questi minuti relativo al carattere degli albanesi. Vicino a me sulla sinistra sono seduti due signori che parlano in continuazione. Sono così impegnati nella discussione che, sono sicuro, non avvertono il calore trasportato dai raggi del sole. Ornela Vorpsi nello stesso libro dice ancora: «Fortificati da interminabili ore passate a tavola, annaffiati dal raki, disinfettati dal peperoncino delle immancabili olive untuose, qui i corpi raggiungono una robustezza che sfida tutte le prove. La colonna vertebrale è di ferro [...] Siamo in Albania, qui non si scherza». Efficacissime parole per comprendere lo spirito di sacrificio di questo popolo che lo ha portato a superare prove di sofferenza terribili cavandosela sempre da solo. Dominati prima dagli ottomani, poi dai fascisti italiani, infine dai comunisti indigeni, forse i peggiori, hanno attraversato i secoli soffrendo molto ma al tempo stesso affrontando la vita con dignità e coraggio che meritano rispetto e ammirazione.

Mentre faccio questi pensieri l'autista dell'autobus mi chiede se scendo in centro. Avuto il mio assenso con un albanesissimo po (che al contrario di jo, significa si) mi prende il trolley e lo sistema nel bagagliaio. Non mi resta che attendere la partenza che avverrà a mezzogiorno. L'autobus navetta è infatti presente un quarto d'ora prima della partenza perchè parte dall'aeroporto per Tirana Centro in Sheshi Paris a ogni ora della giornata dalla stessa piazzola di attesa che si vede nella foto. Nel frattempo un vecchio signore si siede vicino a me e si mette a leggere il giornale prendendolo dal cruscotto dell'autobus che è evidentemente a disposizione dei passeggeri. Per l'intero viaggio non ha detto una sola parola. Ha letto e basta. Il biglietto mi costa 250 lek, meno di due euro. Lo ringrazio dicendo in albanese grazie, che si dice falemderit, e osservo la sua reazione che mi guarda e mi sorride. Non se l'aspettava ma fa finta di niente. Ha molto lavoro da svolgere perchè deve dare i biglietti a tutti i presenti, saremo circa quindici-venti persone e poi guidare per i diciassette chilometri che mancano per arrivare a Tirana centro. Durante la mezz'oretta circa di viaggio si ferma più volte in punti strategici del percorso. Vedo ai bordi della strada tanti capannoni e piccole industrie che caratterizzano senza soluzione di continuità l'intero percorso. C'è di tutto: ditte italiane di mobili, industrie tedesche di meccanica e società finanziarie francesi. Ci sono due banche pubblicizzate in modo capillare la Raiffeisen Bank e la mia banca Intesa qui chiamata Intesa SanPaolo Bank Albania oltre alla locale Tirana Bank.

L'autobus imbocca la lunga e diritta strada che porta in centro. Nella prima parte si chiama Rruga Dritan Hoxha. Poi cambia nome e diventa Rruga e Durrësit al termine della quale c'è il Museu Historik Kombëtar in Sheshi Skënderbej, destinazione del mio arrivo. L'autobus però svolta improvvisamente a sinistra in Sheshi Paris. Preoccupato che mi allontani troppo dalla meta non faccio in tempo a richiamare l'attenzione dell'autista che questi mi invita a scendere consegnandomi il trolley. Lo ringrazio caldamente e penso non solo all'efficienza dell'azione ma anche alla disponibilità e alla cortesia mostrate. Un vero gentleman. Mi incammino a piedi verso l'hotel che dista un centinaio di metri circa, facendo attenzione a percorrere il selciato dove non c'è il pavè. Arrivo in albergo eccitato dall'atmosfera che respiro soprattutto perchè è situato strategicamente nel centro città. Impiego un po' di tempo alla Reception per capire che l'incaricata è decisa a trattenere la mia carta di identità per ragioni di sicurezza. Prendo atto che il bon ton in questo albergo è sconosciuto.

Acconsento, tanto in borsa ho anche il passaporto. Salgo in camera al dodicesimo piano nella stanza n. 1214 e immediatamente mi rinfresco con una doccia salutare per essere subito in strada a causa dei morsi della fame che si fanno sentire e come! Ho però da fare molte critiche alla camera: il sistema doccia manifesta al bordo del dispositivo dove esce il getto di acqua corrente un pericoloso rivestimento di ruggine e un fastidioso blocco del suo spostamento rotatorio che impedisce di variare l'intensità del flusso d'acqua. Lo dovrò fare presente alla reception. In più lo scarico del water non funziona perchè l'acqua defluisce in continuazione senza poterla bloccare. Mi vesto, cambio biancheria e sono subito in strada. So dove andare. Seneca, a proposito di idee poco chiare, ebbe a dire che: "non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare". A parte il fatto che io so perfettamente dove andare, devo dire poi che il mio non è un vento ma un uragano. Così alle 13.30 mi metto in strada con un caldo asfissiante. Mi trovo nella spiacevole condizione di provare contemporaneamente fame, sete e, soprattutto, caldo. Fortunatamente il ristorantino che ho scelto per pranzare è vicino all’albergo. Devo svoltare subito a sinistra prima della bellissima moschea (di cui parlerò più approfonditamente quando la visiterò) in Sheshi Skënderbej e imboccare Rruga Ludovik Shllaku, avendo alla sinistra il bellissimo edificio in travertino in stile fascista della Bibloteka Kombëtare (Biblioteca Nazionale), superare i giardini di Sheshi Sulejman Pasha e trovarmi all'inizio di Rruga Luigi Gurakuqi. Dopo poche decine di metri, sulla destra, c'è Rozafa. Facile no? Sulla semplice ma efficace guida in italiano di Tirana avevo sottolineato il nome di questo piccolo ristorante albanese vicino all’hotel. Adoro andare a mangiare in piccole trattorie o posti di ristoro per niente lussuosi e ricercati. Fa parte del mio modo di vedere il viaggio quello di consumare pasti semplici e tradizionali lontano da lussi e ostentazioni. Non mi piacciono altresì i luoghi dove si trangugiano panini, self service e hamburger, tipo Mac Donald, ma anche i ristoranti di lusso che esibiscono manie di grandezza. Arrivo un po' accaldato ed entro. Mi aspetto un ambiente tradizionale, vecchio stile albanese e decisamente autoctono. Trovo invece una specie di stanzone con tavoli da pizzeria anonimi, come quelli che si vedono nei festival dell'Unità in Romagna.

Preoccupato che il menu sia troppo commerciale chiedo al cameriere se propongono pietanze tradizionali. Per tutta risposta mi dice che la trattoria serve esclusivamente piatti di pesce e fa anche le pizze. Pesce e pizza mi chiedo come possono convivere? Soffrirò di pregiudizi ma questa miscela, a mio giudizio, non è un buon biglietto da visita. Perplesso da questo accostamento un po' spregiudicato e deluso dal fatto che non posso assaggiare subito qualche pietanza tradizionale di carne della cucina albanese (come per esempio una classica chorba alla gallina e delle famose e squisite salsiccette di agnello alla griglia, che qui vengono chiamate qofte), mi vedo costretto a scegliere per primo un brodetto di pesce che si rivela essere alla fine delizioso e squisito come non avrei mai immaginato. La fame, tuttavia, non è svanita perchè è dall'alba che non metto nulla sotto i denti. Il grande scrittore spagnolo Miguel de Cervantes a proposito di gusto e di salse ebbe a dire testualmente che :"la migliore salsa del mondo è la fame". Ed io in questo momento ne ho a volontà.

Ricordando tutte le parole albanesi che ho imparato a memoria e con grandi difficoltà prima del viaggio, cioè «po, jo, falemderit, ju luten, ne fatni, mirëdita, mirëmbrëma, më falni, nuk kuptoj, mirupafshim» (cioè "si, no, grazie, per favore, mi scusi buongiorno, buonasera, mi scusi, non capisco e arrivederci") richiamo l'attenzione del cameriere con una di queste paroline nella speranza di avere collaborazione per scegliere per secondo un'altra pietanza di pesce, altrettanto gustosa della precedente. Mi suggerisce dei gamberetti alla griglia che sono, mi dico, una pietanza affidabile sul piano della freschezza e difficilmente "manipolabile". Il cameriere mi informa che ha anche dell'ottimo vino bianco italiano che rifiuto perchè il mio scopo è assaggiare cibo locale. Mica sono venuto in Albania per bere vino del mio paese! E visto che il ristorante non ha vino bianco albanese opto per un boccale di birra alla spina del luogo. Il giovane cameriere che mi serve mi porta due spiedini di gamberetti cotti alla piastra, freschi e gustosi. Per apprezzarli di più non prendo nessuna insalata. Una pietanza che è una vera e propria delizia al palato. Devo riconoscere che è veramente gustosa.

Difficilmente dimenticherò il sapore di questo piatto che tra l'altro a me piace particolarmente, per giunta con i gamberetti sgusciati nella parte centrale perchè infilzati nello spiedino di legno e, al contrario, completi di guscio solo nella parte finale della coda. Sono così esaltato che chiedo ancora una insalatina di mare per completare un pasto decisamente piacevole. Il conto è di appena 2150 lek, ovvero 15 euro circa. Mi fermo vicino alla cucina e faccio i miei complimenti al cuoco che li merita tutti interi. Esco dal ristorante convinto che ci ritornerò, sebbene ci siano altri locali che meritano la precedenza prima di fare il bis. Fuori, dall'altra parte del marciapiedi, vedo molti conducenti di taxi che attendono i clienti. Vengo osservato con attenzione ma io mi mostro disinteressato e percepisco subito di non essere più un soggetto interessante per loro. Rientro in hotel per fare un riposino ristoratore. E' da questa mattina che non mi fermo. Tra l'altro in camera c'è il wi-fi che mi permette di collegarmi in rete per vedere siti web di informazione. Questa sera userò Skype per telefonare a prezzi molto contenuti. Alla Reception mi hanno dato il codice di connessione che risulta essere 12tiranahotel12. Il 12 riguarda il piano, mentre tiranahotel è il nome dell'albergo. Ho un'idea chiara dei successivi luoghi da visitare oggi. Devo darmi da fare subito altrimenti non riuscirò a visitare tutto quello che mi sono prefisso di vedere. Tre notti volano via velocemente. Innanzitutto voglio percorrere a piedi l'intero Bulevardi Dëshmorët e Kombit da Sheshi Skenderbej fino a Sheshi Nënë Tereza e osservare tutto ciò che è possibile vedere.

A parte l’ottima guida Tirana e Albania di Benko Gjata e Francesco Vietti, della casa editrice Morellini, l’unica in italiano che in modo semplice ed essenziale permette di avere uno sguardo panoramico sulle principali informazioni relative alla capitale albanese, quattro sono i libri (tre della stessa casa editrice Einaudi e il quarto della Salento Books) che ho letto con molto interesse e che mi hanno permesso di andare più in profondità nella “psicologia” della visita alla bella capitale albanese. Il primo è un libro che ho già utilizzato in precedenza in altri miei viaggi nei Balcani. Si tratta di F.Capitani-E.Coen, A EST Il volto della nuova Europa, Einaudi che è rappresentativo di una tendenza azzeccata di mettere al centro dell’interesse del lettore curioso la psicologia dei nuovi volti dei cittadini delle capitali balcaniche, utilissimo nel comprendere che cosa sia successo in queste due ultime decadi dalla caduta del muro in questa parte dell’Europa. Il secondo e il terzo sono romanzi scritti dall’albanese Ornela Vorpsi. Il paese dove non si muore mai e l'altro, sempre della Einaudi, Bevete cacao van Houten, che sono uno straordinario caleidoscopio della realtà e della vita dell’universo tiranese che mi hanno incuriosito non poco nella visita, mentre il quarto è di Elvira Dones della Salento Books dal titolo Senza bagagli, in albanese Dashuri e huaj. Tra l’altro, nel secondo libro sono descritti in modo seminascosto alcuni luoghi della città che vedono la tredicenne protagonista tiranese del romanzo alle prese con la sbrigativa e scarsamente evoluta visione della vita degli uomini albanesi negli anni ‘80. Non è questa la sede per parlare dei libri citati ma consiglio molto a chi vuole viaggiare in questa bella e piacevole nazione dell’Europa balcanica di leggerli. Leggere libri non ha mai fatto male a nessuno. Dunque è consigliabile, volendo, anche esagerare.
Eccomi dunque pronto a fare una lunga passeggiata nel Bulevardi Dëshmorët e Kombit. Voglio percorrerlo tutto, fino in fondo, oltre il fiume Lana. C'è caldo e pertanto mi metto per quanto possibile sul lato dell'ombra dei palazzi. Sheshi Skenderbej è una bella piazza, ampia, a forma tondeggiante quasi ellittica di verde al centro nella quale spicca la statua equestre dell'eroe nazionale Skenderbej. La percorro sotto il sole spostandomi velocemente verso la parte ovest della piazza dove c'è l'ombra dei palazzi pubblici di colore giallo e ocra. A fianco c'è la moschea Xhamia e Et'hem Beut che mi interessa subito vedere. In verità c'è anche Kulla e Sahatit cioè la Torre dell'Orologio risalente come la moschea a epoca ottomana nell'800. Ma quest'ultima mi interessa meno.

Sono invece attratto come in tutti i miei viaggi a vedere i simboli religiosi delle tre religioni monoteiste con il corollario delle variegate chiese cristiane che affollano il panorama cristiano delle chiese qui a Tirana rappresentate dalle due cattedrali cattolica e ortodossa di cui parlerò in altro momento. Dunque la moschea di Tirana con i suoi affreschi interni. Trovo all'entrata un nugolo di visitatori asiatici tutti indaffarati a prepararsi ad entrare. Con fare deciso mi tolgo le scarpe che sistemo in un armadio aperto e mi avvicino al vecchio custode salutandolo in arabo: "السلام عليكم " che vuol dire "la pace sia con voi". Lui abbandona lo sguardo ai giapponesi e mi guarda incredulo con attenzione. Io continuo dicendogli sempre in arabo "كيف حالك؟", cioè "come stai?". A quel punto mi sorride e mi prende sottobraccio invitandomi ad entrare insieme a lui nella moschea. Il colpo finale per ingraziarmi la sua simpatia è stato quando gli ho ripetuto velocemente i primi quattro versetti della prima Sura del Corano, chiamata "basmala". Probabilmente sono uno dei pochi italiani che si è rivolto a lui in questo modo. Gli chiedo se posso fare alcune foto e subito mi accorda il permesso. All'interno la moschea si rivela veramente piccola con spazi inadeguati per funzioni religiose del venerdì. Tuttavia è gradevole nelle proporzioni e si presenta equilibrata nelle forme e piacevole nelle simmetrie. Ci sono diversi affreschi sulle pareti con alcune iscrizioni in lingua araba come in tutte le moschee del mondo.

