La vera sfida al vecchio sistema ber-ber (Berlusconi-Bersani) l'ha riconosciuta perfino il Financial Times affermando che non sono il Jobs Act o le riforme costituzionali ma quella della giustizia. La vera madre di tutte le riforme in questo disastrato paese è togliere agli avvocati e ai giudici il potere di governare. Dunque, i veri nemici dell'Italia sono, duole riconoscerlo, i “tutori del Diritto”, i quali dietro il linguaggio chiuso dell'avvocatese e del giudicese nascondono il vero male italiano: la dittatura del diritto romano nella società italiana a tutti i livelli. E' l'Armata di magistrati e avvocati che si oppone al cambiamento. La ragione è che si sentono maledettamente diversi da tutte le altre categorie di lavoratori. Hanno forti interessi nel sistema attuale, condizionano con le loro sentenze l'attività economico-finanziaria, quella scolastica, quella dei trasporti, delle infrastrutture e persino quella etico-biologica decidendo alcune volte per e contro genitori e figli, mettendo becco anche in questioni in cui non dovrebbero mai entrare. Pensate che decidono per tutti ed entrano a gamba tesa in tutte le attività dei ministeri italiani, tanto che i Capi di gabinetto dei ministri sono sempre magistrati o ex magistrati, magari con doppio stipendio. La loro attività incide pesantemente su qualunque provvedimento normativo parlamentare, imponendo alla fine di un iter procedurale "il proprio". Fra Tar, Consiglio di Stato, Tribunali di 1° grado e di Appello, di Cassazione e di Corte Costituzionale i veri detentori del potere legislativo ed esecutivo, oltre a quello giudiziario di loro competenza, sono loro: la categoria iperprotetta dei giudici. Potremmo fare milioni di esempi ma crediamo che per fare comprendere la gravità della cosa il più semplice ed efficace esempio sia quello sintetizzato da una sentenza del giudice monocratico di Roma circa una lite di condominio. Il fatto. Un condominio romano ha un regolamento contrattuale chiarissimo in cui si disciplinano con precisione quasi ossessiva i casi vietati ai condòmini. Uno di questi commette un abuso edilizio infischiandosene anche delle delibere dell'assemblea. Si va in tribunale e il giudice monocratico dopo alcuni anni fornisce una sentenza che dà ragione al condòmino piantagrane, motivando che a decidere non sono l'assemblea del condominio e il regolamento contrattuale ma il parere di un soggetto chiamato CTU che sarebbe un architetto o forse un geometra, al quale si lascia il potere di contraddire pesantemente la norma del regolamento. Naturalmente, l’avete capito tutti, l'esempio è importante non per il fatto in essere ma per il principio. Il Presidente del Consiglio Renzi ha capito tutto e pertanto ha detto che vuole riformare la giustizia. E più di Renzi l'hanno capito i giudici e gli avvocati i quali sono diventati nervosi. Il nervosismo probabilmente è il vero specchio dell'anima della categoria più protetta dell’intera nostra galassia. Se Renzi riuscirà a cambiare lo status di questa categoria avrà veramente aiutato l'Italia. Se no perderemo tutti.
mercoledì 15 ottobre 2014
venerdì 10 ottobre 2014
Basta con la italianità degli stranieri.
Facciamola finita col fatto che tutte le volte in cui nel mondo si scopre una personalità premiata per le sue doti ed ha un cognome italiano ecco che da noi si inneggia più per le sue origini che per la sua bravura. L'ultimo caso, ma ce ne sono centinaia, riguarda il recente Premio Nobel per la letteratura assegnato al francese Patrick Modiano, uno scrittore francese. Sembra che sia talmente francese che non gli è mai passato per la mente di non esserlo. Wikipedia alla voce Modiano Patrick dice: "Nasce a Boulogne-Billancourt, città poco distante da Parigi, il 30 luglio 1945, figlio di Albert Modiano, un ebreo francese di origini italiane, e di Louisa Colpijn, un'attrice belga di etnia fiamminga". Dunque, il nuovo Premio Nobel è un francese nato in Francia. E' figlio di un altro francese che ha sposato una belga ed ha il nonno probabilmente italiano. Usiamo l'avverbio di dubbio perchè non si sa quasi nulla di certo del suo albero genealogico. Ma se anche il nonno fosse veramente italiano che cosa cambierebbe nella vita dello scrittore francese? Era e rimane francese. Il provincialismo italiano in questi casi rischia di farci cadere nel ridicolo. Il rivendicare a tutti i costi radici italiane è diventato da molto tempo un vero e proprio sport nazionale, come se le qualità del premiato con un pizzico di italianità diventassero immediatamente determinanti. Cerchiamo di essere seri per favore. Ci sono articoli sui giornali in cui si scrivono più parole per le sue origini pseudo italiane che per i suoi lavori. Ma si può essere più provinciali di così? Continuare a fare giornalismo in termini così limitati, arretrati e meschini è una follia. Siamo stufi di una stampa che invece di andare al sodo e spiegare il senso delle opere del nuovo Premio Nobel, mettendo a fuoco la sua personalità e le sue qualità (che sono e rimangono francesi), viceversa, cicaleggia inutili radici italiane che non spostano di "un millimetro" le qualità dell’interessato. Ha proprio ragione Ennio Flaiano quando dice che gli italiani sono "un popolo che corre sempre in soccorso ai vincitori".
