mercoledì 21 febbraio 2018

«L’esperimento» come inizio di un percorso politico.


Il titolo di questo post potrebbe sembrare sfuggente e ambiguo. Un esperimento può significare molte cose. Può riguardare una esperienza di laboratorio, può trattarsi della verifica di un esame o di un assaggio di cucina. Insomma può significare tutto e il suo contrario.
Personalmente darei una interpretazione del genere: “un insieme di operazioni volte a osservare un dato fenomeno, allo scopo di dimostrare un'ipotesi o di verificare una teoria”. Nonostante l’abbondanza di termini sfugge ancora il dato certo: che tipo di operazioni? Quale fenomeno? Che tipologia di ipotesi? Che esemplare di teoria?
L’esperimento di cui desidero parlare in questo post è quello che riguarda il contenuto di un libro della casa editrice Laterza il cui titolo è appunto L’esperimento. Il sottotitolo finalmente chiarisce una volta per tutte la questione semantica del lessico: “inchiesta sul Movimento 5 Stelle”. Ecco le coordinate bibliografiche complete del libro: Jacopo Iacoboni, L’esperimento. Inchiesta sul Movimento 5 Stelle, Bari, GLF Laterza, 2018.
Chiarisco subito che non mi voglio imbarcare in una analisi politica di questo movimento o “non partito” come viene talvolta definito dagli stessi aderenti. Lo dico subito: non mi interessa. Piuttosto, il mio intento è commentare le prime pagine del libro, laddove si informa il lettore della genesi dell’idea del M5S, con particolare interesse alla figura del suo fondatore Gianroberto Casaleggio e al suo lavoro nella fase antesignana della formazione della sua idea di ipotesi politica, più o meno visionaria, volta a lasciare il segno nella società italiana. In sintesi, si trattò di realtà "vera e propria" o di realtà "romanzata"? Non corriamo e affrontiamo l'analisi della questione con i piedi di piombo.
Le note introduttive relative alla parte iniziale della biografia di Gianroberto Casaleggio scritta da Jacopo Iacoboni intorno all’idea di «esperimento» hanno l’effetto di far ricordare alla mia mente pezzi di memoria dei miei anni iniziali di giovane insegnante di fisica, quasi mai affiorati da adulto, che risalgono al 1973, anno in cui in una provincia lombarda del profondo nord iniziai la mia attività di insegnamento nella scuola media superiore. Il responsabile di questi ricordi è l’incipit del libro che recita testualmente: “Cominciò tutto con un esperimento. Condotto per lo più a Bologna, ma anche nelle sedi di Torino e Milano, tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio”.
Sono costretto pertanto a richiamare alcuni temi della mia vita privata di giovane insegnante per dare senso e giustificazione alle cose che ho scritto qui in questo post.
Parlare di esperimento è per me come parlare dell’aria che respiro, cioè di tutto un mondo di cultura scientifica che ruota intorno alla scienza e alle sue implicazioni, anche politiche. Insegnare Fisica e laboratorio in un biennio di un istituto tecnico industriale significa parlare poi, in modo compiuto e accurato, di esperimenti di fisica, di sperimentazione galileiana, di misure di laboratorio nell’esercizio di una didattica nella quale ho sempre messo al centro del mio insegnamento l’esperimento per la conferma o la smentita di ipotesi scientifiche. Nel mio caso il processo di conferma o smentita di una ipotesi in un esperimento è stato consuetudine quotidiana attuata da studenti, riuniti per gruppi di lavoro in laboratorio, mediante strumenti di misura e materiali di gabinetto di fisica.
Tutto ha a che vedere con l’idea che abbiamo noi di cos’è un “esperimento”, quali obiettivi si propone di conseguire un esperimento e come metodologicamente si progetta e si realizza questo esperimento. Credo che nella scuola e nella società contemporanea italiana dare significato a questo sostantivo è faticoso come le dodici fatiche di Ercole o, se si vuole, è come trovare un ago in un pagliaio perché è difficilissimo trovare laboratori e operatori disponibili a una discussione che abbia a che vedere con un’idea di sviluppo di un tema nell’esperimento, che può coinvolgere anche la politica e l’economia come nel caso del fondatore del M5S. Da questo punto di vista non è banale ricordare che gli esperimenti stanno alla base del metodo scientifico galileiano.
Orbene, senza aspettare oltre vediamo cosa dicono a questo proposito le prime pagine del libro. Innanzitutto si parla di un esperimento inizialmente condotto a Bologna.
Quando si è effettuato questo esperimento? “Tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio” dice l’autore, cioè se consideriamo il valore medio dei due valori con l’anno 2000 si tratterebbe di un arco di tempo intercorrente tra il 1998 e il 2002. Dunque, siamo a cavallo della transizione tra i due secoli XX e XXI.
Per mettere meglio a fuoco il periodo ormai relativamente lontano nel tempo a cui questa narrazione si riferisce ricordo che in quel periodo ci fu la preoccupazione mondiale del cosiddetto millennium bug, il famoso potenziale difetto informatico (bug) che si doveva manifestare durante il cambio di data della mezzanotte nella notte di capodanno nei sistemi di elaborazione dati e nei pc del tempo in tutti i paesi del mondo.
E dove si è effettuato questo esperimento? Il libro fa capire che la sede di questo esperimento è stata Bologna ma si cautela e aggiunge altre due località di Torino e Milano, come dire città che furono e sono campioni del primato scientifico e tecnologico dell’Italia nel campo della ricerca scientifica. Torino perché capoluogo regionale del Piemonte era a quel tempo un centro universitario e industriale di primo livello (basti ricordare il Politecnico di Torino e l’Olivetti per limitarmi a dare l’esempio di due sole istituzioni prestigiose) e Milano perché d’obbligo per tutti coloro che vogliono parlare di innovazione e scienza della ricerca in Italia perché capitale economica e finanziaria del paese. Rimane fuori la sede di Pisa per totalizzare una quaterna di classe superiore nel mondo della cultura scientifica e successivamente anche informatica.
In quale sede si è verificato questo esperimento? “In una piccola azienda di ricerca, sviluppo tecnologico e consulenza informatica chiamata Webegg” . Il termine “piccola azienda di ricerca etc.” lascia supporre che si trattò di una di quelle piccole organizzazioni aziendali in termini di locali occupati, di numero di persone che vi lavorarono e di capitale di piccolo valore investito che caratterizzarono i fermenti dell’innovazione tecnologica mondiale in quel periodo. Ricordo che la Microsoft di Bill Gates iniziò la sua prima attività in un garage di un solo locale. Rimane certo che si trattò di qualcosa di piccolo. Ricordo a questo proposito che il 1968 fu l'anno in cui Billy Gates da studente ebbe accesso per la prima volta a un computer che non erano i Pc di oggi ma enormi armadi metallici contenenti valvole termoioniche, condensatori e resistori grandi delle dimensioni di lampadine e magneti e fili avvolti su supporti metallici. Ricordo ancora che nello stesso anno io frequentai il corso di laboratorio del terzo anno di Università nel quale presentai al professore la mia tesina di approfondimento che prevedeva un esperimento sui campi magnetici in grado di far ruotare elettroni su un'orbita circolare all'interno di un tubo nel vuoto di cui si doveva misurare il raggio ricorrendo alla definizione di forza di Lorentz.