Qui nella foto accanto è rappresentato un classico dei due nomi più importanti presenti nella lingua araba. Si tratta sia del nome di Allah (Dio) a destra e sia quello del suo profeta Muhammad (Maometto) alla sinistra. Da notare che la scrittura del nome del profeta Muhammad è nella forma "a castello", con la «mim» in posizione superiore, la «ha» in posizione mediana, di nuovo la «mim» questa volta in posizione inferiore, appena accennata, con la «shadda» sopra la «mim» e alla loro sinistra la «dal». Non dimentichiamo che tra mondo albanese e mondo arabo non c'è mai stato alcun rapporto diretto. La cultura mussulmana dell'Albania (Shqipëria) ha radici che affondano nella dominazione ottomana, cioè turca, che ha imposto uso, costumi, alimentazione e soprattutto religione coranica. Dicono che anche a Skopje e Sarajevo ci siano moschee identiche a quella tiranese. Poi c'è il fattore lingua che è anch'esso legato al mondo ottomano perchè le due lingue (turca e albanese) sembra che siano entrambe "agglutinanti". Ma lasciamo questi dettagli ai linguisti e fermiamoci qui. Dalla moschea all'inizio del Bulevardi Dëshmorët e Kombit ci sono poche decine di metri. Ricordando che il viale è dedicato a fatti storici diciamo che il significato della traduzione è "Viale Martiri della Nazione". Il viale è pieno di bandiere di due tipi: la bandiera nazionale con la doppia aquila nera su sfondo rosso e uno striscione bianco con la scritta I love Camëria che è la parte più meridionale dell'Albania al confine con la Grecia. I pali della luce sostengono una coppia di vasi pieni di fiori colorati che danno un tocco di sensibilità artistica al quartiere che io chiamo l'"Eur di Tirana". Vedo una bella macchia di verde sulla mia sinistra. E' il Parku Rinia una bella isola di verde, con un laghetto artificiale, piena di pensionati seduti sulle panchine, mamme e bambini che giocano allegramente.

In un angolo del parco osservo oggetti strani di difficile interpretazione. Si tratta di tre manufatti in cemento: una stele sulla destra, il tetto di un bunker sotterraneo sulla sinistra e una serie di paletti a forma di scheletro di una casetta nel centro. Si tratta di una specie di monumento alle vittime del comunismo, inaugurato recentemente e vuole essere un monito e contemporaneamente un ricordo affinché i cosiddetti "relitti del comunismo" siano messi al bando come strumenti di negazione delle libertà e dei diritti civili della popolazione. I tre manufatti sono autentici simboli riferiti alle manie ossessive del regime di Enver Hoxha. Tecnicamente dovrebbe raffigurare ciò che qui esistette durante il passato regime comunista: una specie di "Check Point Charlie" come a Berlino. Per l'esattezza si chiama Postbllok Memorial i izolimit komunist. C'è poco da vedere ma se le autorità volevano colpire l'attenzione sui simboli peggiori del comunismo sono del parere che ci sono riusciti. Quella che ho chiamato stele è un pezzo del muro di Berlino donato a Tirana dalle autorità tedesche. Mi viene il desiderio di sedermi su una panchina del parco. Vedo appoggiati sul muretto che cinge una parte del parco tanti libri in vendita da parte di librai dell'usato ma è evidente che non conoscendo la lingua albanese sarebbe inutile comprarne qualcuno. Dall'altra parte del viale ci sono la Galeria Kombëtare e Arteve, cioè la Galleria nazionale d'Arte e l'ex hotel Dajti. Subito dopo c'è Lumi i Lanes, il fiume di Tirana del quale potrei citare una frase di Giorgio Ohnet che nel romanzo Il padrone delle ferriere, Editrice Lucchi, dice: «un tenue filo d'acqua, dagli abitanti chiamato pomposamente il fiume, brillava come un nastro d'argento tra i salici inariditi, dalle foglie tremanti, che pendevano sulle rive». In italiano il fiume si chiama Lana, e più che un fiume sembra un grosso canale di deflusso di acque non proprio chiare, mitigato dalla presenza ai bordi di un manto erboso ben rasato e ben curato che circonda tanti alberelli ricchi di foglie variegate. Le due strade che precedono e seguono il fiume sono dei bulevardi, cioè dei viali, con molto traffico di auto. Si tratta del Bulevardi Zhan D'Ark e del Bulevardi Bajram Curri.

L'occhio in questa zona della città spazia piacevolmente tra prati verdi ben curati, qualche grattacielo con vetrate e bei palazzi in travertino che danno la sensazione di essere all'Eur a Roma. In mezzo a un grande prato verde spicca una specie di enorme piramide di cemento fatta costruire dal dittatore Hoxha. L'enorme costruzione è piena di graffiti, di cui uno enorme con la scritta K65. Tutto sembra essere tranne che il famoso museo che Hoxha avrebbe voluto che fosse per celebrare la grandezza del comunismo albanese. Abbandonata al suo destino di edificio inutile la piramide sembra adesso vivere nell'indifferenza dei cittadini come giusta risposta ai piani irrazionali dell'ex dittatore. Parlare adesso di errori e scelte sbagliate di Hoxha è facile. Non dovette essere facile per niente a quel tempo, viceversa, la vita dei cittadini tiranesi, soprattutto di coloro che per scelta o meno non furono ferventi comunisti. Sarebbe bastato un niente per produrre una tragedia nella vita della famiglia di colui che non si era reso conforme ai propositi del dittatore. Adesso è facile parlare, criticare, disapprovare e biasimare le scelte di Enver Hoxha. E mentre Radio Tirana diffondeva nell'etere i messaggi ortodossi del più "puro" partito marxista-leninista di tutte le "beneamate" Repubbliche comuniste del mondo e durante il tempo in cui il compagno Henver costruiva, come avrebbe detto il rag. Fantozzi, la boiata pazzesca di una piramide enorme in cemento armato per celebrare se stesso, nel frattempo il popolo moriva di fame. Bella commedia e bel teatrino è stato quel comunismo che avrebbe dovuto rendere la vita terrena un paradiso, non c'è che dire. Nel frattempo davanti a me vedo la sede del albanese. C'è un giovane che sosta davanti l'ingresso. Mi avvicino e gli chiedo se può farmi una foto con la mia macchina fotografica. Preoccupatissimo mi dice che non può perchè la telecamera di sorveglianza lo riprende e non vuole correre rischi di essere criticato dal suo superiore. Appena prima nel parco ci sono i busti marmorei di alcune personalità famose albanesi. La più importante forse è quella di Abdyl Frashëri artefice dell'autonomia dell'impero ottomano. C'è anche quella di Naim Frashëri poeta nazionale albanese. Subito dopo si incontra una bella strada, Rruga Ismail Qemali, dal chiaro nome di derivazione turca. A pochi passi il viale sbocca nella bella Piazza di madre Teresa dal piacevole nome albanese di Sheshi Nënë Tereza. Comincio a rendermi conto che Tirana è veramente bella e interessante. Non avrei mai creduto di scoprire una città così piacevole e a misura d'uomo. Sono proprio soddisfatto di avere scelto come meta di viaggio la capitale albanese. Qui tutto sembra costruito e fatto funzionare per rendere la mia passeggiata gradevole, tranquilla e amabile.

Certo vivere e lavorare in una città per un anno intero è cosa diversa dal visitarla per turismo e svago solo per alcuni giorni. Tuttavia se le sensazioni sono così piacevoli qualcosa di serio e affidabile per produrle ci deve essere. Si è fatto tardi e i miei muscoli soprattutto quelli delle gambe reclamano la loro porzione di riposo. Non mi rimane altro da fare se non prepararmi per la cena. Rientro in albergo per rinfrescarmi ed esco di nuovo per mangiare qualcosa. Al tramonto, per l'esattezza alle ore 20.20, sono in strada e sento nell’aria un sottofondo di un canto che percepisco essere l'Adhan, ovvero la preghiera della sera del rito musulmano. Non l'avevo mai sentito prima così nitidamente e melodiosamente nonostante io abbia visitato molte città in cui sono presenti delle moschee di credo mussulmano. Istanbul, Sofia e Nicosia parte turca sono alcune delle città che hanno tradizioni e patrimoni religiosi più o meno forti e vincolanti di rito musulmano. A questo proposito devo dire che per strada non ho incontrato donne col velo e alla moschea centrale di Xhamia e Et'hem Beut in Sheshi Scanderbej non ho visto file di credenti per partecipare alla preghiera dei giorni feriali. Tra l’altro la moschea è molto piccola e sarebbe impensabile fare entrare più di alcune decine di persone. Vero è che altre religioni non stanno meglio. Mi ricordo di una mia visita a Stoccolma alla cattedrale Luterana. Era una domenica e c'era la messa. A parte il vescovo che poi era una donna e altre cinque persone che hanno partecipato alla funzione religiosa non ho visto altri. Lo stesso dicasi a Londra e ad Helsinki. La melodia ascoltata tramite l'altoparlante mi accompagna per un altro po' di tempo perchè girato l'angolo in Rruga e Dibrës c'è il bar ristorante Ulqini, l'unico che nelle vicinanze è in grado di servirmi un piatto di riso. Infatti, ho chiesto ad altri due ristoranti nella stessa via se avessero nel menù del riso. La risposta è stata negativa.

Questa sera non voglio mangiare pesante e un piatto di riso potrebbe essere l'ideale per permettermi una sana digestione. Il cameriere sentite le mie richieste mi suggerisce una supe krem pule, ovvero una zuppa di pollo, del riso pilaf e delle focaccine calde (buke furre) con un krikel e vogel, cioè un piccolo boccale di birra locale alla spina. Il menù è azzeccato. Lo capisco subito dal fatto che a fine pasto mi sento lo stomaco leggero e avverto la necessità e il piacere di andare a dormire. L'unica mia preoccupazione è stata la salsina presente sulla sommità della semisfera di riso. Ne assaggio un tantino e sebbene sia gustosa, per sicurezza, la lascio. Questa notte ho bisogno di dormire profondamente e recuperare le energie. Domani sarà una giornata impegnativa sul piano dello sforzo fisico per visitare tante bellezze artistiche. Ho mangiato quasi tutto il pane. E' veramente squisito. Pago con piacere 410 Lek, cioè 3,50 euro circa e faccio i complimenti al cameriere pregandolo di ringraziare il cuoco per avermi permesso di mangiare ciò che desideravo. Le due focaccine di pane albanese poi erano così calde e squisite che sono del parere che hanno collaborato molto per migliorare il mio umore serale. Il classico faleminderit è il minimo che possa dire al cameriere.
Secondo giorno Martedì 24 Giugno. Oggi devo fare molte visite a luoghi d'arte e di cultura della città. Sono molto irritato con l'impiegata della reception perchè ieri pomeriggio, al mio rientro in camera, ho trovato che il tirante dello scarico dell'acqua del water era completamente rotto. Ho dovuto telefonarle più volte per farmi mandare in camera un uomo "tutto fare" che ha dovuto sferragliare non poco per risolvere il problema della perdita incontrollata di acqua dallo sciacquone.

Se aggiungiamo che il rubinetto della doccia da dove fuoriesce il flusso dell'acqua è arrugginito, che alla reception la stessa incaricata mi ha rifiutato una mappa di Tirana (fornita gratuitamente dalla reception di qualunque hotel d'Europa) con la scusa che in quel momento non ne avevano una a portata di mano, costringendomi ad acquistarne una copia in libreria e valutato il fatto che avevo chiesto una camera che desse su Sheshi Skenderbej e mi sono trovato viceversa con le finestre rivolte nella direzione esattamente opposta e, considerato il fatto più grave, che mi ha letteralmente sequestrato in modo sfrontato la mia carta di identità per vaghi e inaccettabili motivi di sicurezza dopo aver pagato l'intero pernottamento tutto in anticipo, penso che la direzione dell'hotel si sia assunta la responsabilità di una gestione allegra che definirei come minimo intollerabile. Comincio a pensare che dovrò protestare per questo atteggiamento che denota grave mancanza di professionalità. Chiarisco che l'eventuale protesta avrebbe carattere esclusivamente educativo, perchè desidererei che ciò che è accaduto a me non accadesse anche ad altri futuri clienti. Deciderò cosa fare nei prossimi giorni. Adesso mi preme fare mëngjes, ovvero colazione, con latte, miele, pane, burro, marmellata e caffè. A colazione non mangio molto la mattina. Inoltre ho sane abitudini alimentari che mi impongono di mangiare cibi locali naturali in grado di farmi apprezzare i prodotti della tradizione autoctona. Una tazza di qumësht ngrohtë cioè di latte caldo, un cucchiaio di mjaltë, cioè di miele, due fette di pane (bukë) casareccio imburrate leggermente in superficie e coperte da un cucchiaio di bollokim, cioè di marmellata locale e un kafe espresso macchiato finale con sheqer (zucchero) non si può chiamare una pantagruelica colazione in grado di sopravvivere a climi impossibili e/o per un'intera giornata. Il fatto è che io, come si suole dire, non mangio per saziarmi con la quantità. Sono del parere, viceversa, che è necessario mangiare per nutrirsi in qualità, con la netta consapevolezza che una vita piena e corretta considera il mangiare e il bere come fame e sete di gioia. Piuttosto che ingurgitare cibi preconfezionati e commerciali preferirei digiunare. La giornata si presenta bene, con una temperatura più decisamente accettabile di ieri. Come inizierò questa mattinata di visite? Per prima cosa voglio gustarmi con calma e attenzione Sheshi Skenderbej. Sotto la luce mattutina la piazza sembra più bella del pomeriggio di sole abbagliante di ieri.

Vedo numerose macchie di verde dislocate in posti differenti della sua superficie e durante le prime ore del mattino vedo offrirmi una piacevole zona d'ombra, proprio nel centro della piazza a ridosso del Teatro dell'Opera lungo la quale mi posiziono. Di fronte a me sulla destra vedo il Muzeo Kombëtar e tre vie importanti che convergono nella piazza. Da sinistra a destra sono: Rruga e Durrësit, Rruga e Kavajës, Rruga e Çamëria. Alcuni edifici della piazza ospitano Ministeri statali con le facciate dipinte di giallo e ocra e presentano la bandiera nazionale rosso-nera con l'aquila bicipide come stendardo riconoscibile dalla doppia aquila. C'è un intenso via vai di persone nella piazza che è interessante osservare. Svettano su tutti nella piazza le due punte del minareto e della Torre dell'Orologio sebbene alle spalle fa sentire la sua supremazia nell'altezza un grattacielo di vetro. Il profilo dei vari pilastri del Teatro dell'Opera appare in tutta la sua maestosità. La statua equestre di Gjergj Kastrioti Skënderbeu, in italiano Giorgio Castriota detto Scanderbeg, troneggia al centro del prato mostrando possente audacia e notevole fierezza. Non potrebbe essere diversamente se si pensa alle incredibili vittorie che l'eroe nazionale albanese registrò a suo tempo nei confronti dell'esercito ottomano. Gli albanesi hanno di che essere orgogliosi di questo loro grande condottiero che per tredici volte inflisse all'esercito ottomano delle sonore sconfitte, mettendo in crisi ben due sultani. Dalla mia posizione situata davanti al Bar Kafe Opera vedo un giardiniere che sta innaffiando l'erba del parco. Noi non ci pensiamo mai, ma questa categoria benedetta di lavoratori è indispensabile per rendere belle e accoglienti tutte le città del mondo. Anche Tirana non fa eccezioni e guardo con gratitudine al lavoro del giardiniere. All'entrata del teatro vedo la locandina che pubblicizza per i giorni dal 27 al 29 giugno tre serate di balletto dal titolo Coppélia. Peccato che in quelle date io non sarò più in città. Alla fine dell'edificio c'è la Libraria Adrion, cioè la libreria internazionale Adrion nella quale ieri pomeriggio ho comperato la mappa di Tiranë e all'angolo il Pallati Kultures, ovvero il Palazzo della Cultura di Tiranë. Scrivo correttamente il nome della capitale con la «ë» finale sormontata dalla dieresi per ricordare a me stesso com'è difficile scrivere questo carattere con la tastiera del computer. Tra l'altro noto che la dieresi è presente esclusivamente sulla vocale «e» e non anche sulle altre.

