Sembra che la fusione tra Sel, Prc e Fassina non si faccia più. Sembra che non si siano messi d'accordo. Sembra altresì che il ruolo di prima ballerina sia stato contestato a turno da due dei tre al rimanente capo dei tre partitini dello “zero virgola”. Sfuma così il progetto antirenziano di creare a sinistra del Pd un forte raggruppamento di vera sinistra, alternativo al premier Renzi e fortemente orientato a creare finalmente in Italia un vero partito di sinistra in grado di contrastare lo spostamento al centro del Pd di Renzi.
Mentre in Francia il partito socialista di Hollande che è, lo ricordiamo per i distratti, Monsieur le President de la Republique Francaise, mica Paolo Cento nuovo coordinatore Sel dell'area metropolitana di Roma, non presenta candidati ai ballottaggi di oggi e invita tutti gli iscritti e simpatizzanti a votare l'avversario Sarkozy, in Italia i tre maggiori rappresentanti di una sinistra che si dichiara a parole “vera sinistra” - cioè i Sigg. Vendola, Ferrero e Fassina - si dividono prima ancora di unirsi. Che spettacolo!
Qualcuno aveva mai avuto dubbi? Ve lo ricordate Bertinotti? Siamo al bis. A nostro avviso i tre sono patetici e infantili. In poche parole sono condannati all'irrilevanza e la cosa grave è che ancora non se ne siano accorti. Te capì?
domenica 13 dicembre 2015
Saga dell'unità della sinistra.
giovedì 10 dicembre 2015
Un Parlamento che fa lo gnorri nel perseguire la corruzione.
In occasione della “giornata mondiale contro la corruzione”, il Presidente della Repubblica Mattarella ha dichiarato che essa è un furto di democrazia e un cancro che si può sconfiggere.
Belle parole. La dichiarazione del Presidente Mattarella ci ricorda la piacevole canzone cantata alcuni decenni fa in tv da Mina e Alberto Lupo dal titolo “Parole, parole”.
La nostra opinione è che la corruzione si può sconfiggere non a parole ma con i fatti. E cioè, a una sola condizione: che lo stesso Presidente della Repubblica faccia intendere al Parlamento e a quello gnorri per eccellenza del Capo del governo Renzi che è indispensabile un intervento legislativo che faccia andare subito in galera chi commette la corruzione, togliendo alla magistratura la facoltà di "non procedere", che si traduce in pratica in un premio ai corrotti.
La corruzione si batte con la severità delle pene, con il sequestro dei beni e con l'esclusione dai servizi pubblici dei corrotti oltre, in primo luogo, con l’esclusione dal Parlamento dei corrotti. Le ricordo, caro Signor Presidente della Repubblica, che il Parlamento italiano è una delle istituzioni pubbliche a più alto tasso corruttivo del mondo.
Il dramma o, se vuole, la commedia è che noi italiani i corrotti invece di licenziarli li premiamo e quasi sempre li retribuiamo anche.
Finché, caro Presidente Mattarella, lei non avrà convinto il Presidente del Consiglio Renzi a cambiare registro e garantire la certezza della pena ai corrotti, finendola con questa favola del garantismo, i suoi sono e saranno solo pii desideri e niente di più.
Per favore, invii al Parlamento in seduta comune un messaggio per dichiarare veramente guerra ai corrotti e lo sproni a dare certezze legislative contro la corruzione. D’altronde, che questo Parlamento è una cosa poco seria lo dimostra il fatto che nonostante 28 (ven-tot-to) votazioni in seduta comune i Sigg. parlamentari non sono riusciti a eleggere nessuno dei tre membri che mancano alla Corte Costituzionale. E lei che fa, spera nei pii desideri?
Apra gli occhi e inviti il Parlamento a discutere seriamente delle norme anticorruzione e faccia capire che gli italiani vogliono che si prendano decisioni forti contro i mascalzoni, che ci rubano democrazia e salute. Altrimenti, caro Sig. Presidente della Repubblica, tutto sarà una commedia ... all'italiana. Come al solito. Appunto.
martedì 8 dicembre 2015
Diete di voti e dimagrimento del Pd di Consiglieri comunali a Roma.