L’obiettivo era risalire al raggio dalla misura sperimentale del rapporto della carica specifica dell’elettrone e/m. Neanche a farlo apposta elaborai i risultati in linguaggio Fortran su un computer IBM ITALIA 1130 approssimativamente uguale a quello di Billy Gates che lavorava con schede perforate per introdurre i dati sperimentali da elaborare. L’esperimento durò diverse settimane; il 7 luglio terminò ufficialmente e il 12 luglio 1968 presentai i risultati al docente del corso con una tesina di decine di pagine che ancora conservo.
Ma ritorniamo a noi. Facciamo dunque una ipotesi di sede aziendale come stima possibile. Tre stanze di un appartamento al piano terra di un palazzo più o meno anonimo a prezzo calmierato. Intendiamoci, potrebbe essere stato anche il contrario ma non è questo il vero problema che mi interessa evidenziare. Sicuramente in quei locali si trovavano alcune macchine elettroniche e una dotazione minima di ufficio, diciamo qualche scrivania con alcune macchine da scrivere Olivetti lettera 32, uno schedario, delle cartelle raccoglitrici di qualche data base e via discorrendo. Naturalmente non avendo la sfera di cristallo posso sbagliarmi ma le carenze di dati puntuali sono così ragguardevoli che giustificano questa ipotesi.
Per fare che cosa con questo esperimento? Per fare “ricerca, sviluppo tecnologico e consulenza informatica” è la risposta che ci si sentirebbe di ascoltare normalmente da un soggetto interessato. Diciamo la verità: si tratta di tre attività importanti relative a tre grosse parole che dette così possono dare l’idea di “molto fumo e niente arrosto”. In altre parole, se si vuole colpire l’attenzione di un interlocutore basta dirgli ricerca, sviluppo tecnologico e consulenza informatica e si è a posto, Chi potrà mai contraddire? E se l’interlocutore è un tipo tosto e incalzante e chiede di che tipo di ricerca si tratta, quale tipologia di sviluppo tecnologico e quale varietà di consulenza informatica viene fornita si è sempre in tempo di ripetere di nuovo la genericità della risposta adoperando altri termini simili e ridondanti come “studio e analisi di sistemi” che era a quei tempi la la chiave per dare il colpo di grazia a qualunque curiosità aggiuntiva.
Quindi la piccola azienda di cui parliamo si interessava di tutto questo ma anche del contrario, chi può contestarlo oggi, purché fosse chiaro che lavorava nell’innovazione. Certo quelli furono tempi in cui le grandi industrie metalmeccaniche, telefoniche, elettroniche, chimiche, manifatturiere del nord Italia, etc. disponevano di capitali e facevano gola a chi avesse titoli di studio specifici come ingegneri, fisici e matematici. Ricordo che le tre tipologie di laurea precedenti erano richiestissime dall’industria di qualunque tipologia. Io stesso, laureato in fisica, non ho avuto alcuna difficoltà ad ottenere subito il posto di lavoro.
Azienda chiamata come? Webegg! E qui comincia l’evasività e la vaghezza della terminologia e dei significati. Web è un termine inglese attuale che è sinonimo di intreccio, ragnatela, rete, mentre egg significa uovo. Il nome Webegg (uovo nella rete) personalmente non l’ho mai sentito nominare e dire che io leggevo e mi informavo quotidianamente su quotidiani, giornali e riviste scientifiche come Le Scienze, Scientia e Sapere pubblicati in lingua italiana che si interessavano di ricerca scientifica. Tuttavia il termine egg è un termine che veniva utilizzato dai programmatori statunitensi della Microsoft perché erano chiamati “easter egg” cioè uova di pasqua quelle schermate che si ottenevano con opportuni comandi da tastiera in grado di far comparire sul video un disegno semplice fatto con i caratteri speciali [= / + e -]. Era un modo semplice di comunicare i propri nomi a chi lo avesse voluto se fosse stato a conoscenza della sequenza di comandi per riprodurli. Quindi la Webegg oltre questo non mi dice nulla. Ciò significa che questa piccola azienda non aveva valicato i confini regionali ed era sconosciuta in campo nazionale.
Quali erano i titoli di studio universitari dei componenti di questa azienda? Lo si legge a pag.3 : “un team ristretto di lavoro composto da informatici, ingegneri, manager”. Ora mi può stare bene il termine team al posto di gruppo di lavoro, di ingegneri e di manager ma ho forti dubbi che a quel tempo ci fossero informatici veri e propri, nell’accezione molto specifica di laureati in informatica. A pag.4 si dice esplicitamente che del ristretto gruppo del team di Casaleggio uno è un ingegnere elettronico.
Ricordo a questo proposito che il corso di laurea in informatica è simile ma al tempo stesso differente dal corso di laurea in ingegneria informatica perché il primo orienta alla formazione più teorica e logico-matematica in 4 anni mentre il secondo approfondisce di più gli aspetti tecnici e tecnologici, come l’hardware, studiati dal punto di vista delle teorie di elettronica, elettrotecnica e fisica in 5 anni. Inoltre bisogna attendere il 1992 per avere l’istituzione di un primo corso di laurea in ingegneria informatica passando da 4 a 5 anni perché prima di quella data l’informatica era una branca di specializzazione del corso di laurea di fisica o di matematica. Non posso escluderlo ma è difficile che nel 1998 ci fossero sul mercato tutti questi informatici usciti a frotte dai primi cicli di laurea. Dunque questa azienda era piccola e costituita tutta da neo ingegneri elettronici ed elettrotecnici, difficilmente informatici, la cui esperienza informatica afferisce più a un interesse personale che ai curriculi universitari veri e propri.
Il libro aggiunge che era anche strategica. Perché strategica? Perché si dice che era nata “come joint venture tra una società inglese chiamata Logica e una società italiana dal nome Finsiel. Di lì a breve Webegg verrà assorbita in Olivetti, poi Telecom Italia”. Un po’ poco per la verità per capire qualcosa. Vediamo di chiarire meglio questi passaggi.