Non conoscendo la lingua albanese non posso andare oltre questa banale osservazione. Subito dopo il Pallati Kultures, girato l'angolo in Rruga Ludovik Shllaku, c'è la Biblioteka Kombëtare situata nell'edificio dell'Istituto di Cultura Italiano. Sono incuriosito. Salgo gli scalini ed entro nella sala centrale della Biblioteca Nazionale che si trova al primo piano. Entro per curiosare un po'. Faccio qualche ricerca bibliografica di libri italiani per tastare un po' la dotazione libraria. Alla lettera «F» trovo diversi manuali e classici di fisica in italiano e in albanese che risalgono a molti anni fa. La disposizione degli armadi e la collocazione delle schede mi ricordano in modo impressionante il periodo giovanile dei miei studi universitari, quando in locali identici a questi nella mia Università ho affrontavo approfondimenti di studio con libri impossibili da trovare nelle librerie. Tutto mi ricorda il tempo passato. Lo stesso odore delle schede ingiallite dal tempo o la scrittura a inchiostro nero con pennino sulle schede medesime mi riportano per alcuni istanti agli anni della mia giovinezza. Ricordandomi che non sono qua per ricordare il passato decido di iniziare il secondo punto del mio programma di viaggio della giornata, riguardante la visita alla parte nord del centro città. L'obiettivo è percorrere l'intero Bulevardi Zogu I fino alla stazione ferroviaria, dare uno sguardo al mercatino ortofrutticolo locale che si trova lì vicino e ritornare di nuovo al punto di partenza dove mi trovo adesso percorrendo la strada parallela a Bulevardi Zogu I in senso inverso, che si chiama Rruga e Barrikadave. Il viale intitolato a Zogu I è pieno di negozi, uffici, farmacie e locali di servizio pubblico e privato. Sembra una normale strada commerciale molto frequentata simile a qualunque città europea. A metà percorso vedo il reparto di Ginecologia di un piccolo ospedale. Pullula di giovani mamme in stato interessante. Sono molte donne col pancione ed io vedo questo gruppo di giovani "mamme in attesa" con tenerezza, simboli di fiducia nella giovane Repubblica albanese e con la speranza che il loro futuro e quello dei loro figli possa essere sempre migliore del presente. A pochi passi c'è una farmacia. Guardo l'insegna e noto che c'è scritto «farmaci». Probabilmente si sono dimenticarti di aggiungere la vocale «a» oppure in albanese si chiama proprio così, senza la «a». La domanda è lecita perchè ho visto altre farmacie in cui il nome apposto nell'insegna è proprio farmacia.

Rimango col dubbio e nel frattempo arrivo alla fine del viale. Il Bulevardi Zogu I incrocia qui Rruga Reshit Petrela, una via a grande scorrimento di auto. La zona è molto commerciale, è piena di negozietti e uffici e c'è molto movimento. Cerco di fare attenzione nell'attraversare la strada. Tento di trovare l'insegna della stazione ferroviaria e invece trovo un cartello che mi indica la direzione. Devo proseguire diritto ma io non vedo alcuna sagoma di stazione ferroviaria davanti a me. Comincio ad avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Non vedo alcun profilo di stazione ferroviaria da nessuna parte guardi. Di solito l'edificio è grande e visibile. Qui invece c'è una specie di piccolo cantiere in cui ai bordi ci sono cumuli di terra e di pietre. Vedo una piccola stradina non asfaltata che scende in un piccolo avvallamento del terreno. Sulla mappa è una piccola strada secondaria chiamata Rruga Karl Gega. Mi chiedo chi fosse stato questo signore al quale è stato dato il nome della via della stazione. Vengo a sapere che in realtà fu un ingegnere viennese che ha costruito molti tratti ferroviari nei Balcani, in Transilvania e nello Stato Austro-Ungarico di allora. Dunque, ci siamo. Ma dov'è la stazione? Il dubbio viene sciolto quasi subito perchè all'inizio della zona dove si trova questo cantiere di costruzione vedo una specie di capannone abbandonato. Mi avvicino e con mia grande meraviglia scopro che è proprio ciò che rimane dell'entrata della stazione ferroviaria di Tiranë.

In pratica la stazione ferroviaria non esiste più. Lo scorso anno, nel 2013, ha cessato di esistere. Che pena. Un pezzo di storia, di cultura e di tradizione si è praticamente volatilizzata, come mezzo bicchiere di raki albanese lasciato evaporare all'aria aperta. Che delusione. Io che ho sempre visto le stazioni ferroviarie come uno dei luoghi simbolo delle città, prendere atto che di colpo si è cancellato un pezzo di memoria storica della cultura di questa città mi rende triste e malinconico. Nella mia guida, gli autori Gjata e Vietti scrivono a questo proposito delle belle parole che desidero riportare qui a futura memoria: «L'attuale stazione pare infatti essere rimasta dai tempi del socialismo piccolissima, con un'atmosfera da piccolo centro di campagna, le destinazioni e gli orari dei treni ancora scritti a mano, su grandi pannelli di legno dipinti a pennello». Avrei voluto vederli questi cartelli vergati da un pennarello e una calligrafia d'altri tempi. Ormai, purtroppo, non esiste più nulla di tutto questo. L'oblio si sta impadronendo della sua ex esistenza e fra non molto tutti avranno dimenticato la realtà di questo luogo capolinea di treni e speranza di viaggiatori. In molte occasioni della mia vita sono spesso arrivato tardi. Per esempio ho deciso di viaggiare e scoprire pezzi di Europa che non conoscevo come simboli di passate civiltà o di regimi dittatoriali tardi, ed ora arrivo in ritardo anche qui. Mogio mogio mi sposto all'entrata della stradina che porta al mercato. E' parallela a Rruga Karl Gega. Si chiama Rruga Skender Kosturi. Dunque per intenderci chiamerò questo luogo mercato Kosturi per distinguerlo dall'altro più importante, chiamato Pazari i Ri di cui parlerò successivamente. La stradina è molto stretta ed è fiancheggiata da entrambi i lati da piccolissime baracche piene di frutta, verdura, prodotti per la casa e per la cucina nonché abbigliamento povero di tutti i tipi. C'è di tutto. Percorro la stradina sia all'andata e sia al ritorno. Si trova di tutto.

Vestito con un abbigliamento comune osservo con discrezione ciò che viene proposto sulle bancarelle. Un signore sui settanta anni si avvicina e mi chiede se voglio essere aiutato per avere perduto la strada. Gli rispondo in italiano dicendogli che non mi sono perduto e che anzi sono interessato a vedere il mercato e tutto ciò che lo circonda. Aggiungo che avrei voluto vedere anche la stazione dei treni. Mi batte la mano sulla spalla e mi dice che gli italiani sono sempre simpatici e gentili. Mi informa che la stacion treni non è più attiva e sarà totalmente abbattuta. Sempre in un buon italiano mi dice che la ferrovia non riusciva più a espletare il servizio ferroviario per ragioni economiche. La municipalità ha pertanto deciso di sacrificarla per ampliare il mercato. Ci salutiamo amichevolmente con grande simpatia. Gli odori delle piantine di origano e di altre erbe aromatiche essiccate che vedo in un piccolo box sono straordinari. Le piantine sono così differenti e variegate che mi confondono. Oltre all'origano ci sono la maggiorana, la lavanda, il rosmarino e forse il timo. Il resto non lo so. E' inutile chiedere alla proprietaria tanto non parla italiano e io non capirei nulla in albanese. Tanto vale passare oltre. Scatto diverse foto. In alcuni casi chiedo il permesso che mi viene accordato. Non vorrei che si offendessero per conseguire un risultato ottenuto con poco rispetto ai danni delle persone e delle loro tradizioni.

Nonostante l'estrema modestia e inadeguatezza sotto il profilo sanitario l'intera struttura del mercato permette a molte persone di acquistare prodotti importanti e appetitosi a prezzi veramente economici. La prova mi viene data dal banchetto dove vengono cucinati alla brace salsiccette tradizionali di carne, chiamate qofte zgare, e anche i più conosciuti wurstel. Da notare che queste salsicce vengono servite in panini nei quali viene messa una salsina di yogurt con strisce di peperoni verdi. Il richiamo è fortissimo a causa dell'eccellente odore del fumo dovuto alla cottura della carne. C'è nell'aria un profumo di carne cotta alla brace da far venire l'acquolina in bocca e, se non fosse che per le mie abitudini siamo fuori orario per una colazione aggiuntiva, a quest'ora ne avrei mangiati a sazietà. Vuol dire che le assaggerò successivamente quando visiterò l'altro mercato, quello più grande e centrale, che si trova nei pressi della rotonda in Sheshi Avni Rustemi, vicino all'altra moschea Xhamia e Kokonozit. Ritorno sui miei passi attraverso la stradina di Rruga Skender Kosturi per continuare la mia visita. Prima di imboccare Rruga e Barrikadave vedo il logo italiano della Veneto Banca. Anche questa strada è piena di negozi e in molti appartamenti fervono lavori di ristrutturazione, segno questo di una ripresa economica che fa dell'Albania un paese in cui il PIL cresce a ritmi elevati. Qui non c'è recessione come in Italia ma sviluppo e occupazione. Lungo il mio giro vedo sul lato destro il liceo chiamato Gjmnazi "Sami Frasheri". Sono tentato di visitare l'atrio e la biblioteca ma il custode mi impedisce l'entrata perchè ci sono in atto gli esami. Rruga e Barrikadave si dimostra essere meno lunga di quello che pensavo. Quasi senza accorgermene mi ritrovo all'inizio di Rruga Luigj Guraquki. E visto che è quasi l'ora del pranzo non ci penso su tre volte e mi avvio per andare a visitare il mercato centrale il cui nome albanese è Pazari i Ri e pranzare in un locale caratteristico del luogo. Il mercato si dimostra tutto sommato inferiore alle attese. E' distribuito su diverse brevi stradine e una piazzetta. In pratica finisce all'inizio nella rotonda di Sheshi Rustemi. C'è molto caldo. Nella parte interna avrei voluto fare delle foto, soprattutto ai tipi di carne in vendita ma alla mia domanda se potevo scattare delle foto il macellaio di turno mi ha risposto negativamente in modo tale che non ammetteva repliche. Il fatto è che c'è una oggettiva difficoltà di raccapezzarsi dovuto al fatto che molte strade non hanno cartelli stradali. In pratica non ci sono nè nomi della vie e nè numeri all'entrata delle porte di ingresso. Sotto un sole caldissimo ho cercato per esempio di individuare dove fosse la moschea Xhamia e Kokonozit. Non mi vergogno a dirlo ma non sono riuscito a trovare l'entrata. Le case sono ammassate tra loro così vicine che praticamente diventa impossibile localizzare alcunché.

Alla fine, sudato per la calura e irritato per non aver visto la moschea e deluso per non aver potuto fare delle foto alle "stigliole" dell'agnello (specie di frattaglie dello stomaco dell'animale arrotolate con un suo budello) dal macellaio decido che è arrivata l'ora di mangiare. Il ristorantino si chiama Kernace korce zgara korkare. Mi siedo su uno sgabello di un tavolo e ordino quattro qofte zgare cotte su una griglia fumante, un piatto di salsina di gustoso yogurt bianchissimo nel quale si "nascondono" strisce di peperoni dolci di colore verde, due metà di un panino riscaldate sulla griglia, un bicchiere di birra e per finire non un amaro ma un bicchierino di raki. L'atmosfera è quella di una trattoria alla buona, senza formalismi e all'insegna del "vogliamoci bene". Nulla da eccepire sia per il gusto eccezionale delle salsiccette, sia per le continue pacche sulle spalle che mi vengono date dal giovane cameriere solo dal momento in cui mi ha sentito ordinare la bevanda nazionale del raki. Il tutto per 310 lek, ovvero 2,50 euro! Nonostante sia dell'opinione che il pranzetto non è stato certamente leggero e probabilmente incontrerò difficoltà nella digestione sono talmente soddisfatto che decido su due piedi di anticipare la visita al museo storico nazionale. Il percorso che mi porta da Rruga Luigj Guraquki a Sheshi Skenderbej è breve. Si tratta di oltrepassare Sheshi Selejman Pasha, dove si trova al centro la famosa statua che ricorda il Pascià vestito in completo abbigliamento ottomano, con la spada al fianco, il pugnale nella cintura, il copricapo a forma tubolare in testa e con in mano una pergamena. La piazza si interpone tra dove ho testé pranzato e la sede del museo. In verità questa è la stessa piazza nella quale ho incontrato quei quattro pensionati che giocavano a domino di cui ho parlato nella premessa. Preoccupandomi di camminare all'ombra onde evitare qualche colpo di sole, incontro una donna non più ragazzina che indossa un jeans completamente tagliuzzato in più parti dei pantaloni. Qui ho capito che l'Albania è pronta ad entrare nel novero della stupidità occidentale della moda. Non voglio apparire critico e conservatore. Tuttavia, l'idea che si possa acquistare un capo di abbigliamento strappato intenzionalmente per buona parte della lunghezza dei pantaloni, magari pagato profumatamente, perchè lo impone la moda mi fa sorridere. Il minimo che posso dire a proposito di questa insulsaggine è riconoscere quanto sia diventata grande la stupidità umana.

Il Muzeu Historik Kombëtar ovvero il Museo storico nazionale di Tirana si trova in uno dei palazzi pubblici più famosi e appariscenti della città perchè offre al visitatore il più grande spettacolo museale dell'Albania. Pago il biglietto ed entro.Dico subito che il museo si trova nella centralissima Sheshi Skenderbej di fronte al mio albergo sull'altro lato del Bulevardi Zogu I. Sulla facciata principale dell'edifico che ospita il museo c'è il più grande e famoso mosaico murale dell'Albania che da solo merita una menzione. Questo enorme murales è stato testimone di tante vicende legate alla politica albanese e domina una parte importante dell’enorme piazza. A me fa venire in mente il famoso dipinto del pittore Giuseppe Pellizza dal titolo "Quarto Stato", molto pubblicizzato da tutti i sindacati italiani. La visita a questo museo ha lo scopo di permettermi di conoscere meglio lo sviluppo economico, sociale, politico e culturale che il popolo albanese ha prodotto nel corso della sua storia. Nelle sale ci sono molti custodi che vigilano con cura. Mi sento sottoposto a un'attenzione particolare che mi mette un po' a disagio.