martedì 7 ottobre 2014
L’ennesima vergognosa gazzarra del calcio italiano.
Eccoli là. Sono sempre gli stessi e senza distinzione di colori, di razza, di religione e di partiti politici. Sono sempre loro. Sono i pasdaran del calcio, i mujahidin della pelota, ovvero i personaggi più squallidi e peggiori che si possono immaginare. Operano trasversalmente in molti campi e si riconoscono per la sfrenata passione e la conseguente perdita della ragione che mostrano quando devono prendersela con l’arbitro. Sono così sfrontati da arrivare anche in Parlamento e creare un altro fronte di contrasto politico. Come se in questo momento delicato di crisi economica e morale ne avessimo di bisogno! Stiamo parlando dell'ennesimo e frustrante handicap che il violento calcio italiano produce nell'intera società italiana. Sono bastate tre decisioni dell’arbitro, giuste o sbagliate che siano non ci interessa, per far partire una sequela di polemiche e addirittura una serie di interrogazioni parlamentari nell’unico posto in cui non avrebbero mai dovuto arrivare: il Parlamento. Ma si può continuare ancora così? I fatti dell'altro giorno relativi alla partita Juventus - Roma sono esemplari per dare un giudizio di immaturità di tutti questi personaggi e dell'intero calcio italiano non solo per il fatto in sé ma anche per avere coinvolto addirittura il Parlamento. Il fatto grave non è la partita e il suo risultato. No. E' gravissimo che si tiri in ballo il Parlamento per questioni misere, inutili e futili. Alcuni parlamentari, tifosi litigiosi di calcio (c'erano dubbi?), hanno prodotto in Parlamento una baraonda inaccettabile. Noi cittadini normali siamo stufi di subire questo strombazzante assalto alla ragione e alla logica. Vedere in Parlamento onorevoli di sinistra e di destra che sbraitano tra di loro e che fanno interrogazioni parlamentari per vantare titoli inesistenti con i loro amici tifosi di calcio di entrambe le squadre ci indigna e ci rende consapevoli della immaturità di questi squallidi soggetti che andrebbero trattati per come meritano. La commistione “calcio-borsa” e le speculazioni più o meno economiche all'estero non hanno mai funzionato. In Italia purtroppo si fa di tutto per tirare in ballo qualunque cosa pur di poter dire all’indomani al bar sport che lor signori sono stati attenti ai “valori” del calcio e specialmente della loro squadra. Più imbroglio di così non ci può essere. E questo paese è condannato a morire perché se i rappresentanti politici in Parlamento arrivano a queste indecenze allora vuol dire che siamo fritti. Sul Cds di oggi Goffredo Buccini ricorda che Churchill sogghignava spiegando che «gli italiani vanno alla partita di calcio come a una guerra e alla guerra come a una partita di calcio». Che vergogna! Possa il futuro Parlamento post-Renzi essere indenne da queste mezze calzette della politica e del calcio.
lunedì 22 settembre 2014
Gabbie di ignoranza e di faziosità.