Il Commissario del Partito Democratico di Roma Matteo Orfini, intervistato l’altro ieri a Ostia a un banchetto di raccolta firme del Pd romano, ha detto che il suo partito vincerà la prossima competizione comunale assicurando alla capitale un altro sindaco del Pd. Questo il fatto. E adesso la nostra opinione.
Il Commissario Orfini, e per lui il suo Segretario nazionale nonché premier Renzi, sono dei personaggi simpatici. Si presentano in punta di piedi, con allegria e pieni di sano fervore per il lavoro che svolgono. Parlano del Pd come se si trattasse di un’associazione di chierichetti o di boy scout di una qualunque parrocchia con linguaggio suadente e accattivante, dandosi “il cinque” in modo gioviale e facendo apparire bianco ciò che è nero. Insomma, vendono il loro prodotto porta a porta in modo egregio e alcune volte stupefacente. Ma i nodi al pettine sono già venuti e per quanto facciano forza a pettinare i loro capelli i nodi bloccano qualunque tentativo di apparire corretti e non solo con i loro capelli. La realtà è che siamo in presenza di una combriccola di giovani politici che devono diventare ogni giorno più trapezisti del giorno prima per continuare a sbalordire.
Sapevamo bene che il Pd romano avrebbe cercato di attenuare i toni della vicenda dello scandalo al comune di Roma ma non credevamo mai che potesse scegliere il teatrino delle favole e dell’ipocrisia. La vergognosa spudoratezza con la quale il Pd romano, il suo Commissario Orfini e il suo Segretario Nazionale Renzi continuano a recitare la commediola che i disservizi, gli imbrogli e la criminalità a Roma non è colpa loro ma del sistema merita una risposta chiara e netta.
Il fatto che questa allegra brigata stia evitando di fare pulizia vera all’interno del Pd romano merita ben altro che una semplice reprimenda. Matteo Orfini quando insiste nell’apparire conciliante e “propositivo” ha una faccia da “prendere a schiaffi” perché nasconde o meglio tenta di nascondere che la vera questione è la continua e solidale collusione del Pd a Roma con il malaffare cittadino di mafia Capitale e con l’affarismo tipico di un modello di politica che ha relegato l’etica a optional. Questo è il vero problema della politica locale a Roma. Naturalmente la stessa identica situazione riguarda l’intero schieramento di centrodestra che qui non commenteremo. Nella capitale hanno rubato tutti, meno il M5S e i Radicali che non hanno mai governato neanche un municipio a Roma.
In verità il Pd romano sta minimizzando con vergognosa cecità l’ennesimo sacco di Roma mediante la canagliesca soldataglia che aveva capi politici arrestati e questo deve finire perché il Pd deve essere castigato in maniera epocale.
Il Pd romano deve essere punito dai cittadini perchè solo una sonora sconfitta potrà aiutare questo partito a fare pulizia vera al suo interno. La via della purificazione passa obbligatoriamente con il castigo e il successivo pentimento di tutti gli aetici Sigg. Consiglieri comunali del Pd romano che hanno fatto, questo si, "sistema di potere" per la gestione della capitale.
La più civile risposta che i cittadini di Roma possono dare al mondo intero e non solo alla politica romana è che questo partito alle prossime elezioni comunali venga abbandonato in massa dai cittadini per infliggergli la pena che merita per la sua condotta spudorata e indecente in tutti questi anni. Il Pd romano deve essere reso inoffensivo nell’unica maniera democraticamente possibile che è metterlo a dieta assoluta di voti e di consiglieri comunali alle prossime elezioni.
Noi non lo voteremo neanche “con le cannonate” e invitiamo tutti i cittadini romani a rivolgersi ad altri soggetti politici preferendo il partito che tra i tanti è il meno colluso di tutti.
martedì 1 dicembre 2015
I fantasmi della cattiva coscienza.
Il problema fondamentale della vita a Roma, è inutile negarlo, è quello della mancata accettazione delle "regole " e della loro rigida applicazione. Ci sono a questo proposito decine e decine di casi che si possono portare ad esempio. Per quale motivo insistiamo continuamente nei confronti del mancato consenso alle regole? La risposta è semplice. Le regole sono fondamentali non solo per la stabilità e la serenità della vita civica, ma anche per la legittimità democratica che ne deriva.