Per cambiare l'atmosfera del sospetto in qualcosa di più accettabile chiedo a una custode di farmi una foto. Colta di sorpresa balbetta qualche parola ma alla fine accetta, non prima però di farmi spostare in un angolo della sala con pochi reperti alle spalle per fotografarmi. Qui il concetto di selfie, ovvero di autoritratto fotografico realizzato attraverso uno smartphone non è ancora di moda. Ci sono molte cose interessanti da vedere. Quelle che mi colpiscono di più sono i padiglioni dell'Antichità, quello dell'Indipendenza del '900, quello della Guerra antifascista e del Genocidio comunista. In questo ultimo padiglione ci sono molti cimeli di militari e partigiani albanesi che sono morti durante la guerra contro il nazifascismo italo-tedesco. All'uscita c'è un caldo terribile. Nella mia camera di albergo sbircio tra i canali televisivi presenti in tv rimango colpito dai numerosi canali in lingua albanese e turca. C'era da aspettarselo visti i legami esistenti tra i due paesi. Quello che mi impressiona di più è però l'enorme varietà della proposta televisiva. Tra l'altro ci sono canali di tutte le lingue balcaniche e non solo. In Albania si sta verificando quello che è successo in Italia quando fu superato il monopolio televisivo RAI con l'entrata nell'etere delle tv private. Un caleidoscopio di lingue e di posti di vita che da soli fanno venire in mente la misura di quanto l'Europa sia grande, completa, attraente, bella e vitale. Canali indigeni di musica albanese e balcanica, canali serbi, turchi, canali di musica folkloristica oltre quelli prevedibili italiani, inglesi, francesi, tedeschi, statunitensi, ecc. c'è televisione per tutti i gusti. Ragazze che corrono in campi di grano, giovani donne in costume folkloristico che cantano e si muovono con balli lenti e musicali, cantanti di musica tradizionale che coinvolgono pubblico presente in sala e spettatori, insomma c'è di tutto. La cosa buffa per me che sono italiano è poi vedere una soap televisiva parlata in turco con sottotitoli in albanese. Straordinario. Tra poco esco di nuovo per fare un'escursione lungo Rruga e Durrësit.

Prima però mi voglio fermare un po' nella hall dell'hotel. Voglio sedermi in una comoda poltrona e guardarmi intorno. Sono qui da più di un giorno e non conosco per nulla l'albergo e i servizi che propone. Tra l'altro desidero avere informazioni su come arrivare in una certa parte della città. Uno dei pochi problemi di difficile soluzione per il turista che desidera muoversi in città riguarda il trasporto con i bus. Detto in poche parole a Tirana non esiste un'azienda unica dei trasporti cittadini. Al contrario, ci sono almeno quattro e forse più società private differenti che fanno circolare mezzi di diverso colore che si fermano a fermate differenti. Tra l'altro alle fermate non c'è alcuna cartina delle linee, né esiste una palina che permetta l'individuazione delle linee percorse e delle fermate. E se esiste qualcosa del genere, si riferisce a una linea precisa e non vale per le altre. Insomma un bel rebus difficilmente risolvibile per il turista ignaro. Aggiungete che non sono in vendita nè in rete, nè alle edicole piantine della rete di autobus che aiutino il turista ed avere un quadro di sintesi dei trasporti. La prospettiva è quella di rischiare di aspettare un mezzo di trasporto che non arriva mai. La cosa buffa è che se vi mettete ad aspettare un qualche bus a una fermata osserverete un fenomeno inquietante. E cioè che ad aspettare il bus sarete solo voi perchè la maggior parte dei viaggiatori compaiono improvvisamente tutti insieme a una certa ora precisa, materializzadosi dal nulla un minuto prima che arriva il bus. Bizzarro no? Io ho scelto di far funzionare i muscoli delle gambe e muovermi a piedi anche per lunghi tratti. L'alternativa è quella di servirsi di un taxi. Ne ho preso uno questa mattina per andare alla Facoltà di medicina dell'Universiteti Katolik Zoja e Këshillit të Mirë, cioè all'Università "Nostra Signora del Buon Consiglio" di Tirana. Si trova in Rruga Dritan Hoxha.

Troppo distante per farla a piedi, troppo incerto per arrivarci con l'autobus. Dunque, ho preso un taxi. L'autista si chiama Arturo ed è un giovane dinamico pieno di energia che ha lavorato alcuni anni in Italia a Milano. In pochi minuti abbiamo fatto amicizia. Gli faccio presente che se avrò la necessità di prendere un taxi so dove trovarlo. Dieci minuti di corsa al prezzo di 5 euro. All'uscita del cancello l'usciere dell'Università mi aiuta. Mi suggerisce di prendere l'autobus e mi informa che il biglietto costa 30 lek e che si può acquistare direttamente dall'autista. Dopo pochi minuti sono sul bus con tanti studenti universitari alle prese con i loro smartphone. Il caldo è asfissiante e ci vuole una forte dose di resistenza per arrivare a destinazione. Scendo dall'autobus e mi sposto in Rruga Luigj Guraquki. Questa strada mi piace. Ci sono tanti negozi, ristoranti, bar e caffè dove ci si può sedere e osservare. Le sedie invitanti di uno di questi caffè mi obbligano a sedermi a un tavolo all'aperto. Ordino un caffè. La cameriera viene subito. E' sdentata ma simpatica. Osservo con piacere l'andirivieni della gente nella strada. È tutto un brulicare di persone che vanno e vengono in un incessante movimento tipico da mercato. Ricordo che il mercato principale Pazari i Ri si trova qui vicino a due passi da dove mi trovo. Le strade non hanno numeri. Il bello è che anche le vie non hanno nome. Tranne che nel centro città, dove ci sono pochi cartelli con indicate le vie principali. In periferia le indicazioni e le insegne di toponomastica sono totalmente assenti. Probabilmente nella prassi albanese non servono. In una società che sta uscendo dal mondo arcaico precedente a velocità ragguardevole è normale che ci siano contraddizioni e incertezze in molti settori della vita sociale, compreso quello relativo al servizio di numerazione civica delle abitazioni. Chi fino a qualche lustro fa ha vissuto la vita secondo canoni e stili di una società non certo di tipo capitalistico, oggi ha molte ragioni per accettare provvisoriamente una organizzazione imprecisa indecisa e imperfetta perchè quello che preme attualmente di più alla maggior parte della popolazione è il benessere ottenuto col lavoro. Il resto verrà dopo. D'altronde, anche nel meridione d'Italia si trova una situazione quasi simile a questa. In Sicilia per esempio si narra che un signore alcuni decenni fa scrisse una lettera a un suo amico indirizzandola come segue: "Al sig. Vattelapesca che abita vicino alla farmacia vicino alla chiesa. Città". Accanto a me in tutti i tavoli ci sono seduti solo uomini, apparentemente interessati a discutere dei fatti propri. Non mi sfugge però lo sguardo maschilista e interessato di questi signori rivolto alle belle ragazze che passano nella strada. Ce ne sono di tutti i colori, come le varie tipologie di auto che si muovono incessantemente nelle strade. Macchine nuove e vecchie, auto di piccola e di grande cilindrata, berline nere o utilitarie bianche. Allo stesso modo passano giovani e belle ragazze con pantaloncini bianchi o fuseaux aderenti, bionde e brune, con capelli lisci o ricci, lunghi o corti. Insomma un universo di bellezze balcaniche di tutti i tipi.

Decido di rifare la passeggiata lungo Bulevardi Dëshmorët e Kombit. L'ho già percorso ieri ma in fretta. Questa volta vorrei farlo con più calma, per gustarlo meglio fermandomi in alcuni punti nevralgici, uno dei quali è quello di sedermi su una panchina nel verde del prato a respirare aria e atmosfera autenticamente albanese. In genere a me piace passeggiare il pomeriggio verso sera. Meglio se in un parco, con un abbigliamento adatto e comodo. I pensieri corrono meglio e con chiarezza nella mente e l'atmosfera rilassante invita a questa attività di riflessione e di ricordi. Se aggiungiamo che questo viale presenta una architettura che mi ricorda molto la Roma di altri tempi, capirete che è quasi come se fossi a casa mia quando passeggio lungo un viale romano dell'EUR. Effettivamente la rassomiglianza con i palazzi dell'EUR è impressionante. Se si guarda attentamente l'edificio raffigurato nella foto è quasi impossibile non scambiarlo per un edificio dei palazzi della politica romana. Per favore, osservate il colore dei muri e delle facciate, la scalinata, la forma dell'edificio, la forma delle porte e delle finestre, le stesse vetrate delle finestre, le piastrelle della strada e ditemi se non sono incredibilmente uguali a quelli che si possono vedere nella città di Roma. E' praticamente identico al Palazzo Uffici dell'EUR costruito per l'Esposizione Universale di Roma. Ma lo stesso si può dire per l'architettura razionalista del Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, del Palazzo dell'Arte Antica, del Museo della Civiltà Romana di Roma, etc. Non parliamo poi del bassorilievo presente nella parte superiore destra dell'edifico. E' dello stesso stile del bassorilievo prodotto a suo tempo da Publio Morbiducci, uno dei maggiori artisti del regime fascista. Attenzione che qui non si tratta solo di un edificio. Buona parte dell'architettura dell'intero Bulevardi Dëshmorët e Kombit è così e quando si dice che sembra di essere all'EUR, credetemi, non ci si sbaglia di molto. Aggiungo anche la ciliegina sulla torta dicendo che ai lati del viale si nota la folta presenza di pini mediterranei come quelli che si trovano a Roma e non aggiungo altro. Quanto sto affermando adesso, relativamente a questi particolari stilistici e architettonici, potrebbe valere per tutte le analoghe situazioni relative ad altri paesi ed altre città. Per esempio, se un austriaco di Vienna venisse a Milano e osservasse i palazzi del centro probabilmente farebbe la stessa osservazione che ho fatto io relativamente alla coppia Roma-Tirana che per lui sarebbe Vienna-Milano. In verità l'architettura umbertina e liberty richiama per intero l'originale 'architettura viennese. Non per nulla gli Stati coloniali del tempo la prima cosa che facevano quando occupavano militarmente un paese era quella di costruire case, palazzi, piazze e monumenti in stile con la propria cultura e lasciare un segno indelebile sulle città e sui cittadini del paese colonizzato. Lo stesso dicasi qui a Tirana per la coppia Instambul-Tirana quando gli ottomani imposero la propria cultura agli albanesi. La foto notturna che ho scattato in Sheshi Skenderbej al rientro dopo la cena rappresenta la bellissima moschea Xhamia e Et'hem Beut con il suo stilizzato minareto di forma ottomana. La lunga passeggiata fatta fin qui e la pausa di riposo di cui mi sono appropriato nel parco, seduto su una panchina insieme a molti pensionati, mi ha consentito di richiamare alla memoria fatti e idee relative alla mia vita e in genere dell'esistenza umana. Le domande che ci facciamo in questi casi riguardano un po' tutto: scopo della mia vita, felicità, senso e problema della morte, per non parlare infine di come desidererei essere ricordato, sono sempre le domande che mi pongo quando sono all'estero ed ho la possibilità di riflettere sul senso della vita. In un parco, meglio se sconosciuto come questo nel quale mi trovo in questo momento, le domande di senso sorgono spontanee e la mia condizione di estraneo a questa città mi aiutano a riflettere. E' impossibile porsi domande di questo tipo vivendo la quotidianità nella città in cui si vive, in quanto è in un contesto di serenità che il cervello acquista le condizioni per riflettere. Il viaggio da questo punto di vista aiuta a riflettere e a fare pensieri impossibili nel proprio paese. Il sole non è più a picco ed è piacevole approfittare dell'ombra essendo seduti su una panchina. Intorno a me ci sono tante panchine con molta gente seduta. Si respira un'atmosfera di paese, rilassante, con gente simpatica che conversa a bassa voce. Non capisco una sola parola di quanto dicono tra di loro ma immagino che si tratti delle solite cose che si dicono con un amico quando ci si incontra al parco. E poi non è importante "ciò che si dice", ma "come lo si dice". Albert Camus disse che : "quello che conta tra amici non è ciò che si dice, ma quello che non occorre dire". Non so se questi anziani mettono in pratica l'aforisma di Camus. So solo che li vedo così sereni nel conversare tra di loro che in parte è come se riuscissero a farmi trarre beneficio dalla loro conversazione. Dicevo che questo quartiere di Tirana mi ricorda l'EUR di Roma. Ma attenzione solo dal punto di vista architettonico. Se invece si parla di interazione sociale e di qualità della vita non è così. Anzi. E' da preferire senz'altro Tirana a Roma. L'EUR è in verità un gigantesco ingorgo di macchine ferme e in moto. Le auto sono la causa di molti mali della città di Roma e fatto grave nessuna amministrazione comunale ha mai avuto il coraggio di affrontare e risolvere. Tutto ciò è semplicemente scandaloso. Ma più di tutto sono i romani che rendono la vita gravosa e stancante, complessa e difficile. Indisciplinati, aggressivi, volgari e spesso primitivi rifiutano la categoria delle regole e sistematicamente le violano con una trasgressività da far impallidire gli anarchici. Qui invece è tutt'altra cosa. Tranquillità, serenità, la vita si svolge apparentemente a "misura d'uomo". Probabilmente esagero ma questa è la sensazione che provo a riflettere sulle analogie e, più ancora, sulle differenze tra romani e tiranesi. Probabilmente i tiranesi mi appaiono così educati e civili perchè probabilmente durante il regime comunista hanno sofferto non poco. Elvira Dones racconta nel suo libro denuncia Senza bagagli : «là dentro, in Albania, è l'inferno, tu non puoi immaginare come sia là dentro. Perchè l'inferno non sono i draghi che vomitano fuoco su strade e piazze cuocendo gli uomini allo spiedo. Le strade sono povere, ma pulite e piene di verde. L'inferno è nell'anima della gente, nella perenne paura che un cugino o un parente ancora più lontano faccia una "follia" e rovini tutti gli altri, tutta la famiglia». Nel frattempo si è fatta ora di cena. Avevo intenzione di cenare al ristorante Sarajet per assaggiare la cucina turco-ottomana ma trovandomi vicino a Rruga Shyqyri Berxolli faccio uno strappo e ceno al ristorante italiano di pesce "Delicatezza di mare". In genere all'estero non vado quasi mai nei ristoranti italiani. Con il fatto che sono italiani conosco la loro competenza nel proporre pietanze scadenti spacciandole per piatti di qualità. Mi è successo una volta a Copenhagen discutendo con un ristoratore italiano del pessimo sapore che aveva il suo olio di oliva in una pizza e non vorrei ripetere la stessa esperienza. Parodiando Dante dirò: "Poscia, più che il principio, poté la stanchezza". E ho sbagliato, perchè la cena si è trasformata in una grave preoccupazione dovuta al fatto che mi è stato "proposto-imposto" dal titolare un elevato numero di pietanze da antipasto che ho dovuto assaggiare a più riprese dilatando i tempi della cena.

