giovedì 6 luglio 2017

Lo stato costrutto: dubbi e problemi


Premessa

Perché questo articoletto sullo stato costrutto nella lingua araba? Ha ancora senso scrivere qualcosa relativa allo stato costrutto senza cadere nella banalità o, peggio, nella imitazione di altri articoli di studio? Che senso ha poi un frammento di riflessione sullo stato costrutto quando ci sono facilmente disponibili in biblioteche e in rete centinaia di libri, articoli e forum in tutte le lingue e in tutte le salse? La risposta riguarda un mio desiderio. Quale desiderio? Quello di vedere scritto sui testi delle nuove grammatiche di lingua araba, più o meno contemporanee come si dice oggi, invece di “stato costrutto" il suo vero nome arabo “iḍāfah". Tutto qui? No, anche se a me sembra molto. È evidente che la questione della traduzione in italiano dei nomi dei costrutti grammaticali arabi non è solo nominale o accademica ma contiene aspetti metodologici e didattici di notevole valenza pedagogica, oltre che linguistica. Ne parleremo dopo.
Intanto mi chiedo perché se in arabo l'annessione di un muḍāf con un muḍāf ilayhi si chiama "iḍāfah" أَلإضَافَة, in occidente noi dobbiamo chiamarla "stato costrutto"? Anche i nomi dei due termini dell’iḍāfah sono criticabili. Perché dobbiamo chiamarli genericamente "primo termine" e "secondo termine" dello stato costrutto quando gli arabi gli danno un nome ben preciso a entrambi: muḍāf al primo e muḍāf ilayhi al secondo مُضَاف و مُضَاف إلَيْهِ? Non potremmo chiamarla anche noi semplicemente Iḍāfah, come sta scritto nei loro testi arabi? In più, potrei aggiungere che la lingua araba essendo per gli arabi lo strumento attraverso il quale è scritto il Corano rimane inteso che è lingua sacra e immodificabile per ragioni soprattutto teologiche, oltre che per tradizione. In sintesi possiamo dire che la “fortuna” della lingua araba è il culto della lingua coranica nella sua accezione più forte che è quella religiosa e immutabile. Perché dobbiamo mutarli noi i nomi? Qual è dunque il bisogno irrefrenabile dei linguisti occidentali di non usare la stessa terminologia che usano gli arabi? Vogliono essere a tutti i costi originali o c’è dell’altro? Badate bene che oltre allo stato costrutto ci sono altre questioni terminologiche del genere nella grammatica araba che meriterebbero la stessa critica.
Ritorniamo allo stato costrutto. Mi si dirà che "stato costrutto" deriva dal latino status constructus e che pertanto ha radici lontane nella storia italiana ed europea. È vero. Tuttavia mi sento perfettamente in grado di dire che noi possiamo chiamarlo lo stesso Iḍāfah sopravvivendo all’evento “catastrofico” di modifica di una parola di etimologia latina a favore di una parola araba, ricordando magari in nota che in latino si dice "status constructus". Capisco che le resistenze dei tradizionalisti sono dure a morire. Ciò non toglie che si può provare come è stato fatto in qualche altra lingua.