Ieri sera abbiamo assistito alla trasmissione televisiva “La gabbia”. Non ci interessa chi l’ha condotta, né i nomi dei quattro protagonisti dell’intervista che hanno dato i voti ad alcuni politici. Meno ancora ci interessano le idee mostrate e le loro posizioni politiche e ideologiche. Non ci interessano. Ognuno è libero di dare voti bassi o alti a chiunque purché ... segua delle regole uguali per tutti. E qui casca l’asino, perché ne abbiamo viste di cotte e di crude. Ecco i risultati. I voti attribuiti ai politici vanno dall’uno al dieci con una forbice innaturale che li rende veramente di difficile interpretazione se non dall’unico punto di vista possibile e cioè della faziosità. Se il discorso rimanesse solo fazioso non ci sarebbe comunque molto da dire. E’ chiaro che se uno è marxista fino alla cima dei capelli non ci si aspetta che dia un voto alto a Renzi o a Napolitano o a Berlusconi. Ci si aspetta però che i voti si disperdano poco da un valore medio di mediocrità-sufficienza. Mai e poi mai ci si aspetta che lo stesso potesse dare valori che non sono addirittura ammessi nella valutazione ufficiale ministeriale. E’ ovvio che ogni valutazione non ha senso se non si definiscono prima i parametri e il metodo di valutazione. E qui il conduttore non è stato all’altezza, perché avrebbe dovuto chiarire all’inizio la querelle. La superficialità della trasmissione tuttavia non sta nel fatto che il conduttore abbia negato agli spettatori l’informazione relativa alle regole ma che lo stesso non abbia avuto l’accortezza di comprendere che il terreno della docimologia è un terreno minato, soprattutto a chi non ha la più pallida conoscenza dei suoi contenuti. Quanti di voi hanno mai letto un libro di docimologia? Mentre è possibile accettare l’idea che per essere conduttori di un talk show non è obbligatorio aver fatto letture docimologiche, viceversa non è accettabile l’idea che la valutazione sia data per ragioni di faziosità. In altre parole, va bene che la trasmissione deve dare spettacolo, ma senza esagerare. Ieri sera a nostro parere c’è stato non solo uno spettacolo di ignoranza ma addirittura di sfoggio di partigianeria rozza e grossolana da parte di quasi tutti gli intervenuti. Un esempio? I voti dati sono scorretti perché le direttive ministeriali ai docenti di scuola secondaria superiore escludono che i voti possano essere diversi dalle unità. In altre parole i voti vanno da 1 a 10, con numeri esclusivamente interi naturali. Sono vietati i più (+) e i meno (-). A maggior ragione sono vietati i meno meno (=) e anche i mezzi voti (½). Alcuni intervistati hanno dato zero (0) e (1). Evidentemente non sanno che lo zero (0) è vietato dalle norme ministeriali e l’uno (1) si dà in genere solo allo studente che si rifiuta di essere valutato. In realtà la vera valutazione cognitiva parte da due (2) e arriva al massimo a dieci (10). Non esiste la lode, se non come elemento pubblicitario nei soli esami di Stato alla fine dei percorsi liceali o di istruzione tecnica e professionale. Ieri sera ne abbiamo viste di tutti i colori. Gente che giustificava un voto di mediocrità (5) perché - è stato detto testualmente - “faccio la media tra zero (0) e dieci (10), cioè si somma il valore “minimo” zero (che è vietato) con il valore massimo dieci (10) e la somma viene divisa per due (2). In realtà in modo corretto la media aritmetica tra il valore minimo due (2) e il valore massimo dieci (10) è sei (6) che è sufficienza e non cinque che è insufficienza. Addirittura è stato dato un sei con punto interrogativo (6?) che dal punto di vista docimologico non ha alcun significato. Aggiungiamo altresì che in merito ai “criteri di valutazione” esiste una sorta di difesa da Forte Apache, accanita e ostinata, da parte di alcuni giornalisti a difendere la propria libertà docimologica, considerata un requisito inappellabile della personale funzione giornalistica. I risultati sono come minimo ridicoli: c’è chi decide unilateralmente di non andare al di sotto del “quattro”, chi al di sopra del “sette”, per non parlare poi di chi mette voti alti di consuetudine, chi voti bassi per strategia. Insomma un’accozzaglia di genericità, trascuratezza e partigianeria. Dunque, intervistare un professore universitario che dà 1, due direttori di giornali che danno zero e 4½ è dare un pessimo esempio su come fare televisione perché il messaggio che viene inviato agli spettatori è che l’ignoranza dei tre soggetti su quattro, non solo è deleteria per gente che dice di “fare cultura” ma è anche diseducativa, perché giustifica una “valutazione da passione” (come quando si valutano le prestazioni dei calciatori più per tifo che per bravura). Un intervistato ha addirittura parlato di Italia come uno “sventurato paese” perché la politica dei nostri politici non è consona con la sua ideologia. Stranamente poi il quarto intervistato, di notevole mole fisica, non solo non ha dato alcuna valutazione errata come i suoi “colleghi” ma è apparso anche pragmatico fino al punto di escludere le valutazioni estreme di cui è necessario diffidare sempre. Dice bene un proverbio svedese “chi scava una fossa per gli altri spesso ci cade dentro”. E nella fossa ci sono caduti in tre, che non hanno capito che “un saggio nasconde meglio la sua erudizione che uno stolto la sua ignoranza”.