Invero in successivi passi del libro si dice che strategica era l’azienda inglese perché operava in collegamento con organi governativi mentre in Italia i governi di allora non sapevano nemmeno cosa fosse la posta elettronica o un sito web. Io stesso creai il mio primo sito web proprio nel 1998 che è ancora in rete con la grafica del tempo a questo link.
L’azienda inglese ha un nome italiano Logica e non Logic come ci si aspetta che fosse e che si può trovare in un normale dizionario di lingua inglese. Perché? Forse per far passare come italiana un’azienda inglese? O meglio, perché non si voleva far capire che l’azienda era inglese ma italiana? Probabile. In ogni caso anche questo nome non l’ho mai sentito. Invece Finsiel si. Ricordo abbastanza bene che questo nome mi fu familiare perché più volte lessi che operava a livello nazionale nel settore software della ricerca da adoperare anche nel mondo della finanza e delle banche.
E veniamo al dunque. Il libro dice a questo punto che: “L’uomo che guida quel team – un perito informatico, ex studente non laureato di fisica all’Università, diventato programmatore e analista, e poi amministratore delegato di quell’impresa – si chiama Gianroberto Casaleggio. Perbacco, finalmente si scoprono gli altarini. L’uomo che guida il gruppo è un perito informatico non laureato in fisica all’Università. Casaleggio fu dunque un diplomato i.t.i.s., cioè un diplomato dell’Istituto Tecnico Industriale Statale, che ebbe competenze tecniche di tipo informatico. Si. Credo che sia verosimile. Un perito informatico o elettronico o di un’altra specializzazione possedeva a quel tempo un bagaglio di conoscenze tecniche e teoriche notevole se avesse studiato bene l’intero programma di studio. Io stesso sono stato per più di un decennio insegnante in un istituto tecnico industriale statale e il curricolo di questa scuola era completo. Poi, per il restante quarto di secolo, insegnai nei licei.
Oltre alle discipline che si ritrovavano in tutte le scuole medie secondarie o liceali si studiavano un complesso di nozioni di matematica e di tecniche laboratoriali di buon livello. Pensate che in matematica si studiavano elementi di analisi matematica, teoria delle funzioni, calcolo di derivate e integrali, numeri complessi e matrici. C’erano attività laboratoriali di notevoli livello e dulcis in fundo anche elementi di Diritto ed Economia. Un raro caso di curricolo completo.
Tra l’altro Gianroberto Casaleggio fu anche uno studente di fisica all’Università. Dai pochi dati che emergono dal libro sembra che questa iscrizione all’Università non sia stata sviluppata concretamente.
E poi quale Università? Non lo dice esplicitamente ma immagino Bologna. Nel libro non si approfondisce la questione della iscrizione di Casaleggio all’Università. È stato solo matricola o si è fermato alle soglie della laurea? Fu laureando con la tesi pronta ad essere consegnata o no? Per quanti anni su 4 ha frequentato? Sono dell’avviso che tutto sia verosimile. Probabilmente vista la complessità e difficoltà degli studi, Casaleggio non si sentì in grado di proseguire gli studi perché fu costretto a sfruttare le sue competenze acquisite in precedenza col titolo di perito industriale ed ottenere un indispensabile posto di lavoro magari con un buono stipendio. E poi la laurea in fisica era molto difficile perché alla complessità del curricolo c’era la obbligatorietà della frequenza.
Devo dire per completezza di informazione che il sottoscritto nel 1983 ormai docente di ruolo ottenne dal Ministero della P.I. l’incarico di commissario agli esami di abilitazione di Fisica, ex-classe di concorso XXXIII, nella Regione Toscana a Firenze. Qui vi erano alcune aziende che operavano in Data center con attività simili a quelle di Casaleggio ma con la prerogativa di essere vicini a Pisa che era il centro di ricerca telematico per eccellenza, tanto che il primo segnale di lancio di internet avvenne nel 1986 proprio da Pisa. A questo link la mia riflessione su questo evento. Successivamente per un anno intero fui nominato a Venezia come Commissario di concorso a cattedre sempre di fisica e anche lì “a due passi da Padova” non venni mai a conoscenza di uno sviluppo notevole dell’informatica.
Da questo punto di vista il libro dice cose verosimili, non romanzate ma frequentemente poco complete di dettagli più puntuali. Quello che finora appare è tuttavia che il racconto di Casaleggio informatico è dipinto con un certo grado di evasività strumentale, funzionale probabilmente alla caratteristica del suo carattere di persona schiva e riservata.
Ma che tipo di lavoro ha fatto Casaleggio, capo del team della Webegg? Sempre a pag.3 c’è scritto che “il suo gruppo sta valutando in che modo le imprese italiane testate si servono di quell’abbozzo di social network che sono le reti aziendali alla fine degli anni novanta”. Colpisce la frase che si riferisce alle aziende che si servono di “quell’abbozzo di social network che sono le reti aziendali”. Qual è questo abbozzo? E poi fu in grado di capire lo sviluppo di questi social network? E soprattutto prima della fine millennio c’erano queste reti internet funzionanti con scopi da sociali network?
Qui si può ragionare solo a ricordi incerti. I soli possibili social network che io ho conosciuto a quei tempi intorno al 1986 (fare stime precise è difficile) sono le vecchie BBS (Bulletin Board System), bacheche elettroniche, che adesso non esistono più. Furono delle piattaforme forum con interfaccia a caratteri per comunità che adesso definiremmo web ma che allora erano i primordi della telematica. Una BBS fu sostanzialmente un computer che utilizzava un software specifico (per esempio Telix in ambiente Dos) per permettere a utenti esterni di connettersi a esso attraverso la linea telefonica e un modem per utilizzare funzioni di messaggistica e scaricare file disponibili per gli utenti, il cosiddetto file sharing. Le BBS hanno raccontato la storia della telematica italiana prima di Internet. Furono utilizzate dagli amatori qualche lustro prima che uscisse il web e costituì i fondamenti delle prime comunicazioni telematiche amatoriali, dando vita alla telematica di base. Erano servizi gratuiti. A quei tempi di gratuito non c'era nulla. Pensate che la stessa internet oltre al pagamento del fornitore di servizi chiamato provider c'era la tassa governativa sui modem imposta dalla Sip che era notevole e poteva raggiungere le 200 000 lire. Ebbene io ne ho conosciute e frequentate due. La prima BBS del LISIS (040-398091) col dominio M.LIS.TRIESTE.IT era una bacheca elettronica dove si parlava di Olimpiadi della Fisica messa a disposizione da una brava insegnante di matematica e fisica di un liceo veneto. La seconda si chiamava BBS Lario (031-267390) anche qui l'autore era un insegnate di matematica e fisica, questa volta lombardo.
