mercoledì 26 settembre 2007

Il mio quindicesimo viaggio nell'Unione Europea: Helsinki.

Helsinki (22 Settembre - 25 Settembre 2007)

Avevo previsto di andare ad Helsinki in Finlandia alla fine delle visite alle due capitali nord-europee di Stoccolma e Copenhagen. L'altra capitale scandinava, Oslo, non è mai stata in programma perchè la Norvegia non fa parte dell'UE. Mi dispiace per i simpatici norvegesi ma il mio progetto li esclude per la loro "non appartenenza" alla più grande e straordinaria avventura politica che il continente Europa abbia mai avuto dalla sua nascita fino ad ora. Avete capito che sono profondamente europeista. Credo nell'unione politica europea da quando ero un ragazzino che seguiva le scelte dei grandi padri fondatori dell'Europa: Konrad Adenauer, Robert Shuman, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Altiero Spinelli, ecc... Desidererei dire che a mio parere l'Unione Europea è un'istituzione che ha profondamente giovato agli europei e in particolar modo ai giovani di tutto il continente. Voglio dire che non è importante quello che essa ha fatto in questi anni come istituzione. E' importante il fatto stesso che essa esiste, perchè ha prodotto cambiamenti reali e concreti nel modo di pensare all'idea di nazionalità, che ora in Europa è differente rispetto a una o più generazioni fa. Il risultato è che l'Unione è ormai radicata nella coscienza delle generazioni più giovani, i quali si sentono liberi oltre le barriere della nazionalità o della lingua. Questo ha cambiato, che si voglia o meno, il contesto e il modo di pensare degli europei. Dunque, ho programmato il viaggio secondo alcune direttrici ben precise. Il periodo scelto non doveva essere invernale (troppo freddo) ma neanche troppo estivo (troppa confusione). Così ho optato per un periodo all’inizio dell'autunno. La data l’ho scelta in relazione al biglietto aereo. Partenza il 22 Settembre e ritorno il 25 Settembre 2007. Pochi giorni ma sufficienti per mettere alla prova le mie conoscenze "finniche" e vedere confermate le sensazioni che prevedevo di provare durante il viaggio. Prima direttrice. Per cominciare, un comodo e sicuro viaggio aereo con Finnair. Partenza da Roma Fiumicino alle 11.25 e arrivo a Helsinki Vantaa alle 15.45. All'aeroporto c'è il conveniente e confortevole Finnair Airport Bus che espleta la corsa di andata e ritorno tra l'aeroporto e la stazione ferroviaria della capitale finlandese in 35 minuti al prezzo di 5,50 € a corsa. Ad Helsinki mi aspettava un buon albergo come lo Scandic Simonkenttä in Simonkatu 9, che si trova nel centro della città all'intersezione tra la stessa Simonkatu con la Mannerheimvägen. Seconda direttrice. La visita ad alcuni ristoranti tipici della tradizione culinaria finnica per portare a casa il gusto, i sapori e gli odori dei piatti finlandesi. Non sono rimasto deluso. Tutt’altro. Ho potuto apprezzare delle pietanze veramente uniche nel loro genere nel famoso Ravintola Restaurant, di fronte alla Cattedrale luterana, come un bellissimo piatto di filetto di alce e uno stufato di renna veramente gustosi. La cucina del luogo si sposa benissimo con i nomi delle pietanze. La lingua finlandese ha qualcosa di magico. Nel suo raddoppiare le k o le p, ma anche le vocali a, i, u, questa lingua, detta "agglutinante", che fa parte del gruppo linguistico ugro-finnico, è al tempo stesso totalmente incomprensibile al turista italiano ma straordinariamente melodiosa e molto musicale. Spesso non mi stanco di ascoltare alcuni brani di musica folkoristica finlandese e alcune colonne sonore dei film di Aki Kaurismäki, come per esempio Serenade, Sä et kyyneltä nää, Älä Kiiruhda, Muuttuvat laulut, Valot oppure Se jokin sinulla on. Sul piano cinematografico su questo blog ho recensito, nel luglio del 2004, un bel film di un altro regista finlandese, dal titolo L'amore di Marjia, segno di una certa vitalità dell'arte cinematografica in Finlandia. Terza direttrice. Parliamo adesso del piatto forte del mio viaggio nella città del monumento a Jean Sibelius: le visite ai luoghi di interesse storico-culturale. Quattro giorni per conseguire l'obiettivo prefissato. Ci sarei riuscito? Si, ne ero certo. E così è andata. Lasciatemi esprimere tutto il mio amore per questa città che mi ha permesso di godere un piacevole ed eccitante viaggio. Lo voglio comunicare con brevi periodi, che permettano di richiamare alla mia mente alcuni aspetti della vita di Helsinki in relazione all’immagine che mi sono fatto di questa bella e interessante città fin dai tempi di quand'ero ragazzo.
Cara Helsinki. Sei una città speciale. Sei la capitale del mio quindicesimo viaggio nelle nazioni dell'UE. Helsinki, sei una città che ho sempre sognato di visitare per il forte senso di ospitalità e di tolleranza che emani in ogni luogo e in ogni momento. Helsinki, con la tua inimitabile Finlandia Talo sei la città del disgelo politico dopo la seconda guerra mondiale, la città del dialogo fra l'Est e l'Ovest, la città del Congresso CSCE del 1975, la città dello “spirito di Helsinki” che è diventato sinonimo del rispetto dei diritti umani e dei trattati. Helsinki, sei la città delle spendide Olimpiadi del 1952 con le straordinarie medaglie d'oro del leggendario Emil Zatopek e di Paavo Nurmi. Helsinki, sei la città di Aki Kaurismäki, dei suoi sorprendenti film e delle sue straordinarie musiche. Helsinki, grazie del sogno che mi hai regalato per tutti e quattro i giorni di vita speciale che mi hai fatto vivere. Felicemente. Grazie, thank you, kiitos, Helsinki.
E adesso una serie di momenti di vita turistica nella capitale finlandese.