1.L’Iḍāfah

Dunque, in questo trafiletto io chiamerò sempre lo “stato costrutto” Iḍāfah, إِضَافَة , cioè Annessione, ovvero una struttura grammaticale che opera in modo sinergico tra primo termine e secondo termine in modo da garantire alcune condizioni che elencherò tra poco. Sul vocabolario arabo-italiano Tràini(5) a pag. 812 si legge : «aggiunta; addizione; annessione; aumento; supplemento; congiunzione; connessione; attribuzione; riferimento; rapporto di annessione, stato costrutto (gramm.)». Mentre مُضَاف si legge: «aggiunto; annesso; congiunto; connesso, unito; ascritto, attribuito, riferito (a الى); in stato costrutto, in rapporto di annessione (nome); il nome reggente nello stato costrutto (gramm.). Infine, المُضَافُ إِلَيْهِ il secondo termine di un rapporto di annessione, di uno stato costrutto, il caso genitivo (gramm.). D'altronde al-muḍāf in arabo significa l'«annesso» e muḍāf ilayhi sarebbe l'«annesso verso esso», cioè “al quale è annesso”. Il nome “annesso” non è casuale ma soddisfa l’esigenza di dare senso all’annessione che in molte lingue è denominata con sinonimi del tipo adiacente o contiguo o attaccato o legato o congiunto. Il muḍāf ilayhi sarebbe quello che noi italiani chiamiamo “complemento di specificazione”, in latino “genitivo”. L’Iḍāfah è femminile mentre il muḍāf e il muḍāf ilayhi sono maschili.
Le peculiarità delle regole di questa tipologia di costruzione grammaticale del tutto particolare sono:
 tra il muḍāf e il muḍāf ilayhi è vietato interporre qualsiasi parola;
 il muḍāf, cioè il sostantivo che viene specificato rifiuta l’articolo;
 la preposizione semplice “di” non viene tradotta;
 il complemento di specificazione muḍāf ilayhi va posto subito dopo il sostantivo muḍāf che viene specificato;
 il complemento di specificazione muḍāf ilayhi è preceduto quasi sempre dall’articolo. In pochi casi particolari non lo ammette.
Esistono dei casi particolari in cui il muḍāf ilayhi, perfettamente determinato per natura o per altro, non prende l’articolo. Essi sono: 1) se è un nome proprio di persona; 2) se è un nome geografico; 3) se possiede un pronome suffisso.
In alcune grammatiche italiane di arabo pubblicate almeno più di mezzo secolo fa, i due termini in italiano sono stati chiamati rispettivamente “reggente” il primo e “retto” il secondo(1), oppure “primo nome” e “secondo nome”. La dicitura ricorda l’italiano dotto di secoli fa, ed è sempre meglio dell’uso generico di primo e secondo termine. Per curiosità mi pongo il problema di come si possa chiamare lo stato costrutto in altre lingue. Ecco una breve casistica:
In francese = annexion (7) o possession (possédé et possesseur)
In inglese = genitive construction o construct state
In spagnolo = anexión (2)
In russo = Состояние cопряженное(3) Sostojanie soprjažennoe(3) (condizione, stato di annessione o di congiunzione)
In ebraico = smikhut ([smiˈχut]) (סמיכות‎, letteralmente "sostegno" , "adiacenza").
Bene. Ritorniamo all’Iḍāfah soprattutto presentando adesso alcuni esempi che materializzano dubbi e concretizzano perplessità a cui ho accennato all’inizio.
2.I quattro casi più evidenti di Iḍāfah

Com’è noto l’Iḍāfah è costituita da due parole all’interno delle quali non può essere inserita un’altra parola o più parole. L’esempio che prenderò a prestito è “la macchina del direttore” che consiste come si vede nei due sostantivi “macchina” e “direttore”.
Preso atto che queste due parole possono essere determinate o indeterminate, le possibili combinazione di queste due parole tra di loro sono quattro. Infatti il muḍāf “macchina” può essere o determinato (la macchina) o indeterminato (una macchina). Lo stesso dicasi per l’Iḍāfah ilayhi “direttore”, che può essere o determinato (il direttore) o indeterminato (un direttore). Ecco le quattro possibili combinazioni:
1. La macchina del direttore
2. La macchina di un direttore
3. Una macchina del direttore
4. Una macchina di un direttore.

E’ evidente che nel primo caso si ha una precisa macchina, unica, determinata che è di proprietà dell’unico direttore, determinato anch’esso, che è proprietario della sua unica macchina. Non ci sono dubbi di sorta né su chi è il proprietario della macchina, né che la macchina non sia del direttore.
Nel secondo caso cessano le certezze e si introduce una indeterminazione. Qui si parla della macchina di un direttore, un direttore qualunque della classe dei direttori presenti in quella città o dell’intero paese. Dunque esistono tanti direttori. Quanti siano di preciso non ci interessa. Quello che interessa invece è che ci sono molti direttori che possono avere la macchina, una macchina. Uno dei tanti direttori ha sicuramente una macchina. Di questo si tratta.
Nel terzo caso si avrà il contrario del precedente. Cioè questa volta il direttore è unico e perfettamente determinato e non c’è alcuna possibilità che non sia unico perché trattasi di quel preciso direttore. Mentre la sua è una delle tante auto che egli possiede. Non ci interessa quante macchine abbia. Ci interessa viceversa che questo preciso direttore abbia molte macchine. Ebbene qui si tratta di una delle tante macchine (indeterminata) del direttore (determinato e conosciuto in modo sicuro). È la macchina ad essere indeterminata non il direttore. Cambiano i due protagonisti nella titolarità della determinazione.
Nel quarto e ultimo caso invece, specularmente al primo, entrambi muḍāf e muḍāf ilayhi sono indeterminati. Si tratta di una delle tante macchine di uno dei numerosi direttori di quella città. Più indeterminatezza di così non si può avere.
Traduciamo in arabo le quattro espressioni:

1. سَيَّارَةُ المُدِيرِ
2. سَيَّارَةُ مُدِيرٍ
3. سَيَّارَةٌ لِلمُدِيرِ oppure سَيَّارَةٌ مِن سَيَّارَاتِ المُدِيرِ
4. سَيَّارَةٌ مُدِيرٍ
Questa è la traduzione delle quattro espressioni. Adesso commentiamola. Prima però una considerazione. A proposito del fatto se tutti e quattro o solo alcuni dei quattro casi in lingua araba possono intendersi casi espliciti di iḍāfah devo ammettere che c'è un po' di confusione nella didattica italiana perché quasi tutte le grammatiche esistenti sul mercato non accennano all'esistenza di tutti e quattro i casi possibili. Qualcuna ne elenca tre, altri due e qualcuna propone delle perifrasi a causa della indeterminazione del muḍāf. In effetti il problema è complesso e viene reso più difficoltoso allo studente che non sa a quale manuale completo riferirsi per scrollarsi di dosso i dubbi. Per cui dei quattro casi solo due sono i casi effettivi di iḍāfah mentre per altri sono tre e per altri ancora ci sono dubbi in relazione a queste affermazioni. Nelle conclusioni si vedrà meglio la questione.

Primo caso

Ovvero la macchina del direttore. E’ il caso classico per eccellenza di un’iḍāfah che in grammatica italiana introduce il complemento di specificazione e risponde alla domanda di chi? di che cosa? Nel nostro caso di chi è la macchina? La macchina è di proprietà del direttore e, dunque, la macchina del direttore diventa: سَيَّارَةُ المُدِيرِ .
Osservando le regole che ho precedentemente chiamato peculiarità, ci troviamo nel caso classico di iḍāfah. Mi sento di affermare con un po’ di forzatura che la presenza dell’articolo nel muḍāf ilayhi, tra l’altro perfettamente determinato, può essere inteso come corrispondente alla preposizione semplice “di” in italiano“.
Senza nulla togliere agli altri casi questa è la vera iḍāfah, cioè il muḍāf è al nominativo con la dammah sulla ة (ta marbuta) ultima lettera del muḍāf, mentre il muḍāf ilayhi è al caso obliquo con la kasrah sotto la ر (ra) come deve sempre essere. Questo caso è un esemplare perfetto di rappresentazione fraseologica dell’iḍāfah. Possono esistere benissimo casi in cui il muḍāf sia all’accusativo o al caso obliquo oltre che al nominativo.

Secondo caso

Ovvero la macchina di un direttore, cioè la macchina è posseduta da un signore chiamato direttore e non di un infermiere o di un tassista.
Se il muḍāf ilayhi è indeterminato come in questo caso, che discute di un direttore fra i tanti, tutta l’iḍāfah è da considerare indeterminata non nel senso della morfologia del muḍāf che prende la vocalizzazione grammaticale che gli tocca ma nel senso generale dell’intera costruzione annettiva. Questo perché la carica di determinazione la veicola come abbiamo già detto il muḍāf ilayhi. In più la sua indeterminazione si fa sentire maggiormente quando si è in presenza di sostanze liquide come nell’espressione un bicchiere d’acqua (quanta acqua? un bicchierino? due bicchieri?) o una tazza di caffè (quanto caffè? il fondo di una tazzina? ristretto o allungato?) o una spremuta di arancia (quante arance devono essere spremute?).
Ritornando al discorso precedente la macchina deve essere di un direttore tra i tanti. Posso ipotizzare che non tutti i direttori abbiano una macchina? No. Non è consentito, perchè noi supponiamo che tutti i direttori abbiano una macchina. Qui quello che può cambiare è il direttore che risulta essere indeterminato e pertanto immagino che dovrà avere il tanwin o nunazione (in arabo التَّنْوين ) ma non la sua macchina la quale è “attaccata” al sedere del direttore. La traduzione risulta: سَيَّارَةُ مُدِيرٍ . È ovvio che essendo una macchina indeterminata il sostantivo che rappresenta il muḍāf ilayhi si traduce con un nome indeterminato cioè con il tanwin della kasra.