Ma ritorniamo a noi. Nella sfocata scrittura della prima pagina si intuisce che l’idea di Casaleggio era più centrata sulle reti aziendali intranet che non su quelle pubbliche. E comunque il fondatore del M5S si dice che fosse interessato alla intranet per la generica “gestione delle conoscenze”.
Ho fatto cenno alle BBS perché l’uso che se ne fece a quel tempo ha a che vedere col fatto che riguarda il problema del controllo dal potere, dal denaro e dalla cattura delle informazioni personali che viene perpetrato su Internet (pensate ai vari Google, Facebook e Twitter con la gestione della privacy), tutti temi probabilmente cari a Casaleggio antesignani di Rosseau. Non dico cose ingannevoli se affermo che Gianroberto Casaleggio ha fatto suo il tema di Internet, mentre poco si parlava “di progetti, di cooperazione tra gli individui, della loro autonomia e della loro libertà di comunicare senza intermediazioni” e proprietari monopolisti.
Quanti erano i componenti di questo team? A pag.4 si dice che erano in cinque. Solo di uno però si dice il nome e cognome, un certo Carlo Baffè ingegnere elettronico sconosciuto a me e ai più. La storia poi che Casaleggio era il Capo delle operazioni italiane della britannica Logica mi sembra una forzatura per far diventare ufficialità le operazioni di routine di Casaleggio e amplificare la forza del suo cognome. La notizia poi che non meglio identificati “operatori inglesi” si legarono a Casaleggio sembra più fantasia che realtà. E’ possibile che ci sia stato in Italia qualche sporadico incontro del gruppo di operatori inglesi con la Webegg più per giustificare una vacanza in Italia piuttosto che per parlare di progetti inesistenti e non confermabili in quanto ovviamente mancano documenti a sostegno di questa ipotesi.
In relazione alle cose scritte nel libro mi sembra strano che non ci sia alcun riferimento alla IBM che era a quel tempo un colosso dell’informatica molto attiva sul mercato lombardo-emiliano. A questo proposito ricordo un particolare della mia vita che mi vide come testimone diretto di come operava un’azienda tecnologica che trattava informazioni come IBM sul mercato milanese.
Dopo una supplenza annuale nell’anno scolastico 1973/74 ottenni la nomina dal Provveditore a docente incaricato a tempo indeterminato di Fisica e lab. preso un istituto tecnico industriale lombardo. Dopo pochi mesi ricevetti da IBM una lettera con la quale mi informava, dietro mio interesse, che nel mese di gennaio del 1975 ero stato invitato a Milano nella sede operativa per essere sottoposto a un test conoscitivo per essere assunto. Questo test consistette di 50 domande alle quali dare risposte in un tempo massimo di 20 minuti davanti a un incaricato che mi controllava prendendo appunti. Risultai ammesso alla fase successiva e fui invitato di nuovo nel mese di marzo ‘75 a un colloquio finale nel quale mi si fece presente che dopo una fase transitoria di 6 mesi avrei avuto la possibilità di triplicare il mio stipendio di professore di una scuola media superiore. Alla mia richiesta di chiarimento del tipo di lavoro che avrei dovuto svolgere mi si disse che avrei dovuto muovermi per le provincie lombarde ed emiliane a fare lavoro di supporto alla installazione di sistemi informatici aziendali. Quando capii che non avevo molte possibilità di fare lavoro di ricerca nei laboratori della IBM informai il presidente dello staff aziendale che mi intervistò, con suo stupore, che non ero interessato all’offerta di lavoro. Preferii mettermi un camice bianco in un laboratorio scolastico e svolgere esperimenti didattici con gli studenti piuttosto che snaturare i miei interessi passando dal mondo della ricerca al mondo del commercio.
Ho voluto raccontare questo episodio perché a quel tempo le aziende informatiche erano poche sul mercato del nord Italia (quasi nulle nella parte rimanente d'Italia) e quelle poche avevano un solo obiettivo: far aumentare il fatturato. Mi rende pertanto soddisfatto leggere sul libro che le reti intranet “operative” servono a sostenere il business e le vendite. Quella non era certo l’industria 4.0 di oggi! Era industria di una volta, sintonizzata a fare impresa e denaro. Sono pertanto perplesso quando leggo che veniva dato spazio a un soggetto come Casaleggio che di tutto parlava tranne che di sostegno al business e alle vendite.
Mi fermo qua tirando le somme della breve analisi fatta sopra. Cosa emerge in sintesi? La ricostruzione è verosimile. Le date più o meno coincidono. Quei pochi nomi coinvolti - a parte la Finsiel azienda dell'Iri che operava nel settore informatico poi passata alla Telecom - sono a mia memoria sconosciuti. Rimangono con certezza due valutazioni. La prima è la vaghezza delle descrizioni. Troppo incerte sono le note informative e poca è la possibilità di riscontro delle cose dette con atti ufficiali difficili da trovare. La seconda riguarda una certa ricorrenza nel volere mettere in evidenza che alla base di tutto c’era un “progetto ben preciso” legato alla prospettiva di futuro politico e di visione storica come sviluppo della società connesso con la Information Technology. Era impossibile a mio parere immaginare lo sviluppo della società futura fortemente dipendente dalla digitalizzazione. Insomma in Casaleggio così come descritto appaiono a mio parere esagerati i germi della sua visione futuristica della società. È verità tutto ciò o c’è una forte voglia di far apparire?