Dalle alici fritte arrotolate a mo' di olive ascolane (io che non mangio mai fritture) ad assaggini di pesci cucinati con strane accoppiate, più per fare piacere alla vista che al gusto tutto è un inno alla complessità. Insomma, un vero disastro per me che preferisco mangiare al massimo due sole pietanze cucinate con estrema semplicità e con poche ricercatezza di cucina moderna. Nulla da dire sulla qualità del pesce. Tuttavia non sono il cliente adatto per questi "assaggini ripetuti" da nouvelle cuisine la cui peculiarità non mi appartiene come cultura e tradizione. Il rientro in albergo avviene per i miei gustia tarda ora, mitigato da una visione notturna di Sheshi Skenderbej semplicemente perfetta. Credo di avere colto nel viso della statua equestre di Gjergj Kastrioti Skenderbej una espressione di conferma delle mie perplessità consigliandomi di evitare in futuro di frequentare ristoratori che magnificano una loro cucina italiana poco credibile. I profili del minareto, della cupola della moschea e del campanile di Kulla e Sahatit della Torre dell'Orologio mi riportano una dose di serenità necessaria per addormentarmi in albergo con una piacevole sensazione di soddisfazione.
Terzo giorno Mercoledì 25 giugno. Oggi il cielo è parzialmente coperto. Le previsioni dicono che pioverà e, infatti, le nuvole presenti in cielo stanno lì perconfermarlo. Dopo colazione prendo pullover e ombrello tascabile, li metto in un sacchetto della libreria Adrion, chiudo la camera e prendo l'ascensore al dodicesimo piano. Al piano inferiore entra una signora. Credendomi ormai un "esperto" di lingua albanese le dico in lingua locale mirëdita, cioè buon giorno. Altre volte l'ho già fatto con altri clienti divertendomi a osservare la loro reazione. Si va, da un estremo all'altro, dall'imbarazzo del cliente straniero che non capisce il significato e non sa proprio rispondere a chi invece conosce la lingua e mi risponde con una locuzione di saluto mostrandomi un colossale sorriso di apprezzamento del mio sforzo linguistico. In entrambi i casi la reazione è comunque di simpatia e riguardo. La signora imperturbabile mi dice invece che la parola é inesatta. Mi guarda con insistenza e poi, a bruciapelo, mi chiede conferma se sono io quel signore che ieri sera ha cenato al ristorante "Delicatezza di mare". A rimanere di stucco questa volta sono io e per due buone ragioni. La prima per non avere azzeccato la parola corretta e la seconda volta per capire dove si trovasse seduta nel ristorante questa signora non più ragazzina ma abbastanza matura e appariscente per non essere stata da me notata. Avevo intravisto ieri sera dietro di me un tavolo di due persone, un uomo e una donna, seduti che aspettavano le pietanze ma non ci avevo fatto caso. E poi ho trascorso tanto tempo a negoziare in italiano con il titolare del ristorante, con una raffica di rifiuti a certe sue proposte che non mi convincevano, che non mi è rimasto molto tempo per osservare nella sala i volti dei clienti. Tra l'altro, all'estero non guardo mai direttamente la gente con interesse e non cerco la compagnia di nessuno. Dunque, non mi rimane altro che accettare il ruolo dell'osservato speciale in entrambe le occasioni che mi hanno visto perdente su tutta la linea. Aggiungo altresì che qui, nel metro quadrato circa di superficie del vano ascensore, mi trovo in evidente imbarazzo e non vedo l'ora di arrivare al piano terra per far cessare questa scomoda attesa. «L'avrò colpita con la mia determinazione nel contrattare la cena di ieri sera» mi dico tanto per giustificare la rara coincidenza accadutami. All'arrivo al piano terra vedo che con grande sicurezza si dirige nella grande hall dell'hotel in una zona riservata alla delegazione europea di Bruxelles, in quanto oggi è in programma un convegno con all'ordine del giorno la richiesta dell'Albania di aderire all'Unione Europea. Ieri sera infatti in televisione quasi tutti i canali televisivi indigeni hanno aperto i loro notiziari a proporre gli interventi del Capo del governo e del Presidente della Repubblica albanese relativi alla comunicazione alla stampa della storica decisione di aderire all'UE. Infatti, la grande sala brulica di addetti al convegno ed è tutto un pullulare di personalità politiche che arrivano alla reception del convegno con le telecamere della televisione albanese in continua azione. Lo si capisce anche dalla enorme quantità di bandiere blu con le dodici stelle dell'UE e di quella albanese che sono spuntate fuori come funghi in ogni luogo, dentro e fuori l'hotel. Io sono felice di questo evento perchè la richiesta albanese va incontro ai miei desideri di vedere nell'UE tutti i paesi dell'Europa continentale che ancora non hanno aderito. Tuttavia non vedo l'ora di uscire da tutto quel trambusto. Il progetto di visita della mattinata prevede di recarmi a visitare i luoghi religiosi delle due cattedrali ortodossa e cattolica. La moschea l'ho già visitata dunque, in ordine, prima andrò a quella ortodossa Kisha Ortodokse e poi a quella cattolica Shën Pali. Il cielo è carico di pioggia e da lì a poco sono sicuro si metterà sicuramente a piovere e anche in modo intenso. L'ombrello che ho è tascabile, quindi piccolo. Mi riparerà solo la testa.

Speriamo solo che non ci sia vento perchè altrimenti mi complicherebbe le cose. Riesco ad arrivare alla cattedrale prima che inizi a piovere. L'interno è pieno di sedie alcune delle quali spostate dalla donna delle pulizie che sta lavando il pavimento. Ci sono solo due fedeli. Una donna che sta in piedi e un giovane che si sposta continuamente da un'icona all'altra, facendosi continuamente tre volte il segno della croce e baciando l'immagine fissata con ostinazione. L'atmosfera è di una chiesa costruita di recente, carica in modo massiccio di elementi decorativi color oro in tutte le sue parti: dalle pareti all'altare e dalla cupola al lampadario centrale tutto è laccato d'oro. Aspetto qualche minuto ancora nella speranza che smetta di piovere, ma il cielo è implacabile. Penso a quanto abbiano penato i fedeli e il clero di tutte le confessioni religiose durante il periodo del comunismo di Hoxha. Adesso, che siamo in una fase di "postmodernità", tutto si è in qualche modo "aggiustato", migliorando di molto la vita di credenti e cittadini. La caduta del comunismo hoxhiano, la crescita del capitalismo con sempre meno regole, la globalizzazione e soprattutto l'accresciuto potere dell'UE con l'introduzione dell'euro hanno ridotto le barriere antireligiose in tutti i paesi del blocco sovietico dell'est europeo facendo molto bene alla libertà religiosa oltre che cambiando mentalità a proposito dell'idea stessa di Europa. Adesso tutto è possibile. Per esempio, il fatto stesso che io sia qui a visitare la bella Tirana lo devo in primo luogo proprio a quell'UE che, come dicono Ewa Mazierska e Laura Rascaroli nel bellissimo libro Girando la nuova Europa, della Cremese Editore, "questi fattori hanno ridotto le barriere e moltiplicato gli spostamenti, mettendo in movimento persone da fuori e all'interno dell'Europa, a scapito dell'immobilità sociogeografica di un continente di stati-nazione e rivoluzionando l'idea stessa di Europa". Tra l'altro le stesse autrici ricordano che oggi il viaggio "è inteso come critica culturale, come esplorazione sia della società che dell'individuo[...] e si usa spesso il viaggio come mezzo per investigare questioni metafisiche sullo scopo e il senso della vita". Verissimo. Mentre io penso a queste idee fuori continua a piovere. Decido di andare comunque alla Kisha katedrale e Shën Palite, cioè alla Cattedrale cattolica di S. Paolo. Tuttavia, mentre la cattedrale ortodossa si trova facilmente localizzabile nella mappa ed è a due passi dalla centralissima Sheshi Scanderbej, quella cattolica è un po' più lontana e di difficile localizzazione. Per arrivarci devo superare una serie di stradine piene di panche e tavoli di legno messi su per far vedere ai clienti le partite dei mondiali di calcio in televisori di grandi dimensioni. Sono costretto sotto la pioggia a effettuare un giro abbastanza lungo che mi vede fare slalom e salti di pozzanghere impreviste sotto la pioggia e il vento per passare vicino al Parlamento albanese che è una tappa della mia osservazione. Mi sposto quaindi da Rruga Ibrahim Rugova dove si trova la Katedralja Orthodhokse 'Ngjallja e Krishtit' di Tiranë in Shëtitorja Murat Toptan. Quindi in Rruga George Bush per svoltare a destra in Bulevardi Zhan d'Ark lungo il quale si trova la Kisha katedrale Shën Pali.

Costeggiando il parco dal lato nord del fiume Lana vedo delle belle case situate lungo la riva sud dello stesso. Entro nella cattedrale cattolica e anche qui trovo un'addetta alle pulizie che lava il pavimento. Insieme a me entrano un gruppo di una decina di anziane signore, probabilmente americane perchè parlano l'inglese coperte, furbacchione loro, da un impermeabile lungo fino ai piedi. All'interno c'è solo una donna che prega inginocchiata a un banco. Un angolo della struttura della chiesa cattolica mi ricorda un'altra chiesa, sempre cattolica ma di Roma che è praticamente identica a questa. Tra le due cattedrali, la ortodossa e la cattolica, l'atmosfera che si respira è in pratica la stessa. Mi chiedo perchè da tanti secoli le due chiese sono separate e in modo vistoso. I vincoli teologici che li stanno tenendo lontane tra loro sicuramente saranno tanti, ma a mio parere non giustificano questa separatezza rigorosa e inavvicinabile delle due fedi se non per motivi di interesse egoistico giustificato più dal nazionalismo che da altro. Una brutta storia questa della separazione dei cristiani in cattolici, ortodossi, anglicani, etc. E' così brutta che impedisce a molti potenziali credenti di avvicinarsi alla religione. All'uscita non piove più ed io proseguo lungo il Bulevardi Zhan d'Ark perchè voglio vedere prima la Galeria Kombëtare e Arteve, cioè la Galleria Nazionale d'Arte e poi il quartiere Blloku dove sicuramente pranzerò in qualche ristorantino tradizionale di carne. Le case lungo il fiume sono immerse in prati verdi e ben curati. Chissà quanto può costare qui un appartamento di 100 metri quadrati. In Bulevardi Zogu I ieri mattina ho visto un cartello che pubblicizzava la vendita di appartamenti a 390 euro/mq. Come dire dieci volte di meno di Roma. Non credo però che si trattasse di case costruite qui nel centro. In ogni caso il prezzo è appetibile. Se fosse vero un povero pensionato italiano qui con la sua pensione vivrebbe da Pascià.

La visita agli edifici religiosi è finita ed io decido che è ora di visitare la Galeria Kombëtare e Arteve, cioè la Galleria Nazionale d'Arte che è una delle mete più ambite di questo mio viaggio a Tirana perchè contiene molti tesori di arte e cultura. L'edificio è qui vicino e in pochi minuti sono all'ufficio informazione del museo nel quale trovo una giovane impiegata che conosce l'italiano molto bene. Mi informa che la visita alla sezione moderna a pianterreno è gratuita mentre per il resto devo pagare il biglietto. La ringrazio , compro il biglietto e salgo direttamente le scale per visitare la sezione di maggior interesse che, più che antica, definirei classica in quanto si riferisce ad appena agli ultimi due secoli di vita. Nella prima sala ci sono molti dipinti di artisti indigeni alcuni dei quali raffigurano l'eroe nazionale Scanderbej a cavallo con una espressione così torva e minacciosa che la statua equestre presente in Sheshi Scanderbej è da considerare a mio avviso come quella di uno scolaretto ingenuo e sprovveduto. Ci sono diverse sale che ritagliano un periodo storico differente a cominciare dal 1883 e a finire al 2000. Nella seconda, se non sbaglio, mi colpisce il dipinto di Ibrahim Kodra dal titolo Tirana. E' stato dipinto nel 1938 e nel quadro sono poste in bella evidenza la moschea e la Torre dell'Orologio come sono adesso, mentre il panorama intorno a questi due gioielli dell'architettura tiranese fanno apparire Tirana come un villaggio, in cui ci sono intorno solo casette. Saltiamo le altre sale che si riferiscono più o meno all'esaltazione folle del periodo del Comunismo e/o del Realismo socialista. Per dire la verità, in quest'ultima sezione, che io definirei del "realismo", vedo una pittura ingenua e naif. I quadri individuano soggetti dipinti in modo essenziale e hanno cornici di semplice legno di falegnameria. Mi colpisce il quadro di Foto Stamo, Roma 18.11.41, Plaku, 1941. Si tratta di un vecchio uomo con la barba bianca e il cappello, seduto con il bastone in mano. Andiamo invece alla parte più interessante della Galleria, che è la sezione che riguarda il fascismo e l'aggressione militare italiana all'Albania. Ci sarebbe da parlare tanto su questa sezione. Dico solo in sintesi una cosa. Il fascismo è stata una delle cose più brutte che l'Italia abbia mai inventato nella sua storia. C'è solo da vergognarsi di essere italiani. E non è assolutamente vero che il fascismo abbia interessato "Altri". No. Per non andare troppo lontano i nostri padri o nonni lo hanno sostenuto in gran numero e sono stati pochi i nonni italiani che si sono opposti a quel diavolo della politica italiana che è stato Mussolini. Nella sezione dedicata al fascismo ho visto in entrambi i lati del lungo corridoio pieno di vetrine molti cimeli storici dell'occupazione fascista (abbigliamento, divise militari, pistole, moschetti, effetti personali dei soldati, lettere, etc.) che mi hanno lasciato in uno stato di grande amarezza. Il famoso luogo comune "italiani brava gente" è una colossale menzogna perchè in tutti i musei che ho visitato nei Balcani (Slovenia, Croazia, Serbia e adesso Albania) ho visto prove fotografiche e conferme che le decisioni prese dallo Stato Maggiore dell'Esercito fascista con la "brava gente" hanno poco a che vedere.

Chiudiamo qui questo capitolo doloroso della mia visita al museo degli orrori fascisti e parliamo d'altro. All'uscita non piove più anche se il cielo rimane gonfio di pioggia. Vicino alla Galeria Kombëtare e Arteve, cioè della Galleria d'Arte c'è un rudere di palazzo abbandonato che è l'ex hotel Dajti, il più lussuoso albergo della capitale pre-rivoluzione. Da qui faccio rotta per il Bllok, il quartiere più trend della città per il divertimento serale e notturno con una quantità enorme di locali alla moda, caffè e ristoranti di tutti i generi. In questo quartiere c'erano le residenze dei dirigenti politici comunisti della città, compresa l'ex villa di Henver Hoxha che qui si vede nella foto che ho scattato pochi minuti fa. Se il compagno Enver la potesse vedere rimarrebbe di stucco, perchè proprio la sua casa è diventata sede di un centro statunitense di insegnamento della lingua inglese. Un vero smacco. Chi lo avrebbe mai immaginato! Le stradine del bllok sono belle e piacevoli. Le abitazioni sono a pochi piani e rilassanti perchè quasi tutte ex villette dei funzionari di partito. Elvira Dones nel suo libro Senza Bagagli nel Cap. VI durante la rivoluzione di velluto del 1991 racconta con sorprendente ironia un episodio che merita di essere riportato. Dopo la morte di Hoxha le cose cominciarono a mettersi male per il governo. Ebbene a pag 112 narra che «Sui muri dei palazzi, vicino a bllok dove abitavano quelli del Politburo, apparvero dei necrologi, scritti a mano, con una grafia da bambini delle elementari: "Vi invitiamo a partecipare ai funerali della Carne, domenica alle 6 del pomeriggio. Con rammarico comunichiamo che il Burro e il Formaggio, non sopportando la morte dell'amica, sono in gravi condizioni di salute". Arrestarono due ragazzi sospettati di avere a che fare con l'affissione e la diffusione dei necrologi». E' proprio a pochi passi da qui che scelgo il locale dove pranzare. Il ristorante è molto conosciuto. Si chiama ERA 2000 e si trova in Rruga Ismail Demal,13. Attenzione che ci sono due ristoranti Era2000. L'altro è più ampio e moderno non molto distante da qui.