-Visita della città in autobus, ovvero Helsinki Tour Export- 24.09.2007.

Bellissima visita della città in autobus della durata di un'ora e mezza circa. Partenza da Parco dell'Esplanade con commento registrato in molte lingue tranne l'italiano. Vicino a me un simpatico studente universitario tedesco di Monaco col quale abbiamo condiviso piacevolmente la visita. Davanti a me una coppia spagnola alla quale ho ceduto il posto che mi ha fotografato.

-Visita alla bella cattedrale luterana costruita in onore dello Zar Nicola I.

In Piazza del Senato (Senaatintori) c'è la bellissima, maestosa e bianca Tuomiokirkko. Sono stato fotografato da una simpatica turista cinese sotto il monumento allo Zar Alessandro II, che mi ha sorriso per tutto il tempo di posa. Nella foto sulla destra si vede un'amica della improvvisata fotografa.

-La camera 241 dell’albergo Scandic Simonkenttä arredata con gusto e molta praticità.

















-La via dell’albergo Scandic Simonkenttä in Simonkatu 9.

















-La via principale Mannerheimvägen.

















-Edifici raffinati e signorili nella Mannerheimvägen allo sbocco della Alexandersgaten.

















-La centralissima Aleksanterinkatu.

















-I Grandi Magazzini Stockmann in Aleksanterinkatu.

















-La bella piazza Kamppi Kampen vista dalla camera dell'albergo.






















-Uno scorcio della Kaivokatu con il museo d'Arte contemporanea Kiasma alla fine della strada, sulla destra.

















-La bella facciata della Stazione ferroviaria.

















-Due avventori locali (come usciti da un film di Aki Kaurismäki) dopo una bella bevuta nel piazzale della Stazione ferroviaria.
















-Una tavola calda in fondo a Simonkatu.
















-La piazza del mercato Kauppatori alla fine della Pohjoisesplanadi.

















-Interno della Chiesa Temppeliaukion.

















-La cattedrale vista dalla stretta Sofiankatu.

