Bibliografia

La bibliografia che presento è intenzionalmente proposta in forma ridotta perché tutti i testi sono stati pubblicati in date antecedenti agli inizi dell’attività di studio e di riflessione di Gianroberto Casaleggio. Il motivo è che ci si può fare un’idea dello “stato dell’Arte” della cultura informatica come essa fu e come si presentava agli albori della telematica e prima che si parlasse di Webegg e comunque fino al 2000. Non vi erano altri testi rilevanti in circolazione sul tema in lingua italiana. Per una bibliografia più approfondita si guardi al termine della pagina web seguente. I primi quattro testi sotto riportati costituiscono il corpus degli scritti di Gianroberto Casaleggio. Vengono qui riportate le prime edizioni con il relativo anno di pubblicazione.

1.Gianroberto Casaleggio, Movies Bullets. Cinema e management, Milano, Il Sole 24 Ore, 1988;
2.G.Casaleggio, Il Web è morto, viva il Web, Milano, Pro Sources, 2001;
3.G. Casaleggio, Webdixit. 1000 e più citazioni dalla Rete. pensieri e parole per un'azienda creativa, Milano, IlSole 24 Ore, 2003;
4.Gianroberto Casaleggio, Web Ergo Sum, Milano, Sperling & Kupfer, 2004;

1- Baldini M., Storia della comunicazione, Roma, Newton & Compton, 1974;
2- Berretti A. Zambardino V., Internet Avviso ai naviganti, Roma, Donzelli, 1982;
3- Zou Luciana, L'informatica, Roma, Newton Compton, 1995;
4- P. Attivissimo, Internet per tutti, Milano, Apogeo, 1996;
5- P.Kekoe, Lo zen e l'arte di Internet, Milano, IlSole-24ore libri, 1996;
6-E. Guidotti, Internet e comunicazione, Milano, F. Angeli, 1997;
7-M.Calvo-F.Ciotti-G-Roncaglia-M.Zela, Internet '98. Manuale per l'uso della rete, Bari, Laterza, 1998;
8-L. Tomassini, Il futuro in rete, Edizioni Telecom, 1998;
9-Longo G. O., Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra cultura, Bari, Laterza, 2000.

mercoledì 14 febbraio 2018

Politica, finanziamento dei partiti e tirata di orecchie.


Oggi ricevo e commento una mail inviatami dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi con la quale relativamente ai costi della politica mi invita a sostenere il medesimo partito con una donazione. Ecco la mia risposta.

Caro dott. Francesco Bonifazi, intanto grazie delle informazioni. Lei perora una nobile causa che riguarda il finanziamento trasparente di un partito, l’unico rimasto nel panorama dei partiti tradizionali. Degli altri è meglio tacere.
Purtroppo non potrò esserle d'aiuto. La ragione sta nel fatto che ultimamente il Pd ha preso l'abitudine di sfiduciare dai notai i propri sindaci, peraltro meritevoli. Ad essere pragmatico penso che sarebbe stato più comprensibile sfiduciare i sindaci degli altri e non i propri. Ne conviene?
Tra le tante altre cose le confesso che sono allergico al fatto che nella politica si facciano entrare notai e avvocati. Far dipendere il giudizio politico e il mandato di un sindaco dalla figura di un Azzeccagarbugli è l’ultima cosa che potrei giustificare nell’attività politica di un partito nazionale.
Nel riconoscere che il notaio è intervenuto in maniera formalmente ineccepibile faccio altresì presente che l’intervento notarile ha creato, a mio giudizio, un vulnus nella vita politica del Comune di Roma. Questo vulnus deve essere inteso come una vera e propria sospensione della democrazia politica nel paese che solo agli elettori è dato possibile avere a fine consiliatura, ma mai a una segreteria di partito. Si ricordi che se in tutti i comuni si copiasse la sciagurata decisione romana non saremmo più in una società democratica ma in quella dei soviet. Pertanto e disgraziatamente dovrà fare a meno del mio contributo. Penso convintamente che per ragioni educative io debba lanciare un messaggio pedagogico chiaro a Lei e al suo partito per evitare in futuro sfrontatezze del genere.
Sa, alle penultime elezioni a Roma avevo convintamente votato il Pd che presentava finalmente un candidato della società civile meritevole di fiducia. Devo dire che a tutt’oggi non ho ancora capito perché ci si è rivolti a un notaio per dimissionare lo stesso uomo che prima mi aveva invitato a votare. Ne conviene che questo atteggiamento è di tipo schizofrenico?
In conclusione si rifaccia vivo al prossimo giro, nella speranza che nel frattempo il Pd sia rinsavito.
Con poca cordialità.

sabato 25 novembre 2017

E’ meglio fare silenzio e agire che gridare e non modificare nulla.