Terzo caso

Ovvero una macchina del direttore. In letteratura si è concordi nel dire che questo caso non è una iḍāfah. Perché? Perché mancano i presupposti, cioè il sostantivo macchina dovendo rimanere indeterminato non può fare uso dell’iḍāfah perché il muḍāf è determinato. Di conseguenza sarà necessario ricorrere a delle perifrasi e trasformare l’iḍāfah in una delle due maniere: o «una macchina per il direttore» e in tal caso si adopera la particella لِ (li) diventando سَيَّارَةٌ لِلمُدِيرِ , oppure «una macchina delle macchine del direttore» e in tal caso si adopera la preposizione partitiva مِن e scrivendo due volte la parola macchina e la seconda volta mettendola al plurale in una forma abbastanza complicata سَيَّارَةٌ مِن سَيَّارَاتِ المُدِيرِ di una macchina delle macchine del direttore.

Quarto caso

Ovvero una macchina di un direttore. Il quarto caso considera indeterminati entrambi il muḍāf e il muḍāf ilayhi. Una traduzione acritica darebbe: سَيَّارَةٌ مُدِيرٍ con il tanwin della dammah sul muḍāf e il tanwin della kasrah sul muḍāf ilayhi. Questo caso tuttavia risponde all’esigenza classificatoria di tradurre comunque uno “stato costrutto occultato” da caratteristiche specifiche che lo rendono anomalo (come “un gruppo di direttori”). L’anomalia è rinforzata dal fatto che c’è una doppia indeterminazione, oltre al fatto che entrambi i termini non dovrebbero avere l’articolo. Sui manuali tuttavia molti autori non considerano per niente questo caso una iḍāfah. Altri si astengono di citarlo e altri ancora lo considerano ambiguamente una falsa iḍāfah o se si vuole, che è lo stesso, una iḍāfah artificiosa tra due termini entrambi indeterminati che minano alla base il senso della specificazione e dunque dell’idea di iḍāfah.

3.Iḍāfah complessa

L’iḍāfah si può presentare in forme più articolate introducendo per esempio elementi estranei alla struttura grammaticale della specificazione. Per esempio riprendendo l’esemplare di iḍāfah classico sopra proposto si potrebbero introdurre interessanti conseguenze se si aggiungono aggettivi nell’iḍāfah. Si parla in tal caso di Iḍāfah complessa. Ricordando che fra il muḍāf e il muḍāf ilayhi non è possibile inserire alcuna parola, un aggettivo deve essere collocato solo alla fine. Infatti dei quattro casi possibili:
-L’automobile del direttore
-La grande automobile del direttore
-L’automobile del grande direttore
-La grande automobile del grande direttore.
L’ultima non si può considerare una iḍāfah perché non è possibile chiarire il nesso tra i due aggettivi e i loro referenti. Vediamo come vanno le cose:
سَيَّارَةُ المُدِيرِ
سَيَّارَةُ المُدِيرِ الكَبِيرَةُ
سَيَّارَةُ المُدِيرِ الكَبِيرَةُ
السَّيَّارَةُ الكَيِرَةُ لِلمُدِيرِ الكَبِيرِ
Infatti il primo caso è il normale caso di iḍāfah. Il secondo caso è una iḍāfah in cui l’aggettivo si riferisce al muḍāf e prende la stessa vocalizzazione, in questo caso la dammah. Il terzo caso è una iḍāfah in cui l’aggettivo si riferisce al muḍāf ilayhi e prende la stessa vocalizzazione, in questo caso la kasrah. Il quarto caso non è una iḍāfah perché si è costretti a spezzare l’iḍāfah in due tronconi a ognuno dei quali è aggiunto il proprio aggettivo.
La presenza degli aggettivi è semplice nel secondo e terzo caso. Nel quarto si perde la caratteristica della specificazione che in arabo è prodotta dalla particella لِ (li).

4.Idafa complessa con scambio tra mudaf e mudaf ilayhi

L'iḍāfah complessa precedente è costituita dal mudaf femminile (macchina) e dal mudaf ilayhi maschile (direttore). Per completezza di genere trattiamo il caso inverso, scambiando il mudaf con il mudaf ilayhi in modo da invertire il genere dei due termini dell'annessione. Anche se in italiano non ha molto significato parlare di “un direttore della macchina” (sulle navi in verità vi è un “direttore di macchina” nella stiva di una nave che è una qualifica professionale a bordo, trattiamo questo caso solo per motivi didattici.
Avremo:
Il direttore della macchina
Il grande direttore della macchina
Il direttore della grande macchina
Il grande direttore della grande macchina.