-La Cattedrale ortodossa Uspenskij sull’isola Katajanokka.

















-Lo splendido viale Pohjoisesplanadi.

















Il biglietto della metropolitana.



















Luigi G. de Anna e la Finlandia.

Mappe e guide di viaggio.

































































































Ho preso la metropolitana solo una volta. Andata e ritorno. Ho fatto una piccola escursione per avere esperienza di questo servizio. Ottimo. Un solo neo. La lingua finlandese è veramente ostica. Si capisce molto poco e senza le indicazioni in inglese ci si trova in una vera e autentica emergenza cognitiva. Devo dire che ho avuto molte difficoltà nel fare il biglietto della Metro alle macchinette automatiche. A Pranzo ho voluto assaggiare di nuovo la cucina finnica che non è proprio leggera. Il ristorante da me scelto è Savotta, in Aleksanterinkatu. Il menù? In inglese c'era scritto "real finnish food seasoned with authentic atmosphere". Confermo. E' stato piacevole.

Mi avvio alla conclusione di questo breve diario di viaggio finnico. Spero di essere stato poco noioso, ancorchè prevedibile. Mi sarebbe piaciuto soffermarmi di più sullo scorrimento degli eventi di questi quattro giorni di piacevole e rilassante visita turistica. Probabilmente sono stato poco aristotelico nella narrazione degli eventi. Aristotele, infatti, soleva dire che un buon componimento narrativo è formato da due ingredienti principali: mettere a fuoco il tema dell'evento e drammatizzarlo traducendolo in azioni e conflitti. Io su questo punto desidererei essere chiaro. La mia vacanza ad Helsinki non è stata sfiorata da nessun conflitto, nè da un solo contrattempo; e a me non è passato per la mente di drammatizzare nulla. La ragione? Perchè la società finlandese è pressochè perfetta. Non mi stancherò mai di ripeterlo. Lo stile di vita dei popoli nordeuropei è ordinato, corretto e soprattutto serio, senza superficialità e pressappochismi. Il loro grado di civiltà altissimo. Questi sono fatti e non opinioni. Io li ammiro moltissimo. Per me il viaggio è stato interessante e piacevole. Per molti probabilmente no. La noia la possono provare coloro i quali non hanno curiosità ed entusiasmo per la cultura del luogo e, soprattutto, non hanno interessi per gli aspetti istruttivi e formativi di un viaggio che sono, in estrema sintesi, l'osservazione delle caratteristiche culturali della città e la conoscenza dei suoi tesori, nel senso più ampio del termine. Non scorderò mai questo viaggio. Ciao Helsinki. Al prossimo viaggio a Lubiana.

Elenco dei report di viaggio delle capitali europee già pubblicati.

INTRODUZIONE ALLA SEZIONE VIAGGI
AMSTERDAM Nederland
LONDRA Great Britain
PARIGI France
VIENNA Österreich
MADRID España
LISBONA Portugal
BERLINO Deutschland
PRAGAČeské Republika
DUBLINO Ireland Dublin
ATENE Ελλάς Αθήνα
STOCCOLMA Sverige
HELSINKI Suomi
LUBIANA Slovenija Ljubljana
NICOSIA Cyprus Lefkosia
LA VALLETTA Malta
SOFIA Бългaри София
BUCAREST Romania Bucureşti
BRATISLAVA Slovensko
BRUXELLES Belgio
BELGRADO Srbija Београд
OSLO Norge
ZAGABRIA Hrvatsk
TIRANA Shqipëri
MOSCAРоссийская Федерация
BIBLIOGRAFIA LETTERATURA DI VIAGGIO

mercoledì 5 settembre 2007

Il Rugby come anticalcio? Ecco come la vediamo noi.