La Presidente della Camera Boldrini e il Presidente del Consiglio Gentiloni in occasione della manifestazione contro il femminicidio hanno detto che: "uccidere una donna ogni due giorni e mezzo in Italia è un dato spaventoso". La violenza contro le donne è una vergogna, che sfregia tutto il Paese. Italia civile dice stop". Boldrini ha anche aggiunto che “si tratta di violazione dei diritti umani, non di un fatto privato".
Siamo d’accordo. Su questo tema come su quello della sicurezza dei cittadini contro i delinquenti non si scherza e alla Camera la manifestazione di centinaia di donne è stata un successo.
Però non basta. Ci piacerebbe ricordare alla Presidente della Camera e al Premier Gentiloni che non ha senso abbaiare inutilmente se poi non seguono azioni legislative coerenti con quanto auspicato.
Non serve solo protestare anche vistosamente ma le Loro gentili grazie, in ragione dei ruoli che svolgono in Parlamento, dovrebbero soprattutto agire, proprio in sede legislativa per evitare sentenze ridicole a favore degli stupratori come più volte si è verificato da parte di una magistratura che applica le leggi.
Questo significa che quei giudici che hanno prodotto sentenze annacquate lo hanno potuto fare perché le leggi della Repubblica lo permettono. Se invece di gridare contro il femminicidio si intervenisse pesantemente anche nella legislazione nessun giudice potrebbe diluire le sentenze.
Dunque al capo del Governo e alla massima Autorità della Camera dei deputati ci si sente di rimproverare loro che è meglio fare silenzio e agire piuttosto che gridare senza modificare la legislazione. Fare una legge dura come è necessario in questi casi non solo sarebbe un deterrente ma darebbe anche certezza della pena e difficoltà a reiterare il reato. Te capì?

domenica 19 novembre 2017

Serve un cambio di marcia: la scuola così com’è ridotta è arrogante e misera.


È tempo che la scuola smetta di insegnare modelli di apprendimento sbagliati, frutto di scelte post-sessantottine ormai “foglie morte” controproducenti. Ritorni piuttosto a essere protagonista dell’educazione e della formazione dei giovani come lo fu prima del ’68.
Questa premessa non vuole essere il tentativo di giustificare un intervento a gamba tesa nella politica scolastica parlando bene della scuola del primo ventennio post bellico. Semmai è la verità riconoscere i mali della scuola recente che da tempo non fa più il suo mestiere. In ogni caso la nostra, che poi è dei molti, vuole essere un’idea più o meno accettabile relativa al desiderio di chi vorrebbe vedere attuato un modello di scuola molto diverso da quello attuale che ha fallito miseramente e clamorosamente nel suo compito educativo. La situazione è sotto gli occhi di tutti. Qui non si dicono bugie. Semmai si dicono verità che sono scomode e “politicamente scorrette”. Ogni altra interpretazione è fuori dal senso di questo post.
Partiamo dai dati nazionali e internazionali che dicono all’unanimità che l’attuale scuola secondaria italiana (media, liceale e tecnico-professionale) non educa, non forma, non informa e, ciò che è più grave, non civilizza. Si, perché siamo addirittura al concetto elementare di senso civico che la scuola non riesce più a impartire. Troppi errori, troppe scelte politiche errate, ingenue, inefficaci e populiste (diremmo oggi) hanno portato la scuola “più bella del mondo” ad essere un modello diseducativo dovuto a pseudo riforme tutte sbagliate e una peggiore delle altre.
E’ giunto il momento di fare autocritica. Si tratta di avere l’onestà intellettuale di riconoscere che l’unica maniera per evitare il dramma della distruzione di qualsiasi processo educativo è quella di partire non da un ulteriore processo di riforma che si “aggiunga” agli altri ma di una rivoluzione autentica. In poche parole ci vorrebbe una decisione attraverso la quale invece di percorrere sentieri educativi che producono “la peggiore gioventù” in percorsi pensati a produrre “la meglio gioventù”. Questo percorso l’Italia lo ha già avuto e ha funzionato egregiamente.
Ormai non bastano più le “buone scuole”. Ci vuole un ritorno allo spirito e alle norme della scuola degli anni pre-sessantottini. Punto e basta.
La scuola di oggi, ovvero il nulla culturale ha prodotto la peggiore concentrazione di somari per unità di tempo che si iscrivono all’università. La causa è nota: politici, ministri e pseudo-pedagogisti di matrice marxista e cattolica hanno creato una scuola che è un autentico inferno luciferino su tutti i piani educativi. Nei programmi, nei metodi, nella docimologia, nel senso civico e della educazione, nella organizzazione abbiamo una scuola che produce ignoranti, maleducati, bulli e distruttori delle belle cose.
La scuola post-sessantottina produce e coccola bande di studenti che fanno scorribande tutto l’anno per non studiare con una normativa che non solo impedisce gli abusi ma li sollecita. I “cento giorni”, gli assemblearismi mensili, le “autogestioni”, le violenze fisiche e sessuali, il mobbing nei confronti dei più deboli, la droga, le connivenze dei genitori che sono i primi a sollecitare scioperi e "prese della Bastiglia" perché non accettano i voti e gli insuccessi dei propri figli hanno trasformato la scuola nel migliore dei casi in un ring, nel peggiore dei casi in fortini Fort Apache assaltati da bulli, violenti, distruttori che pretendono di fare ciò che le norme vietano solo a parole. Basta. Non se ne può più.
Per essere chiari la prima terapia è la sospensione di tutte le prassi negative che da decenni infestano gli istituti scolastici statali che incidono negativamente sui comportamenti degli studenti e sul loro apprendimento. Zero pseudo diritti e massimo recupero dei doveri significa smetterla con l’oppio dei decreti delegati. Ripristinare la pax relazionale corretta significa che tutte le scuole si devono uniformare a un solo scopo: studiare e insegnare.
Reintrodurre la motivazione allo studio è possibile e dovrebbe costituire lo scopo fondamentale della nuova scuola, con l’obbligo di realizzare saperi mediante la nozione, ovvero conoscenza reale e non superficiale di ciò che si studia. Abrogare tutte le norme legislative dal 1975 in poi e ritornare a prima dei decreti delegati. Reintrodurre la logica del vecchio liceo classico e scientifico adattandolo alle nuove tecnologie e alle vecchie competenze. Altrimenti sarà tutta una illusione: si perderà tempo e denaro.

mercoledì 8 novembre 2017

Una massa di cinici e malvagi in giacca e cravatta in Parlamento.