Mi serve il titolare col quale chiarisco che desidero mangiare due pietanze tipicamente della tradizione culinaria albanese. Mi suggerisce per primo una potente e squisita chorba e mikut, ovvero una zuppa tradizionale, molto saporita, cucinata con piccoli pezzetti di carne di agnello in un brodetto piacevole e gustoso, la cui ricetta proviene dalla città di Argirocastro. Il vino è vere e lokalit, ovvero vino rosso locale, diciamo della casa. Il secondo è anch'esso un classico della cucina argirocastrese. Si chiama fërgëse më mish viçi, ed è un secondo di pezzetti di carne di agnello immersi in una specie di purea vellutata di ricotta di pecora e servito in una scodella di terracotta. Si, ricotta; e di pecora per giunta, "alla laziale" tanto per intenderci. Molto buono. Questi due piatti sono veramente tradizionali. A mio giudizio è come mangiare a Roma per primo Trippa alla romana e per secondo Coda a vaccinara. L'effetto è il medesimo e la pesantezza della digestione ne è una prova. Un po' pesante ma ne vale la pena, anche perchè non credo che sia probabile che io possa mangiarlo di nuovo. Domani si ritorna a Roma e difficilmente potrò esserci. Totale 1119 lek. Non mi rimane altro che fare una bella passeggiata a piedi e agevolare la digestione. A proposito di Argirocastro, di questa città è lo scrittore poeta e saggista Ismail Kadare. Lo voglio ricordare qui per due motivi. In primo luogo perchè albanese, di Argirocastro, e soprattutto per le sue qualità di grande poeta. C'è una seconda ragione però che riguarda il fatto che dopo l'abbandono dell'Albania comunista di Enver Hoxha si trasferì a Parigi e nel 1996 diventando addirittura membro associato a vita dell'Académie des sciences morales et politiques, prese il posto che fu del grande filosofo della scienza Karl Popper, mio filosofo di riferimento preferito.

Nella narrativa dal titolo "L'identità europea degli albanesi" ha pubblicato recentemente un saggio nel quale il grande scrittore sostiene l'idea dell'integrazione europea dell'Albania che per le mie orecchie di "unionista" è musica. Come si può notare i discorsi alla fine tornano sempre all'idea dell'Unione Europea che in Europa è la vera madre di tutti i suoi abitanti e ai quali sono dedicati i miei viaggi. Nella foto si vede concretamente l'immagine della grande festa europea che ha pervaso Tirana per l'inizio ufficiale delle trattative per l'ingresso del bel paese balcanico nell'Unione Europea. In questi giorni ho mangiato anche delle belle olive albanesi che mi hanno richiamato alla mente sapori lontani nel tempo di quando ero bambino. Ullinj te mbushur ne sallamur, cioè olive tradizionali farcite in salamoia. Ma anche Ullinj pa bërthamë cioè olive senza nocciolo. Mi ricordano nel sapore quelle che mangiavo da bambino al mio paese sui Nebrodi. Sono olive alle quali è stato tolto il nocciolo e al suo posto sono stati messi dei pezzettini di peperoni di colore rosso o verde. Il gusto è molto forte e ci vuole un po' di coraggio a mangiarne più di una. La stessa scrittrice Ornela Vorpsi nel suo Il paese dove non si muore critica questa mania e onnipresenza delle olive sulla tavola degli albanesi. Infatti nell'incipit afferma che sul loro desco ci sono sempre «delle immancabili olive untuose». Quelle di cui parlo io non sono in olio ma in salamoia e non hanno il peperoncino ma sono terribilmente albanesi e molto siciliane. Sanno di qualcosa di antico che portano un sapore lontano, sollecitando ricordi di tempi passati.
Quarto e ultimo giorno Giovedì 26 Giugno.Oggi si ritorna a Roma. Non siamo ancora ai bilanci di questo viaggio ma manca poco. Mi sembra quasi impossibile identificare la città di Tirana di oggi come la capitale dell'ex regime comunista di Enver Hoxha. Quando penso che oggi l'Albania è un paese della NATO e che ha presentato domanda per essere ammessa nell'Unione Europea sorrido al solo pensiero di come Hoxha l'avrebbe presa se fosse ancora in vita. Chi l'avrebbe mai detto. Dopo colazione esco per un'ultima passeggiata. Il check out dall'albergo è fissato alle 12 di oggi. Sono in dubbio se prendere il bus per l'aeroporto oppure approfittare della disponibilità del tassista Arturo e farmi accompagnare direttamente all'aeroporto.

Qui vicino a Sheshi Paris, all'inizio di Rruga Mine Peza c'è il bus. Nella foto che scatto con lo smartphone si vede chiaramente in primo piano, attaccata al cartello che indica Rruga Mine Peza, la tabella degli orari di partenza. Il servizio si chiama LUNA Rinas Express e le corse sono per l'aeroporto e dall'aeroporto. In pratica l'inizio di Rruga Peza funziona come una vera e propria Stacion Autobusi. Nella mia ultima passeggiata per le strade di Tirana mi sposto in Rruga e Barrikadave dove sostano Arturo e il suo taxi. Lo trovo in fila con gli altri. Mi saluta e mi chiede a che ora partiamo. Il suo entusiasmo mi convince di prendere il taxi. Gli dò appuntamento per il pomeriggio alle ore 15. L'aereo parte alle 18.15 ed avrò così tutto il tempo necessario per fare le mie cose. Rientro in hotel, compilo il questionario di soddisfazione che io chiamerei piuttosto questionario di insoddisfazione, aggiungendo i miei commenti critici nella parte disponibile dal titolo Komentë al solo scopo di dare una "scossa educativa" alla direzione dell'albergo. Alla reception mi ridanno la carta di identità sequestratami tre giorni fa. Non mi rimane altro che andare a pranzare da Rozafa dopo aver salutato l'impiegata. Avrei potuto andare in un altro ristorante. In zona ce ne sono altri come: Oda, Sarajet, Mrizi i Zanave o Lulishte 1 Maji. Quest'ultima, anche se più distante delle altre, è una storica birreria popolare avente per logo la famosa immagine de "Il buon soldato Sc'vèik". Ma non mi va. Penso che uno spiedino di gamberetti alla brace con una insalatina possano andare più che bene. All'uscita mi seggo al caffè Dorgen in Rruga Barrikadave, all'angolo con Rruga Luigi Gurakuqi e ordino un espresso. Davanti a me c'è il verde del parco. Il luogo è pieno di gente che cammina velocemente per stare il meno possibile sotto il sole. Ad osservare la gente che si trova nelle vicinanze non si capisce per niente che mi trovo a Tirana. Potrei benissimo essere in una qualunque città europea. Provo infatti a guardare ciò che mi circonda non focalizzando le scritte che sono le sole che permettono di individuare la lingua del posto e quindi la sua geolocalizzazione. Mi dico tra me con soddisfazione che l'Europa ha fatto enormi passi da gigante nel processo di sviluppo della sua società. Vero è che rimangono resistenze e contrarietà al processo di unificazione ma è indubbio che quello che i miei occhi vedono oggi in un qualunque paese europeo era semplicemente impossibile immaginarlo appena finita la 2a guerra mondiale. Al parcheggio taxi trovo Arturo che mi sta aspettando. Sono in anticipo di qualche minuto e quindi me la prendo comoda. Arturo è felice di vedermi. Probabilmente non era sicuro che venissi all'appuntamento. Partiamo per l'aeroporto. Prima però accende la radio e seleziona un canale italiano. È felice perché crede di essersi reso utile nella scelta. Purtroppo Arturo non sa che si tratta di una stazione radio vaticana che trasmette programmi religiosi. Non voglio deluderlo e mostro un certo interesse facendo finta di ascoltare le cose dette dal lettore. Benedetta ingenuità. Lui non si pone il problema fede-ragione e non gli sembra importante la contrapposizione credente-laico. Lui vive questo momento favorevole (era ora) dello sviluppo caotico e disordinato dell'economia albanese. Questi sono anni favorevoli al paese delle aquile. Ne sono felice per tutti gli albanesi di Tirana e dell'Albania. L'economia albanese affronta un periodo favorevole di sviluppo.

Ci sono molti posti disponibili nel mercato del lavoro. I giovani, e sono molti, concorrono ad alimentate fiducia e speranza alla giovane economia del paese. Proprio in questi giorni i programmi televisivi sull'UE stanno intasando le tv a causa del fatto che Bruxelles, qui chiamata Bruksel, ha accettato la domanda di adesione dell'Albania come prossimo Stato membro dell'Unione e qui a Tirana si vedono un via vai di macchine nere di burocrati europei che partecipano a convegni sull'adesione all'UE. Arturo non sa niente di tutto questo e vive il suo tempo nell'entusiasmo della sua giovane età che gli permette di guadagnare facendo il conducente di taxi. Dal sedile posteriore lo osservo con tanta simpatia quando mi indica la costruzione di nuovi edifici che creano posti di lavoro e fiducia nelle nuove generazioni. Possa questo entusiasmo essere da stimolo per una muova vita della giovane Repubblica non comunista albanese. Seppelliti i ricordi atroci del vecchio regime dittatoriale di Hoxha mentre mi accingo a entrare nella sala partenze dell'aeroporto vedo Arturo che mi saluta da lontano sorridendo vicino al taxi. Possano tutti gli Arturo di Albania trovare quella serenità per il futuro che non videro mai i suoi nonni e forse anche i suoi papà. Ciao Arturo. Il mio è stato un piacevole soggiorno qui a Tirana. All'aeroporto ancora non sono attivi i banchi dell'accettazione. Mi seggo fuori a un tavolo del bar dell'aeroporto e osservo ciò che si presenta davanti a me. L'aeroporto internazionale Nënë Tereza di Tirana è riposante, sicuro, ordinato e silenzioso.

Vedo macchine di familiari che accompagnano i loro figli e le loro figlie all'aeroporto. Baci, abbracci e tanti saluti sono la costante di queste partenze. L'aeroporto sembra una gigantesca stazione ferroviaria di altri tempi quando si accompagnavano i propri figli che dovevano partire per destinazioni più o meno lontane per studio o lavoro all'estero. Il principio non è cambiato. Sono cambiati i mezzi di trasporto e l'approccio che risulta più condiviso e consapevole di prima. Ormai la lontananze non è come negli anni '60 del secolo scorso quando la partenza era una partenza che non prevedeva alcun contatto di nessun tipo con i propri cari ma solo lettere scritte che viaggiavano a velocità di lumaca rispetto alla velocità della luce con la quale viaggiano oggi telefonate intercontinentali, sms, facebook o whatsapp. La società di oggi è cambiata rispetto a quella precedente. Elvira Dones nel suo libro Senza bagagli al Cap.VIII scrive: "No, disse alla madre non voglio che veniate allaeroporto.[...] Mi danno fastidio quelli che si portano tutto il parentado all'aeroporto. [...] I passeggeri non parlarono fin quando non raggiunsero il piccolo bar nella sala d'attesa". L'attuale aeroporto è nuovo e il piccolo bar nella sala d'attesa adesso è un moderno a grande bar da grande aeroporto. A rimanere piccini sono solo quelli che non viaggiano mai e non conoscono il mondo. Vengo preso da un momento di malinconia. Mi vengono in mente le parole di Pascal Mercier nel suo bellissimo romanzo Treno di notte per Lisbona, della casa editrice Mondadori stampato nel 2008. Alla fine della bellissima storia del protagonista che si congeda per rientrare a Berna dalla distante Lisbona dice: "Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via. E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi. Viaggiamo dentro noi stessi quando andiamo in posti che hanno fatto da cornice a periodi della nostra vita. Non importa quanto questi siano stati brevi". Effettivamente è proprio così. Ma solo riflettendo con spiragli di pensiero si riesce a condividere idee che troviamo straordinariamente nostri anche se scritti da sconosciuti. Che quasi tutte le scrittrici albanesi moderne avvertano l’esigenza di richiamare nei loro romanzi più famosi il fatto che sono partite dall'aeroporto non lascia perplessi perché come dice Ornela Vorpsi nel libro Bevete Cacao Van Houten, la partenza "dalla odiata prigione chiamata Albania" di Hoxha è sempre stato il desiderio più grande degli albanesi che non volevano avere rapporti con il regime di allora.

Al check in mi accorgo che mi sono rimaste delle banconote in lek. Non sono molte ma non voglio sprecarle. Non mi rimane altro da fare che acquistare qualche prodotto al duty free. Vedo delle scatole della Pastiçeri LIKA che produce e confeziona degli eccellenti Llokume me Arra. Perberesit (ingredienti): sheqer, niseshte, acid citrik, arra. Si tratta di una specie di mostarda di colore chiaro con granuli di noci all'interno veramente squisita. Chiaramente è simile a quella turca. Tuttavia è necessario fare attenzione a non mischiare ciò che è turco con quello che è albanese. La stessa Elvira Dones, sempre nello stesso libro, nel Cap. II a questo proposito afferma che: "No, non mi è passato mai per la testa di studiare il turco; l'albanese e il turco non sono la stessa cosa". Viene marcato ancora una volta il fatto che nonostante la dieresi sulla vocale le due lingue sono differenti. Non mi rimane altro che dedicare l'attesa per l'imbarco a che cosa scriverò nel diario di viaggio di Tirana. "Sarà come gli altri", mi dico. Si, forse, credo di no. Ci penserò. Intanto ringrazio la piccola ma bella capitale albanese della magnifica vacanza che mi ha fatto trascorrere in questa bella terra balcanica. Ciao Tirana, anzi Tiranë: Ciao Albania. Sono stato bene qui da voi. Mi dispiace lasciarvi, ma è la vita. Al prossimo viaggio.

Elenco dei report di viaggio delle capitali europee già pubblicati.

INTRODUZIONE ALLA SEZIONE VIAGGI
AMSTERDAM Nederland
LONDRA Great Britain
PARIGI France
VIENNA Österreich
MADRID España
LISBONA Portugal
BERLINO Deutschland
PRAGAČeské Republika
DUBLINO Ireland Dublin
ATENE Ελλάς Αθήνα
STOCCOLMA Sverige
HELSINKI Suomi
LUBIANA Slovenija Ljubljana
NICOSIA Cyprus Lefkosia
LA VALLETTA Malta
SOFIA Бългaри София
BUCAREST Romania Bucureşti
BRATISLAVA Slovensko
BRUXELLES Belgio
BELGRADO Srbija Београд
OSLO Norge
ZAGABRIA Hrvatsk
TIRANA Shqipëri
MOSCAРоссийская Федерация
BIBLIOGRAFIA LETTERATURA DI VIAGGIO

Manuali e guide di viaggio adoperate.

lunedì 19 maggio 2014

Partiti no-Euro e lobbismo pro-cambiavalute.