Ieri 4 Settembre 2007, nell'imminenza dell’inizio del campionato del mondo di Rugby che si svolgerà in Francia, il quotidiano «La Repubblica» ha presentato tre ottime pagine piene di interessanti riflessioni sul Rugby. Scelta felice e indovinata. Sono dell’avviso che questo genere di articoli sui giornali a larga diffusione nazionale sono molto positivi e possono fornire apprezzabili ricadute sul movimento di questo sport. Mi interesso qui di seguito a due dei tanti aspetti presentati nel lungo articolo di Giuseppe D’Avanzo, perché ritengo importante che alcune tematiche affrontate dal bravo giornalista vengano opportunamente sottolineate non solo per l’efficacia e la lodevole carica di senso ma, soprattutto, perché riescono a dare una connotazione antropologica, storica e, in generale, culturale alla pratica di questo sport.

Cominciamo dal primo. Si tratta di ribadire con D’Avanzo il senso più profondo del messaggio etico-sportivo che questo gioco è capace di proporre. Non mi sembra retorico ricordare che questo sport è portatore di valori. E quando parlo di valori non mi riferisco ai generici ed accademici richiami al fatto che lo sport sviluppa la parte migliore dell’uomo. Questi proclami indefiniti e spesso artificiosi sono ingenerosi per gli appassionati di rugby. Il Rugby prevede la concretezza delle azioni e dei fatti e rifiuta generici richiami idealistici che poi nella realtà sono quasi sempre disattesi. Sappiamo a questo proposito quanto possa essere nocivo il calcio che è, alcune volte, portatore di disvalori e di disgraziate conseguenze che si manifestano ripetutamente con violenza e risentimento da parte dei suoi tifosi. Qui si parla invece di "aspetti valoriali" nel senso più ricco di significato, cioè nel senso di bravura, di coraggio, di ideali, di principi, di rispetto. Dunque, è urgente e necessario che si chiariscono le ragioni di questa dimensione etica del rugby, meglio se in modo culturalmente significativo, perché è importante che i cittadini sappiano i perché il Rugby è portatore di valori. Facciamo un esempio concreto e parliamo di rugby come sport emblema di forza, lealtà e correttezza. Nell'articolo di D’Avanzo si è dell'avviso che l'Italia abbia bisogno del Rugby. Proprio così: il Paese ha la necessità di conoscere il Rugby, come sport e, soprattutto, come portatore di valori. Perché? L'Autore afferma che l'Italia ha bisogno di questo sport perché i principi del Rugby consentono di guardare meglio lo stato presente del costume degli italiani e che si è persuasi del fatto che questo gioco possa migliorare l'Italia. Ha scritto proprio così: questo sport, se conosciuto e praticato, sarebbe sicuramente l'unico modo di migliorare il Paese. Non ci credete? Leggetevi l'articolo e capirete che D'Avanzo non dice stupidaggini ma profonde verità. Per esempio, a un certo punto dell’articolo afferma che: "questo sport non è svago ma cardine di formazione morale. Se ogni ragazzo conosce la vittoria e la sconfitta rafforza la sua stabilità emotiva. Si prepara al servizio sociale perché si confronta con grande impegno in un quadro di regole reciprocamente accettate. Impara a rispettare l'avversario pur volendolo sconfiggere. Si educa ad accettare serenamente e senza alibi all'esito della competizione.