Mai vista una classe politica di governo così inadeguata come quella italiana. I nostri governanti sono diventati miopi e sordi davanti a una realtà incontrovertibile di società ormai sbrindellata nella tenuta dell’etica e del senso civico che reclama interventi legislativi forti nel campo dei delitti contro le persone.
In poche parole in Italia oggi c’è una magistratura che a causa di rattoppi legislativi e di buchi normativi che si sono realizzati nel tempo hanno tolto efficacia alle norme del codice penale. La conclusione è che il medesimo Codice è diventato sostanzialmente inutile e totalmente inadeguato nella definizione delle pene ai criminali.
Quante volte abbiamo letto sui giornali che un anziano o una giovane hanno subito violenza da un loro nemico e i tribunali salvano il reo con condanne simboliche e inaccettabili perché lo prescrive il codice penale? Quante volte le vittime di violenza hanno dovuto nascondersi perché tra le pieghe degli articoli del codice vi era un comma che permetteva al reo non solo di non andare in galera ma che addirittura andasse ad abitare a pochi metri dalla vittima in attesa di una sentenza che non arriva mai?
Ormai questi casi non fanno più notizia, così come non fa più notizia la protesta di molte vittime che al danno devono subire anche la beffa dei rei che vengono scarcerati dalla magistratura.
Viene da Ostia l’ultima notizia che un giornalista è stato aggredito da un membro del clan locale riportando il setto nasale rotto. Sarebbe facile dire che chi fa violenza ha sempre torto. Parole che ormai nel registro della cronaca non hanno più alcun significato. Con questo slogan il problema non solo non lo si risolve ma lo si trasforma in un rito, inutile e oltraggioso per le vittime.
Il problema è più generale. In Italia il codice penale è ormai totalmente inadeguato a fronteggiare la violenza di coloro che non hanno rispetto della persona umana. E’ inutile girare intorno al problema perché questa è la verità. I politici, soprattutto quelli di governo, chiudono occhi e orecchie ai bisogni di giustizia dei cittadini. In un paese serio questi politici sarebbero stati mandati a casa e i nuovi politici avrebbero approvato nuove leggi più efficaci e più in sintonia con la domanda di sicurezza dei cittadini. Invece da noi questi politici - premier, ministri e responsabili dei partiti - non intervengono mai in sede legislativa per cambiare le norme adeguandole ai nuovi reati che si beano di parole come tolleranza e libertà. Quando tutti questi intelligentoni capiranno che la via maestra è quella della modifica legislativa del codice penale sarà troppo tardi.
Uno Stato serio avrebbe messo da tempo la fiducia su un provvedimento legislativo ormai ineludibile e in grado di evitare il ripetersi di fatti come Ostia, che riguardano addirittura il senso stesso della democrazia. Ma qui stiamo parlando di uno Stato serio non di uno Stato in cui il partito di maggioranza al governo pensa di bloccare le intercettazioni colpendo i giornalisti e non offrendo uomini e mezzi alle forze di polizia. Alle prossime elezioni il Pd diventerà irrilevante.

sabato 21 ottobre 2017

Il vero problema dell'integrazione


Il marocchino che incendia la casa in cui abita e uccide tre dei suoi quattro figli come esempio più recente è l'ennesima tragedia di un immigrato arabo che non possiede gli strumenti culturali occidentali per accettare la sua nuova realtà.
Il vero problema dell'integrazione è l'accettazione degli aspetti valoriali della persona che abbiamo noi in casa nostra. Questi aspetti che attengono alla sfera dei principi legislativi non si interiorizzano dalla sera alla mattina ma hanno la necessità di essere prima insegnati ai migranti e poi applicati da loro concretamente.
Il processo di crescita educativa richiede tempo, impegno e risorse. Ci vogliono dei centri didattici che si occupino di formare alla cultura occidentale i migranti tutti (espuntando dal loro pensiero di base la cultura della vendetta e valorizzare la cultura dei diritti e dei doveri, insegnare la lingua italiana, la Costituzione e le linee principali del diritto italiano, etc.).
Care Autorità politiche (governo, parlamento, partiti, organizzazioni no profit) se non capirete questo semplice assunto sbaglierete sempre.

lunedì 2 ottobre 2017

Quando è troppo è troppo: basta con il deficit etico delle Commissioni d’esame.