Se in una comunità le regole vengono costantemente violate, i cittadini perdono fiducia, si erode il consenso, cresce il disorientamento e, fatto allarmante, ci si convince sempre di più che le regole sono orpelli superati, da considerare anacronistici e quindi inutili. Questo fatto è grave perché fa venire meno il collante della vita sociale che è poi il “senso civico” e la partecipazione alle “decisioni eque”. Per noi non c’è niente di peggio dell’anomia, cioè della situazione in cui le norme non hanno più valore e ciascuno fa quello che vuole.
Rimaniamo francamente allibiti quando spesso molti cittadini considerano il rispetto delle regole nel caso migliore come una mania nordica intrisa di moralismo e nel caso peggiore che non servono a nulla e quindi “ognuno può fare quello che vuole”. Ora qui nessuno vuole delle regole eccessivamente minuziose e intrusive nella vita di ogni giorno. Però da una pratica elasticità all'illegalità diffusa ci corre molto.
Al di là degli esempi specifici che si possono fare si deve capire che una delle lezioni più importanti della nostra storia - venuta fuori dalla fine della seconda guerra mondiale - ha a che fare proprio con l’osservanza delle regole. Ciò che spianò la strada al fascismo in Italia e al nazismo in Germania furono le continue deroghe ai principi della nazione, le violazioni dello Stato di diritto, il ricorso continuo a normative di emergenza e, in definitiva, a non decidere mai col consenso democratico. È in base a quell’esperienza che si ebbero conseguenze tragiche. In verità dopo il crollo del nazifascismo i tedeschi sono diventati virtuosi mentre gli italiani sono diventati non dico disonesti ma certamente amorali e aetici e i procedimenti penali, che la magistratura apre in continuazione, sono una testimonianza inequivocabile della caduta dell’etica e della morale.
Il problema più pericoloso dunque è quello della frustrazione degli onesti che si vedono compressi in una micidiale tenaglia in cui da una parte ci sono le ingiustizie (“tutti i maiali sono uguali: ma alcuni sono più uguali degli altri” è la famosa frase di George Orwell nel romanzo predittivo La fattoria degli animali) e dall’altra ci sono le cadute di senso del valore delle regole.
L’idea di una comunità che non crede nelle regole, incentrata sul valore del farsi gli ‘affari propri’ e di non ‘disturbare il manovratore’, mi sembra purtroppo più in linea con la realtà che con la fantasia.
giovedì 26 novembre 2015
Dunque è possibile. Il suq non c'è più!
Il quotidiano La Repubblica ma anche altri giornali hanno pubblicato la notizia che a Roma il Commissario prefettizio - che com'è noto sostituisce il Sindaco fino alle nuove elezioni della primavera prossima - ha firmato l’ordinanza con la quale blocca centurioni, risciò & company dall’operare in modo indiscriminato e spesso scandaloso davanti al Colosseo, infastidendo turisti e persone interessate a visitare una delle otto meraviglie del mondo. Chi trasgredisce l’ordinanza si vedrà irrogare multe da 400 euro e il sequestro dell'attrezzatura.
“In men che non si dica” e in un silenzio che fa ben sperare per il futuro il Commissario Tronca ha velocemente e opportunamente allontanato dalla zona turistica l’intero blocco del racket locale risolvendo un problema gigantesco con semplicità e chiarezza disarmante. Neanche l’ex sindaco Marino era riuscito a tanto. In pratica Tronca “ha troncato” qualsiasi tentativo di sabotare l’ordinanza.
Ci chiediamo: ma allora a Roma si può e non è vero che una maledizione divina abbia per millenni bloccato una norma di civiltà. E noi che avevamo creduto alla favoletta che non era possibile bloccare i soggetti dediti a tali attività illecite che agiscono spesso con modalità inopportune, insistenti e talvolta aggressive.
Dunque, se si vuole si può. E’ possibile cioè recuperare il “buon odore” del decoro del patrimonio artistico, storico e monumentale della città. Quindi si possono realizzare benissimo qui, nella Città Eterna, i propositi di civiltà e di educazione che l’ordinanza veicola sull’intera città. Basta volerlo. Con questo provvedimento Tronca ha spazzato via facilmente e tempestivamente l’idea che è impossibile governare Roma.