[...] Offre la possibilità di dimostrare forza d'animo, coraggio, capacità di sopportazione, tempra morale, etica del fair play, ecc...". Insomma, il rugby è un “portatore sano” di belle e buone cose. Veicola buoni sentimenti e propone oneste emozioni. Sentite quest'altra: "quindici uomini contro quindici, separati con nettezza dalla linea immaginaria creata dalla palla, in gara per conquistare l'area di meta e schiacciarvi l'ovale. Si conquista insieme il terreno, spanna dopo spanna. Lo si difende insieme. Non esiste Io, esiste solo Noi." E continua: "Il rugby [...] mai scava nella cloaca degli istinti o nel gorgo emotivo. Al contrario, impone controllo. Dicono che educhi ma istruisce. Dicono che dia carattere invece accultura. Postula una placenta comunitaria; un pensiero ordinato; paradigmi condivisi senza gesuitismi o imposture. Nessun odio e per riflesso nessuna paura [...] Sottende una forza spirituale prima che fisica. Esclude la mossa furbesca, la sottomissione gregaria, l'arroganza del prepotente. Aborre ogni cinismo immoralistico perché è capace di essere schietto e leale nonostante la violenza e forse proprio per quella." Ultima estrapolazione che mi sento di proporre, ma ce ne sarebbero molte altre altrettanto interessanti e similmente piacevoli: "si può immaginare qualcosa di meno italiano? Ogni passo nel rugby (valori, pratiche, comportamenti, riti) è in scandalosa contraddizione con quella specificità italiana che glorifica l'ingegno talentuoso e non il metodo. La furbizia e non la lealtà. L'inventiva e mai la preparazione. L'individualità e mai il collettivo”. ecc.. ecc..
A scrivere articoli interessanti tuttavia non c’è solo D’Avanzo. Per esempio, fra gli scrittori che si sono interessati di rugby c’è anche Alessandro Baricco, che ha scritto alcuni articoli pubblicati anch’essi nel giornale “La Repubblica”. Ecco alcuni pezzettini tolti da un suo articolo del 2000 relativo alla partita di rugby Italia-Inghilterra del torneo Six Nations.
Cominciamo con l’inizio della partita. Dice Baricco: “Dentro la pancia del teatro Flaminio, Italia-Inghilterra di rugby, dieci minuti al fischio d’inizio. Il tunnel che dagli spogliatoi porta al campo è breve. una decina di metri e poi due scale di ferro che ti portano in superficie, dove tutto è erba, pali strani e tifosi ululanti al gusto di birra. Senti qualche porta sbattere e poi li vedi arrivare. Ventidue in maglia bianca, ventidue in maglia azzurra. Non ce n’è uno che ride, che parla, niente. Sguardi fissi davanti e facce che sembrano ordigni con la miccia corta. Accesa. Lentiggini e occhi chiari montati su fisici impressionanti, frigoriferi di forma umana, orecchie smangiate, mani ridisegnate da ortopedici pazzi.