Ecco come:
السَّيَّارَةِ مُدِيرُ
السَّيَّارَةِ الكَبِيرُ مُدِير
السَّيَّارَةِ الكَبِيرَةِ مُدِيرُ
الكَيِرَةُ لِلسَّيَّارَةِ الكَبِيرِ المُدِيرُ

5.Iḍāfah grammaticale

Altro campo che ci si sente di esplorare per una maggiore comprensione e chiarezza del tema in questione è l’Iḍāfah che tiene conto dell’’irab إعْرَاب cioè della vocalizzazione grammaticale del muḍāf. I tre casi possibili, com’è noto, si riferiscono ai tre casi di nominativo, accusativo e obliquo portati dal muḍāf. In altre parole ecco la griglia delle tre possibilità:
Iḍāfah grammaticale
La macchina (come muḍāf) La macchina del direttore (come Iḍāfah)
1 Nominativo : السَّيَّارَةُ as-sayaratu سَيَّارَةُ المُدِيرِ sayaratu-l-mudiri
2 Accusativo : السَّيَّارَةَ as-sayarata سَيَّارَةَ المُدِيرِ sayarata-l-mudiri
3 Obliquo : السَّيَّارُةِ as-sayarati سَيَّارَةِ المُدِيرِ sayarati-l-mudiri
Il muḍāf cambia vocalizzazione grammaticale a seconda del fatto che il muḍāf è al nominativo (dammah), all’accusativo (fatah) o al caso obliquo (kasrah). Evidentemente qui la vocalizzazione lessicale (تشكيل) fa da sfondo nella traslitterazione delle parole arabe. Dunque l’Iḍāfah ammette tranquillamente che il muḍāf sia oltre che al nominativo, anche all’accusativo e al caso obliquo.

6.Iḍāfah al duale e al plurale

Il nome del muḍāf quando esso è nella forma duale o al plurale perde la ن (nun) caratteristica di entrambe le forme. Nel nostro caso al duale potremmo dire: Le due macchine del direttore sono presenti, cioè حَضَرَ سَيَّارَتَا المُدِيرِ . Al plurale invece la frase sarebbe I direttori delle macchine sono arrivati che si traduce come segue: جَاء مُدِيرُو السَّيَّارَاتِ .

7.Le catene di Iḍāfah

Può essere interessante prima di concludere aggiungere qualche esempio di annessioni concatenate o catene di iḍāfah. Vediamo quali.
1) La chiave della porta della macchina del direttore,
2) La chiave della porta grande della macchina del direttore.
Come traduciamo queste catene?
1) مِفْتَاحُ اليَابِ سَيَّارَةِ المُدِيرِ
2) مِفْتَاحُ البِابِ الكَبِيرُ لسَّيَّارَةِ المُدِيرِ o anche مِفْتَاحُ بَابِ سَيَّارَةِ المُدِيرِ الكَبِيرُ .
8.Considerazioni finali