Nello stesso tempo l’amarezza che abbiamo sempre provato a vedere il Colosseo assediato da una soldataglia sgradevole diventa dolorosa e crudele nel momento in cui ci si chiede perché finora non è stato possibile? La risposta, purtroppo, dimostra che fin qui gli amministratori di Roma, tutti gli amministratori di Roma, non hanno mai voluto far diventare la Capitale una città civile ed europea. Vuol dire che i romani, che hanno votato tutti i sindaci bugiardi e menzogneri della città, non hanno mai voluto che Roma diventasse una civile capitale come le altre. Giù la maschera e vergogna a chi l’ha finora impedito. Tronca "Santo subito"!
sabato 21 novembre 2015
Analfabetismo scientifico e ingiustizia a perseguire i reati.
«Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio»? In Matteo 7-27 c’è scritto anche che: «non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati».
Attenzione. Matteo non dice che non bisogna giudicare. Le cose non stanno così. Matteo da una parte intende dire che i giudizi spesso sono di parte, parziali, inesatti, alcune volte iniqui e, quindi, inaffidabili perché fa parte dell’umano agire e dall’altra che si può benissimo giudicare a condizione che alla stessa maniera si sarà giudicati dagli altri e sicuramente con efficacia e severità. Si può non essere d’accordo con questa nostra interpretazione (fa parte della medesima natura umana) ma è necessario comprendere che i giudizi affrettati o quelli dati sotto impulsi di un forte dolore frequentemente sono inesatti, perché dettati da emozioni che annebbiano l’imparzialità di chi li esprime.
Questa lunga premessa ha lo scopo di introdurre una breve considerazione che intendiamo proporre qui in merito alla sentenza di assoluzione data ieri dalla Cassazione sulla vicenda delle responsabilità dei sette membri scienziati della Commissione rischi in ordine alle conseguenze del terremoto dell’Aquila. In poche parole, sette esperti scienziati ritennero di non allarmare la popolazione dell’Aquila nelle giornate che precedettero il terremoto. Per gli analfabeti scientifici dovevano essere condannati perché responsabili dell’evento e non aveva senso prendersela con altri.
Due sono le osservazioni che desidero proporre qui in ordine alle conseguenze di questa sentenza.
Premesso che siamo e siamo stati, fin dall'inizio, vicini al dolore dei familiari delle vittime e che ha piena legittimità la loro richiesta di risarcimento, per primi avvertiamo l’esigenza di criticare tutta quella messe di sapientoni che con una logica “da taglione” hanno gridato che i sette scienziati non erano altro che i veri responsabili e che pertanto dovevano andare in galera.
Brucia a persone come noi che hanno speso una vita a insegnare cultura scientifica ai giovani di tutta Italia nei licei nazionali che imputare - come hanno fatto tanti insensati inesperti usando una logica rozza e primitiva – alla Commissione la responsabilità di non avere previsto il terremoto equivale a un assassinio collettivo. Questo modo di ragionare equivale a scambiare uno scienziato con un astrologo e un’attività scientifica con attività divinatorie. Di fatto l’errore che si commette è associare al lavoro della scienza quello della chiromanzia e confondere il lavoro dello scienziato con quello di un chiromante, il quale con sfere di cristallo e carte da gioco avrebbe dovuto ottenere l’informazione che dopo qualche giorno sarebbe arrivato l’evento sismico.
Nel dizionario colui che non sa si chiama giustamente ignorante perché ignora, cioè non conosce, cosa significa scienza in senso galileiano e non in senso astrologico. Dunque, per fare un esempio il prof. Enzo Boschi, direttore del Centro nazionale terremoti (che si trova a Roma in Via di Vigna Murata) è uno dei migliori sismologi italiani nonché docente universitario di sismologia all’Università di Bologna, condannato insieme agli altri sei in primo grado per non aver previsto il terremoto, spacciandolo a tutti gli effetti per un mago indovino. I due procedimenti giudiziari successivi alla condanna in Primo grado (cioè dell’Appello e della Cassazione) sono stati differenti, affermando con chiarezza che ai sette non poteva essere imposta una condanna che non aveva basi giuridiche basate su prove.