[…] Oggi suonano il rugby. Musica geometrica e violenta. Gli italiani la suonano a orecchio, gli inglesi ci ballano su da generazioni. E’ una musica che ha una sua logica quasi primitiva: guadagnare terreno, guerra pura. Far indietreggiare il nemico fino a schiacciarlo contro il muro che ha alle spalle. Quando gli rubi anche l’ultimo metro di terra è meta. Un goal o un canestro da tre, al confronto, sono acqua tiepida, un giochetto di bravura per abbonati alla manicure. Una meta è campo cancellato, è scomparsa totale dell’avversario, è alluvione che azzera. Ci puoi arrivare per due strade: o la forza o la velocità. Gli italiani scelgono la prima, cercando il muro contro muro, dove il cuore moltiplica i chili per due e il coraggio trova strade impensabili tra tibie, tacchetti, colli e culi. Gli inglesi per un po’ ci stanno, si trovano sotto sette a sei. Allora fanno mente locale, si ricordano di quanto è largo il campo e iniziano a ballare. Si aprono a ventaglio, piazzano un paio di frustate sulle ali, fanno girare il pallone come una saponetta tra mani di ghiaccio. Lo score del primo tempo dice ventitre a sette per loro. Dice che la musica è la stessa per tutti, solo che noi suoniamo, loro ballano”. Adesso Baricco si sofferma su un aspetto sconosciuto negli altri sport e cioè la capacità di organizzare il gioco da parte dei giocatori che stanno perdendo e che devono recuperare se vogliono fare bella figura; ma con una squadra come quella inglese, si sa, è un’opera difficilissima. E, dunque, il capitano della squadra italiana: ”appoggia un ginocchio sull’erba, e poi si mette a urlare uno strano rap battendosi la mano sul petto, e il rap dice “qui dentro ci deve essere solo la voglia di andare DI LA’, placcare DI LA’, solo questo, correre DI LA’, spingerli DI LA’, schiacciarli DI LA’, vaccalamiseria”. Di là è il campo inglese, of course. Ci passeranno 25 minuti su 40, nel secondo tempo, gli italiani, di là. Ma alle volte non basta. Gli inglesi prendono martellate e restituiscono veroniche, e il campo sembra in salita, noi scaliamo, loro scivolano. Su tutta questa geometrica esplosione di elegante battaglia, domina l’assurdità di quel pallone ovale, geniale trovata che sdrammatizza con i suoi rimbalzi picassiani tutta la faccenda, scherzando un po’ tutti, e riportando il generale clima vagamente militare ai toni di un gioco e nient’altro. Gli ultimi secondi ce li giochiamo a un soffio dalla linea di meta inglese, buttando dentro tutti i muscoli rimasti e folate di appannata fantasia”. E adesso la conclusione, straordinario viatico in cui Baricco mette bene in evidenza il senso più profondo di questo sport, cioè che si gioca per vincere ma si gioca anche per capire chi è il più forte perchè al più forte viene sempre riconosciuto il suo coraggio e la sua bravura nel perseguire con rigore la vittoria. Ecco le sue parole: “Non ci sono altri sport così. Voglio dire, sport in cui a trenta secondi dalla fine trovi gente disposta a buttarsi di testa in una rissa per perdere 17 a 59 invece che 12 a 59. Forse il pugilato. Ma un pazzo lo si trova sempre: quindici è più difficile. I nostri quindici escono dal campo con gli inglesi che li applaudono, e sono soddisfazioni. A seguire, il terzo tempo: di solito una bella sbornia al pub, tutti insieme, vincitori e sconfitti. Ma qui è il Sei Nazioni, una cosa solenne. Quindi cena in smoking. Ammesso che esistano smoking di quelle taglie”. Credetemi, dopo queste belle parole non saprei consigliare una lettura così veritiera e salutare. Leggetela per intero: ne rimarrete affascinati.