La campagna elettorale per le elezioni europee volge al termine. Cosa rimane da dire? Proponiamo una possibile sintesi dell'intera questione. Il 25 maggio gli elettori hanno cinque possibilità di voto. Prima di elencarli diamo uno sguardo alla campagna elettorale in atto, tenendo conto dell’esistenza di un nemico subdolo e tipicamente italiano che ne sta inficiando la correttezza. Si tratta del provincialismo italiano che ha contagiato tutti producendo un modo scorretto di fare politica europea. Ci riferiamo alla incapacità dei partiti italiani di parlare correttamente di politica europea nelle elezioni europee, evitando di miscelare, con fuorvianti commistioni, fattori eterogenei di politica interna che con le elezioni europee non hanno nulla a che vedere. Insomma, non è corretto fare campagna elettorale per il parlamento europeo parlando solo di «80 euro si - 80 euro no» e/o di soglie di percentuali di voto che se non saranno superate questo o quel leader ha vinto o ha perso le elezioni. Queste sono cose veramente fuorvianti, sintomo di una immaturità politica che li fa etichettare come pensiero rimasto al paleolitico della politica. Diciamo subito che le cose non stanno affatto così. E’ noto che le volpi fanno di tutto per ingannare gli agnelli e spesso con gli sprovveduti elettori italiani ci riescono e anche bene. Ma mentre farsi imbrogliare dalle volpi è giustificabile, farsi imbrogliare dalle astuzie dei Bertoldo - siano essi comici, padani o fratelli di lupa - è grave. Per non essere considerati degli sprovveduti è necessario conoscere come stanno effettivamente le cose.
Queste elezioni hanno il solo scopo di eleggere in Italia 73 parlamentati fra i partiti che supereranno lo sbarramento del 4%, per inviarli al Parlamento di Strasburgo in rappresentanza del nostro paese e dare indicazioni quantitative per individuare il nome del prossimo Presidente della Commissione Europea in sostituzione dell’attuale Presidente uscente Barroso. Il resto della Commissione sarà nominato dai Governi degli Stati membri con un difficile esercizio di acrobazia da “manuale Cencelli” all’europea. Punto e basta. Con questa premessa i cinque candidati, che rappresentano altrettante aree politiche omogenee presenti nei 28 paesi, sono i seguenti. 1) Il (PSE) col suo candidato tedesco e socialista Martin Schulz sostenuto in Italia dal PD di Renzi; 2) il (PPE) con il conservatore lussemburghese Jean Claude Juncker sostenuto dal centrodestra padronale di Forza Italia di Berlusconi; 3) l’area liberale (ALDE) con il suo candidato belga Guy Verhofstadt sostenuto da moderati di centro di Scelta Civica di Monti; 4) l’estrema sinistra (L'altra Europa) con il suo candidato greco Alexis Tsipras sostenuta da SEL di Niki Vendola; 5) infine i (Verdi) con la candidata tedesca Ska Keller sostenuta da Bonelli.
In verità, esiste una sesta area, molto frastagliata e disomogenea dello scontento dei cittadini europei, rappresentata da una miriade di partiti e partitini nazionali che sono tutti No-Euro (in Italia ci sono Grillo del M5S, Salvini della Lega Nord e Meloni di Fratelli d’Italia) e No-Europa perché vogliono addirittura l’uscita dei loro paesi dall’Unione Europea ma che non hanno un loro candidato alla Presidenza della Commissione. La nazionalista e non certo tollerante Marine Le Pen è per esempio la rappresentante di uno di questi partiti. Ecco il nostro giudizio con un voto da 1 a 10 come si fa a scuola.
-Renzi del Pd sta facendo una campagna elettorale tiepida a livello europeista e forte a livello nazionale pro-Schulz (voto 7).
-Berlusconi del PPE sta facendo una campagna elettorale bifronte, ambigua e contraddittoria. Si dichiara favorevole all’euro ma pronto a mollarlo per convenienza di politica nazionale (futuro accordo con la Lega Nord e Alfano) e soprattutto perché pretende dai suoi dedizione ai suoi interessi padronali (voto 4).
-Monti di Scelta Civica è europeista convinto ed è insieme al Pd colui che sta facendo una vera campagna elettorale europeistica pro Verhofstadt (voto 8).
-I Verdi stanno facendo una buona campagna ma non sono coesi con i loro colleghi europei (voto 5).
-L’estrema sinistra di SEL e dei centri sociali sono fortemente critici verso la politica di questa Europa. Sebbene parlino di europeismo vi è il ragionevole pericolo di una deriva massimalista pericolosa. Evidentemente non hanno da parte nostra alcuna fiducia e costituiscono dei terminali sconsigliabili per l’UE (voto 4).
-Infine, Grillo, Salvini e tutta la galassia contraria all’UE sono i veri populisti che insieme alla destra sociale-fascista-nazista e xenofoba sono i veri nemici dell’europeismo (voto 2).
- Ci sarebbero poi anche gli antieuropeisti dichiarati come l’inglese Nigel Farrage leader dell’UKIP che vuole l’uscita dall’UE della Gran Bretagna (voto 1).
Al di là di tutto c'è da rimarcare il grande successo di democrazia di queste elezioni europee, giustificato dal fatto che per la prima volta sono stati messi a disposizione di 500 milioni di europei cinque nomi precisi su cui concentrare il voto e dal quale uscirà il nome del vincitore alla Presidenza della Commissione. Motivo di orgoglio è poi l'altro straordinario successo in cui i cinque candidati si sono confrontati tra di loro per ben due volte in televisione, intervistati sul loro programma politico da alcuni giornalisti. Alla faccia dei detrattori dell'Unione Europea che sanno solo dire menzogne e minacciare distruzioni. In tutti i movimenti antieuro sono presenti, a nostro parere, pericolosi risvolti di politica strumentale, sostenuta dalla lobby internazionale e massone delle società finanziarie facenti capo ai cambia valuta (i famigerati ladri patentati chiamati Exchange) in quanto avrebbero di che lucrare nell’eliminare l’euro e reintrodurre il cambio tra le monete nazionali. Ve li ricordate per loro i “bei tempi” in cui facevano denari a scrocco quando per cambiare cinquantamila lire del tempo si prendevano dal 5 al 10% e davano un controvalore di 45000 lire? Ebbene l’euro li ha spazzati via dalla speculazione europea e li ha azzoppati. Questo genere di vampiri possono ritornare con gravissime conseguenze se in Italia vinceranno i Grillo e i Salvini. Pensiamoci due volte prima di votarli e viceversa preoccupiamoci di ridurne il loro peso elettorale. Le loro “sono solo canzonette” dice un vecchio verso di un motivetto azzeccato di qualche anno fa.
P.S. Dimenticavo di dirvi non per chi votare ma come votare, per non cadere nei tranelli dei furbetti dei partiti. Pretendete dal candidato almeno due qualità: integrità e competenza da una parte e conoscenza perfetta di almeno due lingue, di cui una è l’inglese perchè è indispensabile. In mancanza di quanto sopra, non votatelo. Attenzione, se intendete votare un candidato famoso che svolge un'attività professionale altrettanto famosa non votatelo, perché una volta eletto continuerà a interessarsi del suo lavoro e niente di Europa. Non votate poi, mai e poi mai, un candidato indagato o peggio condannato. Infine, non lasciate scegliere ai partiti. Si è visto con quanta disinvoltura hanno nominato nel governo degli indagati. Scegliete voi con la preferenza e non lasciate scegliere i nomi da loro.

domenica 4 maggio 2014

Il declino della romanità.


Tutti i quotidiani di tutto il mondo hanno al loro interno una sezione dedicata alle lettere dei cittadini che scrivono sui problemi della città in cui si pubblica il giornale. Sono lettere variegate che trattano lamentele, pareri, proposte e ringraziamenti in genere riferiti ai servizi offerti dalla città e/o alle persone che in essa operano, in modo da esprimere gradimenti o delusioni. Queste rubriche sono importanti perché danno il polso della situazione relativamente al tipo di vita che si conduce nella città. Ebbene, ogni mattina, quando leggiamo il giornale, proviamo sempre un po’ di ansia nel momento in cui voltando pagina arriviamo a questa rubrica. Puntualmente troviamo rari apprezzamenti e moltissime proteste. Per chi non l’avesse capito stiamo parlando della capitale, cioè di quell’incredibile ammasso di case e di persone che vanno sotto il nome della città di Roma. Con questa chiave di lettura, e con altri indicatori, ci siamo resi conto che la capitale sta vivendo da molti lustri non solo un tragico momento di decadenza socio-economica ma un autentico regresso morale ed etico sotto il profilo della vita relazionale e comunicativa dei suoi abitanti. Vogliamo parlarne perché riteniamo che ciò che ci è caduto sulla testa non è un castigo divino ma un segno della inettitudine e della incapacità della cittadinanza a eleggere rappresentanti adeguati e produrre una vita retta, piena di senso. Non vogliamo stancare il lettore costringendolo a leggere elenchi di promesse non mantenute e liste di prescrizioni per imporre il cambiamento. Non ci compete e non lo vogliamo fare. A noi piace piuttosto segnalare alcune delle cause di questo fenomeno che stanno uccidendo la vita della città. Certo la crisi economica morde pesantemente tutti ma non è solo questo. Sarebbe auspicabile che la città e i suoi abitanti collaborassero fortemente a un progetto di rinascita che invece manca del tutto, una specie di Rinascimento che non dovrebbe riguardare solo la vita politica e l’etica dei cittadini e della classe politica che li governa ma dovrebbe interessare anche altri fattori, anch’essi pieni di senso ma apparentemente senza alcun riscontro. Adesso ne parleremo, però prima proponiamo una nostra idea relativa alla necessità di rendere obbligatorio per tutti gli amministratori (sindaco, presidenti dei municipi e in genere tutte quelle autorità amministrative e politiche che esercitano il loro lavoro nell’ambito delle decisioni che intervengono sulla vita dei cittadini) la lettura delle “rubriche dei giornali”. Dovrebbe cioè essere resa obbligatoria la lettura delle critiche e non solo quella delle lodi perché, com’è noto, si progredisce per mezzo delle critiche e non per mezzo delle adulazioni. Questa lettura dovrebbe avere come corollario l’obbligo per gli amministratori di mettere in discussione nei loro consigli comunali e municipali le idee generali più gettonate di protesta o di soddisfazione proposte dai cittadini per permettere pienamente la realizzazione della democrazia, cioè delle idee che vengano anche dal basso della società e non solo dall’alto. In breve, dovrebbero essere rese obbligatorie per legge non solo la discussione franca di alcune lettere “modello” ma soprattutto di creare le premesse giuridiche per prendere dei provvedimenti disciplinari contro gli amministratori responsabili ed evitare ciò che attualmente costituiscono i due scandali più gravi a Roma: l'inerzia e l'impunità. E cioè di impedire, tanto per fare un esempio palese, di licenziare l’intero Consiglio di amministrazione dell’Acea, nonostante che da anni piovano nei giornali migliaia di lettere di proteste contro l’arroganza e l’inefficienza di questa odiosa municipalizzata che nasconde i propri limiti e le proprie incapacità nascondendosi dietro l’«appartenenza» alla comunità locale, dietro l'idea di romanità che spesso è fonte di interessi tribali e di nepotismo dannoso per l’intera comunità cittadina. A questo proposito facciamo notare che l’eccessivo uso del dialetto romanesco nella vita sociale della città è in molti casi uno strumento funzionale a coprire gli egoismi di gruppi di potere locale. Per carità, nessuno qui desidera limitare l’uso del dialetto, sia chiaro. La richiesta è che un conto è l’uso, un altro è l’abuso, soprattutto in contesti in cui il dialetto dovrebbe essere evitato. Ci riferiamo alla comunicazione delle autorità, nelle attività scolastiche ordinarie, nella pubblica amministrazione che si rapporta con i cittadini, nei canali televisivi e radiofonici, etc. Tra le tante cose non si dimentichi che la città di Roma non è una città qualsiasi in Italia. Mentre in una piccola comunità locale l’intera vita sociale, con i suoi registri localistici specifici, si sviluppa in maniera totalizzante nella parlata dialettale che tutela fattori di identità e di comunanza di gruppo, in modo autoreferenziale, la città di Roma è la capitale della Repubblica che per vari motivi obbliga molti italiani non romani a vivere in interdipendenza con gli indigeni. E non è piacevole, oltre il minimo consentito, vedere dilagare una comunicazione basata quasi sempre, come dicono alcuni linguisti, su una fonetica fastidiosa del tipo: «a scecilia», «a ggente» e altre generiche espressioni romanesche di tipo esortativo e di giudizi non proprio piacevoli. Ci riferiamo a minacce e a insulti nonché ad apprezzamenti ed espressioni a sfondo sessuale che trovano nel dialetto romanesco adeguata rappresentazione dei peggiori istinti. Uno di questi è, caso unico al mondo, di prendersela con i morti degli altri. Ripetiamo che piace a tutti sentire qualche volta espressioni dialettali romanesche. Le grandi figure culturali della tradizione dialettale romanesca sono tali per l’efficacia comunicativa e la bellezza del dialetto romanesco: Giuseppe Gioachino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella, Aldo Fabrizi & Altri sono stati maestri nell’insegnare il piacere dell’ascolto della parlata romanesca. Ma l’esagerazione non va bene. Il fatto è che la crisi perdurante, la mancanza di lavoro, e quindi di reddito, porta inevitabilmente a scivolare e a perdere il senso della misura di tutti. Ne stanno facendo le spese i soggetti più deboli che con l'avvento della modernità e la conseguente perdita di senso della società post-industriale dal punto di vista etico permette a gruppi più o meno numerosi di soggetti aggressivi e facinorosi l’uso della violenza verbale come strumento che spaccia pseudo-diritti degli indigeni maneschi nel voler vivere da veri e propri “bravi” di manzoniana memoria. Complici pericolosi di questa deriva della città di Roma alla violenza sono da un lato la continua perdita del senso dell’etica nei comportamenti della vita sociale e dall’altra l’assenza totale di controlli delle pubbliche autorità (polizia municipale in primo luogo) che producono ciò che ironicamente viene definito come epiteto per il bullo del quartiere l’espressione colorita ma efficace di «a ‘mpunito», segno del progressivo e inarrestabile affermarsi di una deriva della società romana che ha perduto il senso dei principi morali.

lunedì 28 aprile 2014

Provocazioni e imbecillità.


Il 25 Aprile è l’anniversario della liberazione (1945) che l’Italia festeggia ogni anno. La liberazione, com’è noto, mise fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra che rovinarono l’Italia. Punto e basta. Noi pensavamo che non ci potessero essere più né polemiche né provocazioni durante lo svolgersi di questo evento. Anzi, pensavamo che il 25 aprile fosse un momento di unità per tutti, immune da proteste. Sbagliavamo. E sapete perché? Perché avevamo dimenticato che sul suolo italico la categoria degli imbecilli continua ad esistere e ad essere anche folta. Infatti venerdì scorso al corteo della festa della liberazione ebrei e filo palestinesi hanno inscenato una gazzarra indecente fra di loro che dà il segno di come si possono offendere i sentimenti di cittadinanza italiana da motivi estranei alla manifestazione. Ci preme mettere in evidenza che le faziosità e la gazzarra fra le due comunità, l’ebraica e la filo palestinese, meriterebbero di essere considerate delle provocazioni contro la Repubblica con tutte le conseguenze del caso. Indipendentemente dalle ragioni che le due parti possono portare sulla vicenda noi siamo letteralmente sdegnati da questa contrapposizione portata allo scoperto durante la festa della liberazione che, in modo provocatorio, ha macchiato un momento gioioso che non meritava polemiche. I fatti relativi alla contrapposizione “Palestina-Israele” non hanno nulla a che vedere con l’evento del 25 Aprile. Chiunque nei prossimi anni abbia intenzioni di creare problemi durante questa ricorrenza, per favore si trasferisca a migliaia di chilometri da qui e non ci rechi disturbo. Noi diciamo con chiarezza che è obbligatorio a tutte le comunità che si ispirano a credi ideologici e politici contrapposti di avere più rispetto per quello che l’evento del 25 aprile significa per tutti i cittadini italiani e che nessun pretesto di nessun genere può giustificare lo squallido atteggiamento di contrapposizione che ha rovinato la festa. Naturalmente tutto questo si è potuto verificare perché abbiamo in Italia una magistratura buonista, che “lascia correre” su certi fatti e non garantisce i diritti dei non violenti. Negli USA, come minimo, gli aizzatori di stupide gazzarre come quella di venerdì scorso sarebbero stati individuati subito e spediti nell’unico posto dove questi guastatori professionisti di feste popolari dovrebbero vivere: nel penitenziario di “San Quentin”.

mercoledì 23 aprile 2014

La sconfitta dell’informazione in Italia.