La seconda considerazione che desideriamo proporre è invece il nostro punto di vista perché, a nostro parere, il passo evangelico della Bibbia di Matteo ha la sua validità nella parte che non dice esplicitamente ma che è lapalissiana della responsabilità. Se i responsabili della mancata informazione non sono stati gli scienziati su chi avrebbe dovuto cadere la responsabilità della tragedia? Anche un bimbo di pochi anni avrebbe capito che i soli responsabili sono da ricercare nei furfanti dei costruttori delle case, che se ne sono infischiati della mappa sismica prodotta da quel valente Centro nazionale di geofisica di via Vigna Murata diretto per anni dal prof. Boschi che aveva a suo tempo mappato i rischi dei terremoti nelle varie regioni d’Italia e che aveva indicato l’Abruzzo come una delle regioni più a rischio.
Orbene, il non aver voluto a suo tempo incolpare della tragedia luttuosa i costruttori può avere una sola possibile spiegazione. Quale? Che si volessero coprire i veri responsabili. Questa “razza brutta” di palazzinari sfrontati è da ricercare nei costruttori delle case dell’Aquila i quali, invece di mettere più tondini di ferro più cemento e soprattutto più ingegneria edilizia e cultura scientifica di tipo sismico nelle fondamenta delle case da loro costruite, sono stati lasciati liberi di guadagnare irresponsabilmente denari sporchi spesi probabilmente per tangenti e rimpolpare così l’immoralità e l’irresponsabilità dei loro comportamenti in cui la meridionalità inserisce valore aggiunto all’abominio di un reato gravissimo di procurata calamità. Te capì?
sabato 14 novembre 2015
Nuzzi e Fittipaldi santi subito.
Alcune decine di anni fa la sorella del parroco di un paese siciliano litigò con una sua amica che protestava per avere comprato da lei del vino sfuso adulterato. Alle rumorose proteste dell’amica, con calma olimpica, rispose : «cara signorina ‘Ntonia, nel commercio il furto non è peccato»! Orbene, mentre lei con sfrontata sicurezza rivendicata il diritto, in quanto sorella di un sacerdote, a imbrogliare la gente credulona il suo non meno sfrontato fratello, pastore della stessa chiesa dei Bertone e dei Ruini, ricordava all’Arciprete della parrocchia dello stesso paese che Egli non poteva rimanere escluso dai proventi parrocchiali di Santa Romana Chiesa Cattolica. Con parole meno sfumate, rivendicava parte del bottino che l’arciprete, suo scaltro e lucido rivale, lucrava dal patrimonio curiale della parrocchia. Per chiarire la natura delle entrate l’Arciprete, non solo utilizzava per fini personali le sostanze parrocchiali ma in quel periodo era concentrato a distrarre anche cemento, marmi e mattoni di travertino dai lavori di ristrutturazione della chiesa impiegandoli, sempre per uso privato, nella costruzione della nuova casa di famiglia. Naturalmente parlare in paese della faccenda era vietatissimo e i pochi che avevano il coraggio di protestare contro la rapina venivano tacciati di irreligiosità e miscredenza, rimanendone alla fine emarginati.
Questa vicenda ci è venuta in mente in questi giorni perché la stampa abbonda di notizie sull’ultimo scandalo del Vaticano in cui, com’è noto, si fronteggiano tra di loro due schieramenti, a favore e contro papa Francesco. Abbiamo già scritto su questo blog quanto siamo grati all’azione risanatrice e pastorale di questo papa venuto da lontano. Quello che qui desideriamo sottolineare è la sfrontatezza dello schieramento avverso al Papa che con calcolata furbizia e strategia cardinalizia sostiene l’idea della coppia di sacerdoti del paesino siciliano, che in poche parole consideravano proprietà personale i beni della parrocchia.
L’aspetto più sgradevole della vicenda vaticana è che la cordata di avversari di papa Bergoglio è formata da due formazioni che non si possono dire francescani.