sabato 20 settembre 2014
Irresponsabilità e sceneggiata scozzese.
Irresponsabile. Ecco chi è il leader degli indipendentisti scozzesi Alex Salmond, primo ministro e leader dello Scottish National Party e bene ha fatto a dimettersi. Gli riconosciamo la correttezza del gesto, ma rimane comunque un incosciente. Naturalmente è in buona compagnia con centinaia di altri sconsiderati come lui che per puro egoismo e solamente per questo stavano mettendo in atto un processo in grado di far franare addirittura l’intero sistema politico europeo. Il referendum voluto dagli indipendentisti scozzesi stava per creare le premesse di incendi secessionisti in tutta Europa, dimenticando che i cittadini europei stanno vivendo una crisi epocale ai loro danni, che se ne infischiano dei diversi secessionismi e vogliono affrontar il peggioramento recessivo con l’impegno full time della politica interamente rivolta ai fatti del lavoro, della sicurezza sociale e della crescita e non per l’indipendenza più o meno utilitaristica di una singola regione. Se gli yes avessero vinto a quest’ora decine e decine di partiti secessionisti di tutta Europa si sarebbero gettati a capofitto nella ventata di sconsiderata eccitazione che il referendum scozzese avrebbe prodotto. Sono palesi i danni irreversibili che questa scelta avrebbe potuto generare non solo alle politiche economiche nazionali ma anche, se non soprattutto, ai processi di politica economica e finanziaria dell’UE e della BCE. In Europa sono stati censiti più di quarantacinque partiti che vogliono l’indipendenza dalla loro nazione. Ve lo immaginate il continente Europa formato da novanta Patrie? Avete idea di che genere di pollaio si sarebbe realizzato? Siete in grado di immaginare cosa avrebbe provocato in Europa un simile guazzabuglio di novanta staterelli metà azzoppati dal secessionismo e l’altra metà inadeguata a competere nei mercati mondiali della globalizzazione? La conseguenza sarebbe stata che ognuno di questi staterelli sarebbe andato per proprio conto con la certezza dell’emarginazione. Con una propria moneta, con una propria lingua, con un proprio sistema politico e con la reintroduzione di dogane, frontiere e transenne protettive avremmo avuto il più intollerabile e gigantesco sistema di intolleranza e discriminazione ai danni dei più poveri. Bene ha fatto la maggioranza degli scozzesi a votare no, thanks. Non è questo il momento di soffermarci sugli sconfitti. Diciamo solo che tra i tanti ci sono i leghisti lombardi e quelli veneti che vorrebbero separarsi dall’Italia. Ricordiamo che questa gente è la stessa che abbiamo visto in azione negli anni del berlusconismo rampante a rubare a mani basse nei rimborsi elettorali e comprare lauree in Albania per i figli, gioielli e diamanti per gli investimenti di denaro procacciati indegnamente dalla politica, mutande verdi e azioni africane per diversificare il portafogli delle diverse e innaturali leghe più o meno settentrionali. Peggio di così questi inutili tromboni - che considerano la politica non come strumento per soddisfare il bene comune dei cittadini ma come balzello per arricchire se stessi - non potevano presentarsi davanti al paese. Diciamo poi che quelli nostrani sono più rozzi e grossolani degli altri, con in più un piccolo dettaglio: sono anche ignoranti, perché sembra che abbiano confuso la capitale della Scozia Edimburgo in un primo momento con Strasburgo e successivamente con Friburgo. Rob de matt!
venerdì 19 settembre 2014
Le divergenze dopo i silenzi.