Chi è senza peccato scagli la prima pietra si dice. Ebbene qui manca addirittura la pietra per contestare che tutti questi casi, ancorché perfettamente giustificati e codificati con la regola di una norma grammaticale, spesso inducono gli studenti a rimanere con dubbi e perplessità. Non giova il fatto che manchi una pubblicazione normativa che elimini traduzioni approssimative o peggio evasive del problema.
Quasi sicuramente questo articoletto aumenterà l’entropia associata alla comprensione della struttura grammaticale in esame.
Chiamare la costruzione genitiva stato costrutto o annessione non è questione di vita o di morte. Sono invece interessato a valorizzare la terminologia araba, non foss’altro perché si tratta di una terminologia primigenia che merita attenzione e riguardo. Molti docenti di madrelingua araba non si fanno scrupoli di chiamarla senza mezzi termini Iḍāfah. Posso citare Lucy Ladikoff Guasto(12) che sia nell’indice a pag. 10 , sia nel testo a pag. 136 introduce il tema in esame chiamando /al-iḍāfah/ ألإضأفَةُ dal verbo /aḍafa/ أضافَ (aggiungere/ annettere); إِضافَة è “annessione”. Younis Tawfik (13) che nel testo a pag. 73 titola Al-Idāfa. Il Dr. V. Abdur Rahim(15) docente alla Madina Islamic University nel suo famoso corso دروس اللغة العربيّة a pag. 24 del testo non cita nemmeno che si chiama Iḍāfah, mentre a pag.12 delle note in inglese parla solo del muḍāf e del muḍāf ilayhi. Lo studente che ha dubbi difficilmente potrà raggiungere lo scopo della piena consapevolezza del tema dell’Iḍāfah. Né gli esempi sopra scritti e commentati risolvono da soli il problema perché si potrebbe obiettare semmai che li alimenta lo fa a causa della scelta inopportuna di mischiare un muḍāf di genere femminile con un muḍāf ilayhi di genere maschile. Il controllo del muḍāf deve tenere presente la presenza di una ة marbuta finale che può creare problemi, per esempio nel momento in cui si voglia andare a trattare casi diversi di un'unica Iḍāfah.
Un’altra osservazione che mi viene in mente riguarda la prescrittività o meno delle norme grammaticali. Orbene nel paragrafo 1) la prima condizione che deve rispettare l'Iḍāfah è che tra il muḍāf e il muḍāf ilayhi è vietato interporre qualsiasi parola. Bene. Esiste una eccezione che non annulla la peculiarità ma la aggira in modo elegante. La si trova a pag. 140 del libro della Guasto(12) che dice :
<< Ella è una delle insegnanti di questa Università: هي مُدَرِّسَةٌ مِن مُدَرِّيات هذه الجامِعَة . Si era detto che nulla può frapporsi tra i due elementi dell’Iḍāfah, in quest’ultimo esempio, l’espressione “questa università” هذه الجامِعَة (dimostrativo+un nome con l’articolo) è considerata come se fosse un’unica parola (cfr. Unità II,A), perciò non infrange la regola>>. Si potrebbe continuare ma ci fermiamo qui. Molti docenti di molte scuole di tutto l'Occidente(*) hanno dichiarato di essere rimasti letteralmente sconvolti per il numero di studenti che studiano da diversi anni la lingua araba e non conoscono la differenza tra una Iḍāfah e una frase di sostantivo-aggettivo.
Questi alcuni esempi per chiarire la questione proposti da un docente di lingua inglese: 1) un professore universitario e un professore di una università ; 2) the office director and the director of the office ; 3) the teacher's house and the house of the teacher; etc. In modo non tanto ironico viene da pensare che per migliorare la chiarezza espositiva della struttura grammaticale dell’Iḍāfah bisognerebbe istituire la cattedra dello “stato costrutto”.

Bibliografia

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(3) Н.В.Юшманов, ГРАММАТИКА ЛИТЕРАТУРНОГО АРАБСКОГО ЯЗЫКА, Москва, 1985;
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(7) Le Dictionnaire Francais - Arabe, p.47, Beyrouth, Dar Al-kotob al-ilmiyah, 2004;
(8) Claudia Maria Tresso, Lingua araba contemporanea, pp.125-132, Milano, Hoepli, 2008;
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(11) Abrah Malik, Al Kitab della lingua araba. Teoria e pratica, pp.115-116, Roma, Eurilink,2014;
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(13) Younis Tawfik, As-Salamu alaikum. Corso di arabo moderno, pp.73-74, Torino, Ananke, 1999;
(14) Vito Martini, Grammatica araba, p.26-31, Milano, Cisalpino Goliardica, 1939;
(15) Dr. V. Abdur Rahim, Arabic Course, vol.1, Leicester, UK Islamic Academy-CPI Bath Press, 2005;
(16) Agnese Manca, Grammatica teorico-pratico di arabo letterario moderno, pp. 48-54, Associazione Nazionale di amicizia e cooperazione italo-araba, Roma, 1999;
(17) Eros Baldissera, Arabo. Dizionario compatto italiano-arabo e arabo-italiano. Note di Grammatica araba, p.277, Bologna, Zanichelli, 1994;
(18) Claudia Maria Tresso, Dizionario arabo Italiano-Arabo, p.1336, Milano, Hoepli , 2016;
(19) Luc-Willy Deheuvels, Grammatica araba. Manuale di arabo moderno, pp.43,85, vol.1, Bologna, Zanichelli, 2010;
(20) Giuliano Lancioni, “Struttura profonda del rapporto di annessione nell'arabo parlato di Damasco” in Rivista degli studi orientali, vol.63, Fasc 1/3 (1989), pp.65-79, Roma, Sapienza - Università di Roma, 1989;
(21) Fabrizio A. Pennacchietti, “Stato costrutto e grammatica generativa”, in Oriens Antiquus, XVIII, Roma, Centro per le antichità̀ e la storia dell'arte del Vicino Oriente, 1979;
(22) La costruzione genitiva, http://arabic.tripod.com/GenitiveConstruction.htm
(*) http://allthearabicyouneverlearnedthefirsttimearound.com/p1/p1-ch2/the-idaafa/

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