La prima, che opera nell’ombra, è formata dalle gerarchie ecclesiastiche che si oppongono al rinnovamento della chiesa. Non è difficile individuarne alcuni. Certo non appartengono a coloro i quali si interessano esclusivamente di studi teologici, pastorali e missionari. Piuttosto sono da individuare in coloro che da un lato non appaiono mai in pubblico e dall’altro hanno esperienze di sostegno politico pro-berlusconiano, in cui un certo numero di anni fa fecero “il bello e il cattivo tempo”. Per individuarli basta solo elencare i posti di responsabilità ottenuti durante il pontificato di papa Wojtyla, al quale peraltro, non dispiacque la richiesta (accettata ipso facto) di “liberarlo” dai fastidiosi impegni della chiesa italiana e permettergli di concentrarsi sull’azione politica mondiale. Non dimentichiamo che quelli furono gli anni forti del papato wojtyliano che, con la sua azione politica incalzante, velocizzarono il successivo collasso del comunismo polacco prima e quello sovietico poi. Il do ut des funzionò egregiamente sul doppio fronte nazionale e internazionale, in sinergia con il berlusconismo più settario. Ricordare qui che la CEI di Ruini rimase estranea a questo processo è come affermare che Berlusconi fu veramente vittima innocente dei comunisti e della magistratura.
La seconda fazione che opera pubblicamente contro il papa - affermando paradossalmente che opera nell’interesse di Bergoglio - è formata dalla categoria contigua alla precedente e che riguarda l’informazione: la sola che manifesti insofferenza a qualunque cambiamento venga introdotto da papa Francesco.
Avete mai ascoltato o letto qualcosa di quel mondo che ruota intorno alla stampa cattolica e berlusconiana e ad alcune televisioni private? Leggete qualcosa e vi verrà il disgusto. Per non parlare poi di tutte quelle organizzazioni che ruotano intorno ai movimenti integralisti della chiesa cattolica che stanno facendo “il diavolo a quattro” proprio come si faceva nel teatro medievale quando nelle rappresentazioni uno dei personaggi era proprio il diavolo che doveva cambiarsi di abito più volte. Così si preferì far interpretare il diavolo fino a quattro attori, agghindati da diavolo in maniera differente per svolgere la loro parte in modo immediato, senza pause per il cambio di abito di scena. Questi personaggi, direttori di quotidiani cattolici e laici, fondazioni, movimenti politicamente schierati “senza se e senza ma” con il centro-destra, Bambini Gesù etc, la stanno facendo da padrone, minacciando arresti qualora si continuasse a pubblicare libri e articoli che sostengano posizioni di pulizia nelle gerarchie religiose.
Noi non abbiamo letto, né acquistato i due libri dei due giornalisti italiani che hanno denunciato truffe, menzogne e scandali della Curia vaticana. Non è la saggistica che preferiamo. Siamo tuttavia convinti che qualcosa di vero in quei libri ci sia, anche se non tutto il contenuto sarà oro colato. Pensiamo che esista sempre un momento della vita di uno Stato (v. Stato del Vaticano) in cui è necessario fare pulizia come è indispensabile che in un appartamento vetusto, dopo un certo numero di decenni, sia necessaria un'opera di ristrutturazione. Il Vaticano, purtroppo nell’ultimo millennio, non ha mai dato neanche una rinfrescatina di vernice nuova alle pareti. Forse è giunta l’ora che intervenga a farla.
Noi in questa sconcertante vicenda siamo con Trilussa, quando dice : “quanno ce vò, ce vò”. E in questo momento ci vuole un papa come Francesco che faccia pulizia degli imbrogli e degli imbroglioni che spendono vergognosamente denaro proveniente da oboli vari, che ci ricordano il trio (sacerdote, sorella del sacerdote e arciprete) del paesino siciliano. Volendo possiamo dire alle Loro Eminenze, che si oppongono al cambiamento voluto da papa Francesco, che non potranno mai più fare come fecero a suo tempo contro Galileo. Oggi, sarebbero sommersi da una sonora pernacchia, magari alla Eduardo De Filippo come nel film L’oro di Napoli diretta alle Loro principesche personalità, nella parte del Duca Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornari che pretese di passare con la sua automobile di rappresentanza per gli stretti vicoli del quartiere occupati dalle masserizie, dalle sedie, dalle poltrone e dai fornelli degli abitanti dei bassi.