La notizia della settimana è una bomba a orologeria seminascosta. Il cardinale Scola ha criticato papa Francesco in merito alla comunione ai divorziati. In altre parole il Cardinale di Milano, ovvero colui che nell'ultimo conclave è entrato Papa ed è uscito cardinale, ha bacchettato Francesco togliendosi un sassolino dalla scarpa. Per i tempi biblici della chiesa cattolica e per le modalità relative al dissenso che in genere si manifesta più con il silenzio ripetuto che con la esplicita critica possiamo dire che se non siamo allo scontro poco ci manca. Sembra che il Cardinale Scola non sia solo. Ha altri quattro cardinali battaglieri al suo fianco e sembra altresì intenzionato a non mollare l’occasione. Scola ha fatto capire che il rifiuto della comunione ai divorziati non è una punizione ma è l’offerta di un percorso di vita in positivo con l’esplicita indicazione di un corridoio da percorrere molte volte in grado di abituare i divorziati a riavvicinarsi ai valori evangelici posti come obiettivo da conseguire durante il percorso. La nuova ditta, pardòn il nuovo gruppo si sta compattando con incontri avvenuti nelle diocesi lombarde, dove tra un risuttin alla milanés e un po’ di gurgunzöla dolce al posto della frutta l’ex docente di dottrina teologica di Silvio Berlusconi porta a cena i colleghi cardinali per decidere la strategia con la quale mettere in difficoltà papa Francesco. Il cardinale di Milano, ex referente di “Comunione e Liberazione”, non si rassegna. Con la caduta di Berlusconi si è mantenuto in forma lanciando sistematici cinguettii su twitter nei quali l’amore cristiano è posto al centro dell’interesse teologico. Naturalmente non compare mai alcuna accusa diretta contro il papa. Ci mancherebbe altro. Mica lui è sudamericano. Lui è conterraneo di Alessandro Manzoni, autore di quel romanzo milanés de "I Promessi Sposi" dove ci piace ricordare i si dice e i non si dice del padre Provinciale e le altrettante sottintese richieste del conte Zio di trasferimento di padre Cristoforo. Dobbiamo temere qualcosa? Biblicamente e con molta lentezza diciamo al nuovo ed eccezionale Papa di fare attenzione agli amici, perché dai nemici ci si può difendere mentre dagli amici assolutamente no.
lunedì 15 settembre 2014
Milano: fedeli e cani in chiesa.
E’ fatta. Un altro tassello del grande puzzle dell’animalismo è stato aggiunto. La grande lobby animalista ha colpito ancora nel segno. Il Sindaco di Milano è il Condottiero che realizzerà per primo in Italia questo disegno di grande democrazia. Dopo l’entrata in vigore della legge che permette di considerare a tutti gli effetti gli animali come componenti di diritto dei condomìni nei palazzi di tutta Italia, adesso il Sindaco Pisapia ha dichiarato che un’altra conquista di civiltà sta per aggiungersi al sistema normativo dei regolamenti comunali milanesi perché farà approvare il “Regolamento per la tutela e il benessere degli animali” che prevede ai cani di entrare nelle chiese per seguire le funzioni religiose. Siamo dell’avviso che si tratta di una conquista gigantesca e colossale sul piano dei diritti degli animali. Permettere ai cani, magari a un doberman o a un rottweiler, di diventare fedeli a tutti gli effetti nelle chiese e di seguire le S.S. Messe la domenica è effettivamente una conquista di civiltà. Ci immaginiamo la scena: su una panca di quattro posti ci saranno dei fedeli che avranno come compagno di banco un rappresentante della razza canina intento ad ascoltare la parola del sacerdote. Il problema sarà semmai dove far sedere il cane: nel posto laterale del banco o nei posti centrali? Un bel rebus. Non sarà invece un problema la paura di alcune persone per i cani perché la risposta del padrone sarà che “in chiesa il cane non morde” e tutto sarà risolto. Invece sarà un problema la questione del galateo della stretta di mano, pardon di zampa, nel momento in cui il sacerdote inviterà i fedeli a fare il gesto della pace. Continuando così non escludiamo la possibilità che la stessa lobby e gli stessi sindaci possano far entrare in chiesa in futuro anche le puzzole. E i fedeli che non sopporteranno i cattivi odori peggio per loro! Si dovranno adeguare. A proposito: per favore in chiesa niente recinti discriminanti per i cani, come i matronei delle chiese ebraiche o islamiche. Noi siamo cattolici bellezza!