Ho provato irritazione quando i giornali hanno scritto recentemente articoli relativi alla questione degli arresti di docenti per avere truccato i risultati di alcuni concorsi nelle università. Fin da giovane, da quando ho frequentato le prime lezioni all’università, ho sentito spesso parlare di piccoli scandali relativi ai favoritismi che certi baroni universitari producevano in virtù del loro potere baronale per offrire a parenti e amici posti di insegnamento nelle università. Uno di questi scandali per esempio ha riguardato il fatto che per trovare posto a un figlio di un barone è stata creata ad hoc una cattedra nella Facoltà di Lettere di una università siciliana, il cui insegnamento ha preso il nome di “Psicologia dell’automobilista”.
Oltre questi antipatici fatti che comunque sono da stigmatizzare e da estirpare non c’è mai stato nulla di eclatante che permettesse l’arresto di alcuni di questi notabili.
Da studente non mi occupavo di politica attiva, anche se ero perfettamente consapevole che vivevo un periodo importante di cambiamenti della società italiana. Erano gli anni dal 1965 al 1969. Io ho vissuto il cosiddetto ’68 in prima persona, comprese le contestazioni e in alcuni casi la violenza degli studenti più ideologizzati che hanno bloccato più volte la didattica e gli esami. Come studente fuori sede mi preoccupavo di seguire le lezioni e di studiare. Non frequentavo pertanto alcun movimento di contestazione. Anzi, nel 1968 ho subito direttamente le conseguenze di quella follia perché più di una volta ho dichiarato che non accettavo la violenza fisica e psicologica nelle aule dell’università. In più ho perduto la possibilità di dare un esame nella sessione di febbraio del 1969 perché la mia facoltà rimase bloccata per occupazione dei collettivi studenteschi.
Le notizie degli arresti dei 7 titolari di cattedra, di cui alcuni addirittura di Diritto tributario, e dei 22 procedimenti di arresti domiciliari di altri docenti di Firenze e dintorni mi hanno indotto a rompere le righe di un insopportabile silenzio e dire la mia su questa squallida vicenda. In particolare mi soffermerò sulla dichiarazione del Presidente dell’Autorità anticorruzione, il magistrato Raffaele Cantone, il quale ha testualmente detto che: «negli atenei c’è un deficit etico, per cui è necessario cambiare le commissioni nei concorsi dei docenti».
Dunque, se non ho capito male, i media e la magistratura anticorruzione sono convinti che c’è un problema di aeticità nel nostro sistema di reclutamento scolastico tanto da far dichiarare senza mezzi termini che le commissioni d’esame fino a quelle dell’abilitazione sono inaffidabili.
Dico subito che c’era da aspettarselo ed è grave che le autorità di controllo universitario abbiano abbassato la guardia fino a giungere al limite della connivenza. A questo proposito affermo che se responsabilità c’è stata, essa è tutta contenuta nella nomina dei componenti delle Commissioni che hanno il delicato compito di valutare e giudicare i candidati. Il cancro sta tutto in questo limbo delle nomine delle Commissioni, perché come si dice in questi casi “sono andati nei posti giusti i vincitori sbagliati”.
Sono testimone oculare nonchè responsabile in prima persona di un fatto increscioso accadutomi nei primi anni ’80 che adesso racconterò per dimostrare come si possano evitare intrecci e garbugli simili a quelli commessi dagli arrestati se si è seri nei processi di svolgimento concorsuali.
Come docente di ruolo di scuola media superiore sono stato in quegli anni nominato dal Ministero della PI a Venezia componente di una commissione di esami di concorso a cattedre per docenti. La commissione era composta da tre elementi: il Presidente, che era un preside di Milano, un docente di ruolo di Brescia e il sottoscritto. Appena prima della prova scritta i due non si sono presentati perché hanno rifiutato l’incarico. La Sovrintendente Scolastica dell’Ufficio Interregionale per il Veneto e il Trentino-Alto Adige, preoccupata del loro ritiro, la sera prima della prova scritta mi convoca alla Sovrintendenza scolastica del Veneto in Cannaregio 6099 e mi informa che alla prova scritta avrei dovuto sostituirli e cavarmela da solo.
L’indomani, durante una fredda e innevata mattinata di metà dicembre, mi presento nella sede di esame con largo anticipo per iniziare le operazioni preparatorie e firmare un migliaio di fogli di carta protocollo già timbrati da consegnare ai candidati per la prova scritta, nonché completare tutte le operazioni di verbalizzazione della prova. Alle ore 9.00 in punto, con la collaborazione di decine di docenti di sorveglianza distribuiti su due turni, consegno ai 161 candidati dislocati nelle classi dell’Istituto dell’ITIS “Zuccante” di Venezia-Mestre il testo della prova e leggo a tutti le condizioni di esclusione dal concorso. Tra queste condizioni ne cito una sola a causa del fatto che essa manifesterà in tutta la sua importanza il motivo della eticità o meno durante lo svolgimento dello scritto. Sarebbero stati esclusi dalla prova scritta della durata di 8 ore "tutti coloro che sorpresi da un membro della commissione a copiare avessero commesso l’illegalità del plagio".
Alla fine del primo turno di sorveglianza vengo raggiunto nei locali della Presidenza della scuola da una anziana docente sorvegliante che a fine turno mi informa di avere visto che alcuni candidati copiavano brani da libri e fotocopie e che i colleghi destinati al controllo nelle aule invece di controllare i candidati controllavano me che non venissi all’improvviso nelle classi. Irritato e amareggiato da questa situazione che denotava una doppia immoralità, relativa non solo al fatto che io avevo avvertito tutti delle condizioni di esclusione ma che il solo controllato tra i presenti ero io e non i candidati, agisco in fretta. Con uno stratagemma colgo di sorpresa in alcune aule candidati e sorveglianti contestando a tre candidati le irregolarità e criticando l’operato del personale di sorveglianza. In poche parole riporto a verbale quanto successo, né più né meno, allegando le fotocopie sequestrate e i numeri delle pagine del manuale copiato. Dopo aver letto loro gli addebiti di contestazione da me verbalizzati e aver fatto firmare il verbale ai tre candidati li ho espulsi. Fu una giornata molto faticosa perché la prova e le relative operazioni di chiusura dei plichi mi fecero stare al lavoro fino a tarda sera senza mangiare e con un solo cappuccino servito in un bicchiere di plastica.
Durante le successive festività natalizie ricevetti la telefonata di una signora che voleva convincermi a firmare una dichiarazione con la quale smentivo me stesso per le cose scritte nel verbale di contestazione degli addebiti. La signora era la madre di un candidato espulso che aveva fatto ricorso al Ministero della PI per invalidare la mia decisione di espellere il figlio. Tuttavia le fu detto che le considerazioni presenti nel verbale e l’elenco delle prove esposte dal sottoscritto, formalmente ineccepibili, erano schiaccianti tanto che l’ispettore tecnico preposto fu ascoltato dal dirigente superiore della Direzione Generale del Personale e degli Affari Generali che si convinse a rigettare il ricorso. La conclusione dolorosa fu che i tre espulsi non ottennero l’annullamento del mio provvedimento e perdettero la possibilità di continuare le successive due prove pratica e orale. In riferimento poi all’esclusione dei tre candidati la commissione, durante le operazioni di valutazione degli elaborati, procedette all’annullamento di ben 8 elaborati perché individuò sicure e comprovate prove di plagio.
La morale della favola di questa storia vera e provabile, risalente a più di tre decine di anni fa che non avevo mai raccontato prima è semplice, e cioè che i timori dell’Autorità anticorruzione sono tangibili e maledettamente concreti ma che è possibile porre un argine alla voracità degli immorali mediante nomine di commissari onesti e consapevoli, in grado di giocare un ruolo di salvaguardia dei criteri di equità, giustizia e merito dei candidati.
Se il Ministero della PI lo avesse voluto e avesse continuato a volerlo, con il suo corpo ispettivo, avrebbe potuto intervenire sempre e in ogni luogo per evitare questi sconci e squallidi commerci.
Non per polemizzare ma per chiarire bene come stanno le cose desidereremmo conoscere dal Ministero della PI la statistica di quanti candidati sono stati esclusi per espulsione dalla data del concorso sopra esposto indetto agli inizi degli anni ‘80.

Support independent publishing: buy this book on Lulu.