Questo post avremmo dovuto scriverlo in molti. Invece siamo stati i soli a proporlo. Quello che adesso si può fare è sostenerne le ragioni e accettarne la conclusione. Certe volte il tempo è più importante di quanto non sembri. Estrarre dal forno un pollo in tempo prima che si carbonizzi è più importante di qualunque intervento correttore negli ingredienti. Alla base di tutto c’è la certezza che in Italia non esiste una informazione libera e imparziale. Sappiamo che la stampa, per principio, non può essere né totalmente libera, né del tutto imparziale. Ma da qui alla realtà che siamo costretti a subire ci corre molto. Siamo stufi di trovare su tutti i media un’informazione distorta, parziale e soprattutto finalizzata a scopi di parte sconcertanti. Ogni operatore culturale e politico che si propone di “informare” nella società italiana, in rete o sul cartaceo fa lo stesso, lo fa spudoratamente, sapendo di mentire e manipolando l’informazione per utilità propria e interesse privato voluto. Non esiste un solo organo di stampa che si possa dire libero. Sono tutti mercenari. In alcuni casi si è mercenari di se stessi. Ovunque ci rivolgiamo troviamo faziosità e partigianeria che sono spacciati per libertà. Ci vuole una buona dose di faccia tosta per sostenere che si tratti di un raro esempio di libertà di stampa. Dall’estrema sinistra all’estrema destra in politica non c’è da fidarsi di nessuno. Sono tutti schiavi o prezzolati dall’editore di turno che pretende faziosità sistematica spacciandola per libertà. I più pagati direttori sono quelli che sono più faziosi. Non c’è nessun direttore che se ne infischi dell’ideologia del proprio editore e proponga progetti che, a costo di andare contro la propria parte, vanno nell’interesse della nazione. Unico tra tutti è stato Indro Montanelli che, com’era prevedibile, è stato licenziato in tronco dal suo editore. Guardate i quotidiani più conosciuti, sia in cartaceo sia in digitale. Corriere della Sera, La Repubblica, Il Giornale, La Stampa, Il Messaggero, Il Tempo, Libero, Il Giorno, L'Unità, Il Fatto Quotidiano, La Nazione, Il Mattino, etc. sono tutti giornali indifendibili, faziosi e alcuni aggressivi oltre misura che “tirano l’acqua al proprio mulino”. Non parliamo poi dei settimanali cosiddetti politici, come L’Espresso e Panorama: pubblicano articoli solo contro la parte avversaria. Se si passa alla Tv le cose rimangono pressoché le stesse, magari con un pizzico di ipocrisia in più. Insomma, nessuno è indenne da questa malattia contagiosa e deleteria che rovina prima di tutti i giovani e poi tutto il resto. Verrebbe voglia di non leggere più questo ciarpame, che fa più male di non leggere nulla e in più intossica i lettori. Ciò che rattrista è che si fa di tutto per manipolare passioni, esaltare fanatismi e intolleranze, attribuire responsabilità eccessive alla controparte e sempre con consapevole falsità. La pessima editoria che ci troviamo è il segnale più caratteristico della crisi che stiamo attraversando ormai da troppo tempo e più di quella economica e finanziaria. Tuttavia il proverbio non sbaglia quando afferma che “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Infatti i veri responsabili siamo noi italiani, che ci siamo incattiviti fino al punto di avere perduto la bussola del senso della vita e della società. In sintesi diciamo che l’unica soluzione al problema è la scuola. Solo da lì si può e si deve ripartire. Solo a scuola, cacciando fuori le ideologie e il sindacalismo di sinistra di centro e di destra, si può ripartire per un nuovo Rinascimento. A chi il compito di questa rivoluzione? Il nuovo premier da solo, ammesso che lo volesse,da solo non ce la potrebbe fare. L’invito è pertanto di unire gli sforzi in modo che tutti gli uomini e le donne di buona volontà tengano fuori la politica dalla scuola e che si ritorni a una scuola formativa autenticamente educativa, erede del passato di grande cultura che ci ha fatto primeggiare nel mondo, con lo scopo di creare giovani migliori di quelli (di sinistra e di destra) che la scuola di fine ‘900, sbagliando, ha creato sotto l’effetto delle ideologie di sinistra prima e di centrodestra dopo. La scuola deve essere tenuta fuori dalle ideologie e dai sindacati, entrambi e a tutti gli effetti responsabili nell’avere trasformato la migliore scuola del mondo in una delle ultime in classifica. Che vergogna.

venerdì 18 aprile 2014

Grillo: un crescendo da vendicator frustrato.


Le cose stanno così. Un movimento politico gestito in forma privatistica da un Signore che di professione fa il comico si presenta per la prima volta alle elezioni nazionali. Dice che desidera fare gli interessi dei cittadini. Vuole fare pulizia dell’imbroglio in Parlamento. Sviluppa una campagna elettorale all’insegna dell’etica più radicale. Il motto che propone, in tutte le salse e in tutte le piazze, è che deve essere azzerato il finanziamento pubblico ai partiti. La sua campagna è efficace perché progetta un governo che obbligherà tutti i politici a vivere con un normale stipendio eliminando di fatto e definitivamente il malaffare dei parlamentari corrotti dai soldi pubblici. Dichiara altresì che voterà i disegni di legge che saranno in sintonia col suo programma da qualunque parte essi perverranno. Anzi, rafforza l’idea affermando che non avrà alcun problema a votare leggi che si muoveranno nella direzione dell’etica nella politica. Come risultato ottiene una grande affermazione elettorale e arriva a percentuali di voto mai visti nella Repubblica. Purtroppo, non essendo coalizzato con alcun partito, non riesce a tramutare il successo in maggioranza assoluta. In pratica, la torta elettorale è spartita in tre tronconi e nessuno dei tre capi partito ne esce vincitore. Nelle consultazioni per il nuovo governo dice no a tutti e “a prescindere”. Afferma che non farà mai un governo con nessuno. Ma l’aspetto più paradossale è che cerca in tutti i modi di non permettere la nascita di un qualsivoglia governo, e non vuole sentire parlare di maggioranza con l’altro leader che voleva “smacchiare il giaguaro”, il quale lo implora di permettergli di guidare il governo, anche alle sue condizioni. A questo punto, la legge matematica impone il solo governo possibile formato dall’unione dei due rimanenti tronconi. In pratica 33% + 33% = 66% e si fa il governo delle “larghe intese”. Non ci sono altre possibilità. Il comico si arrabbia con tutti e dice che farà ostruzionismo totale. Questi sono fatti, non opinioni. Aggiungiamo che avendo ostacolato qualunque forma possibile di governo “a prescindere”, non permette di creare le condizioni di mantenere l’impegno preso in campagna elettorale di votare leggi proposte da altri che coincidono col suo programma. Curioso atteggiamento il suo: dice una cosa ma fa di tutto affinché non possa verificarsi. Qualunque proposta di legge a lui non va bene. La tiritera è sempre la stessa, anche quando la proposta di legge va nella giusta direzione. Lui afferma sempre che si tratta di leggi “annacquate e insufficienti”. Il governo dopo un anno cambia per la presenza di un nuovo premier e lui continua a dire no a tutto e a tutti. Non solo. Impone al suo movimento di produrre il massimo dell’ostruzionismo possibile e addirittura invita i suoi a fare violenza, anche fisica, con l’occupazione illegale di alcune aule del Parlamento e dei posti nei quali si siedono i ministri. Urla, grida, parolacce, aggressività gratuita, esposizioni di cartelli, violenze verbali e rabbia canina contraddistinguono sistematicamente i suoi parlamentari. Espelle dal movimento una decina di suoi eletti perché non la pensano esattamente come lui. E non sembra che sia finita. Arriva persino a fare indignare gli ebrei italiani, usando toni e simboli che storpiano l'Olocausto per attaccare il Presidente della Repubblica e i capi dei due partiti che hanno permesso la formazione del governo delle “larghe intese”. Vero è che uno dei due capi nel frattempo è stato condannato per frode fiscale e viene inviato ai servizi sociali per completare la condanna. Questi sono fatti, non opinioni. Che dire di questo comportamento basato sul non "a prescindere"? Ci chiediamo: perché questo comico non ha permesso la formazione di un governo concordato fra lui e il partito di maggioranza relativa su un programma di suo gradimento? In fondo in fondo è stato votato per realizzare il cambiamento, o no? Perché ha sacrificato questa possibilità in favore della purezza dell’estraneità a qualunque governo? Noi abbiamo una ipotesi. Non piacerà ma è, e rimane, un tentativo di spiegazione. Il comico in questione sta realizzando una vendetta personale. Si. Una vendetta personale. Come nei film western di Sergio Leone. Perché? Perché a suo tempo è stato escluso dalla televisione pubblica dopo una sua performance comica contro un partito di governo. L’astinenza per anni dalla Tv pubblica ha prodotto in lui una vera e propria malattia, sviluppando in lui la sindrome di Sansone: “chi se ne frega del paese! muoia Sansone con tutti i filistei”. Per favore. Basta con la retorica del grillismo. Si tratta solo di un vendicatore inadeguato (il comico Crozza lo chiama Lord Blog) che sta sfruttando la politica per realizzare una sua ambizione personale e produrre sconcerto in tutti. Dichiara che tutto è “una guerra”. Fate attenzione perché alla fine, illudendo tutti, i comici vendicativi possono produrre più guai dei politici imbroglioni.

martedì 15 aprile 2014

L’affido di Berlusconi e il rischio della solita pagliacciata all'italiana.


La decisione dei giudici del Tribunale di sorveglianza di Milano, per l'affido in prova ai Servizi sociali di Silvio Berlusconi, è stata presa. Dicono che lavorerà in un Centro anziani. La notizia, se fosse solo questa, non avrebbe nulla di strano. Un condannato per frode fiscale che deve scontare un anno ai Servizi sociali ha il diritto-dovere di avere chiarezza nel suo percorso di rieducazione. D'altronde, tecnicamente, quello che conta nell’intera vicenda è che la decisione dei giudici possa dargli la possibilità di realizzare un processo di rieducazione in grado di permettergli di rientrare nella società, essendosi riappropriato efficacemente del ruolo di cittadino in maniera attiva e consapevole dopo aver effettuato una congrua esperienza di riabilitazione. Insomma, è indispensabile che il processo di rieducazione lo trasformi in un nuovo cittadino, differente dal precedente. Ma le cose stanno proprio così? Siamo proprio sicuri che questa attività farà avere alla società un cittadino cambiato al punto di essere il contrario di ciò che è stato? Noi siamo perplessi e nutriamo più di un dubbio. A nostro avviso le cose stanno in tutt'altro modo. La prima cosa strana di questa decisione è che il condannato dovrà effettuare una prestazione di riabilitazione per un solo giorno alla settimana. Troppo poco. A rigore questo tirocinio dovrebbe essere continuo, sistematico e totalizzante per maturare le condizioni di utilità e di efficacia del servizio. Per fare un esempio è come se una persona dovendo imparare una lingua straniera (che prima non conosce) decidesse di frequentare un corso di lingua un solo giorno alla settimana per un po’ di mesi soltanto. Noi sfidiamo chiunque ad essere in grado, in così poco tempo, di imparare quel minimo di conoscenze-competenze-abilità in grado di sviluppare le capacità sotto il profilo dell'ascolto, della comprensione, della lettura, del parlato e della scrittura della lingua studiata. In mancanza di un percorso impegnativo è praticamente impossibile, in pochi mesi, imparare una quantità anche minima di “conoscenze-abilità” e dimostrare di conoscere una lingua straniera (grammatica, pronuncia, sintassi e dettato). Se aggiungiamo poi che starà “sul posto” appena una mezza mattinata a fronte dell’intera settimana è chiaro che l'efficacia della decisione di sostituire il carcere è probabile che non sarà affidabile. Anzi potrebbe essere dannosa. In tutti i manuali di pedagogia e di didattica si afferma che l'apprendimento per essere efficace deve essere serio, impegnativo e approfondito. Quando si progetta un cambiamento dello stato culturale di una persona (dallo stato A a uno stato B differente dal primo) è obbligatorio chiarire quale sarà il processo pedagogico di cambiamento che in ogni caso dovrà essere serio e responsabile. Altrimenti si corre il rischio di trascorrere ore inutili a “far finta” di apprendere. Ne sanno qualcosa tutti quegli insegnanti che per anni hanno tentato di insegnare ai loro studenti l'apprendimento di una lingua straniera, oppure della matematica, della storia, della geografia, etc., con poche ore di insegnamento alla settimana. Se aggiungiamo poi che lo stesso Tribunale gli ha dato la possibilità di trasferirsi ogni settimana per tre giorni (martedì, mercoledì e giovedì) a Roma a svolgere attività politica e di partito (la famosa agibilità), capirete subito che la prevalenza di questa seconda attività sarà non solo predominante ma potrà rendere il suo lavoro di rieducazione nel centro anziani inutile. Noi siamo dell'avviso che la decisione del Tribunale non sia tarata su standard e parametri socio-educativi adeguati, e pecchi di superficialità per non dire che si tratta di un vero e proprio dilettantismo sotto il profilo rieducativo. Ci auguriamo che i Servizi sociali saranno professionali e svolgeranno il loro lavoro non con genericità e faciloneria ma con rigore e grande professionalità. Non vorremmo che alla base di tutto ci fosse, da parte del sistema alternativo al carcere, una vera e propria messinscena volta in verità a coprire la decisione di favorirlo nella sua attività politica. Siamo poi curiosi di conoscere quali saranno in concreto le sue attività di riabilitazione. Quale sarà il protocollo preciso e puntuale di lavoro riabilitativo, quali le finalità e gli obiettivi, quali i mezzi e le attività di riabilitazione e, soprattutto, quali saranno le verifiche di apprendimento, in grado di dare senso e certezza al percorso riabilitativo. Se le verifiche formative e sommative in itinere, a media distanza e finale dell’intero ciclo non saranno adeguate e precise allora la prova della inadeguatezza dell’intero sistema alternativo al carcere saranno così evidenti da poter trarre la conclusione che si è trattato della solita pagliacciata all’italiana.

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