Il secondo punto che desidero esplorare riguarda la possibilità di poter approfondire le tematiche su accennate. In genere in questi casi l’interessato o gli interessati vanno alla ricerca di una proposta bibliografica la più completa possibile per permettere loro di scegliere per approfondire ulteriori conoscenze. Il piacere della lettura, della scoperta di cose nuove, di fatti, di idee è sempre uno degli aspetti più stimolanti e ricercati da coloro che hanno il gusto della lettura. Nell’approfondimento che “La Repubblica” presenta vi è una buona bibliografia che qui ripropongo, opportunamente migliorata, sia dal punto di vista quantitativo con qualche aggiunta, sia dal punto di vista della correttezza formale. Umberto Eco, nel suo bellissimo volumetto Come si fa una tesi di laurea, dà dei consigli su come presentare una bibliografia dignitosa e, soprattutto, insegna a fare citazioni corrette e non sbagliate. Ecco di seguito quella che io suggerisco.

Bibliografia in lingua italiana sul Rugby.

1. Spiro Zavos, L'arte del rugby, Torino, Einaudi, 2007;
2. Marco Pastonesi-Enrico Pessina, Il Sei nazioni, Milano, Zelig Editore, 2007;
3. Paolo Pacitti-Francesco Volpe, Rugby 2007, L'Aquila, Associazione Italiana Rugbisti, 2007;
4. Josè Ortega Y Gasset, L'origine sportiva dello Stato, Milano, SE, 2007;
5. Luca Messina, L’anima in mischia: storie, personaggi e cifre della coppa del mondo dal 1987 al 2007, Genova, Editrice Lo Sprint, 2007;
6. Luciano Ravagnani-Pierluigi Fadda, Rugby. Storia del rugby mondiale dalle origini ad oggi, Milano, SEP Editrice, 2007;
7. Marco Pastonesi-Enrico Pessina, Il Sei nazioni, Milano, Zelig Editore, 2007;
8. Paolo Cecinelli-Andrea Lo Cicero, Il Barone, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2007;
9. Marco Tilesi-Manfredi Maria Giffone, Elogio del rugby, Roma, Castelvecchi, 2006;
10. Jonah Lomu-Warren Adler, La mia storia, Milano, Libreria dello Sport, 2006;
11. Francesca Battimani-Alfonso Borghi, Diario Italia rugby 2. Un anno di immagini, fuori e dentro i campi di rugby, Milano, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006;
12. Gregorio Catalano-Daniele Pacini, Il fango e l'orgoglio, Roma, Nutrimenti, 2005;
13. Marco Paolini, Gli album di Marco Paolini, Torino, Einaudi, 2005;
14. Flavio Pagano, Quelli che il rugby ... Un racconto ovale, Roma, Manifestolibri, 2005;
15. Lando Cosi, Piccolo grande rugby antico, 2005;
16. Alessandro Baricco, Barnum 2. Altre cronache dal grande show, Milano, Feltrinelli, 2004;
17. Franco Paludetto, Oltre la linea bianca: leggende del rugby, Milano, Libreria dello Sport, 2004;
18. Marco Pastonesi-Enrico Pessina, Il popolo del Rugby, Milano, Libreria dello Sport, 2004;
19. Marco Pastonesi, All Blacks. La storia, le partite e i campioni della squadra di rugby che tutti vogliono vedere e nessuno vuole incontrare, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2003;
20. Gaetano Paliotto-Ruggero Rizzi, Rugby please, Milano, Libreria dello Sport, 2002;
21. Eric Dunning-Norbert Elias, Sport e aggressività, Bologna, Il Mulino, 2001;
22. Resini Daniele-Catella Paolo-Ravagnani Luciano, Il tempo del rugby, Bologna, Vianello Libri, 2001;
23. Paolo Familiari, Un urlo oltre la meta, Asti, Ed. ScritturaPura, 2001;
24. Francesco Volpe-Valerio Vecchierelli, 2000 Italia in meta, Torino, GS Editrice, 2000;
25. Marco pastonesi-Enrico Pessina, Il terzo tempo, Milano, Libreria dello Sport, 1997;
26. Luigi Nespoli, Rugby, Napoli, Marotta, 1984;
27. Charles M. Schulz, Snoopy re del rugby, Milano, BUR, 1979;
28. Giuseppe Tognetti, I grandi del rugby, Bologna, Cappelli, 1976;
29. Vincenzo Fagiani-Nando Pensa, Il Rugby, Milano, De Vecchi, 1975;
30. David Storey, Il campione, Milano, Feltrinelli, 1966;
31. Armando Boscolo Anzoletti, Il rugby, Milano, Sperling & Kupfer, 1951.

Buona lettura! Ah, quasi dimenticavo. Se volete vedere la più bella meta della storia del rugby eccola di seguito. Buona visione!

sabato 1 settembre 2007

Piantine di marijuana e di uva: quale preferire?


La Signora Gloria Buffo, parlamentare della sinistra DS, l’ha detto chiaro e tondo. Ha detto che “negli anni ’70 non fumare lo spinello era come non bere un bicchiere di vino”. Questa la notizia di oggi sui giornali che commentiamo con una nostra opinione. Ci siamo. Ecco di nuovo in azione la solita tecnica politica usata dai massimalisti ex-marxisti per far passare un'idea inaccettabile come un fatto onesto, distraendo l’attenzione su un altro fatto plausibile e farlo passare come analogo al precedente. L’On. Buffo, parlamentare della sinistra sinistra, dice che fumare la marijuana a quei tempi era normale ed era come bere un bicchiere di vino. La realtà è invece completamente diversa da come cercano di far intendere i circoli massimalisti della sinistra, e i politici di quest’area confermano la tendenza alla disonestà intellettuale sostenendo il falso. In particolare negli anni ’70 - in quella società governata dalla Democrazia Cristiana - non era per niente possibile far passare come normale cose inaccettabili come fumare droga, sostenere direttamente o indirettamente il brigatismo rosso, aiutare con forme di collateralismo sindacale e politico gli appartenenti al terrorismo, ecc… Al massimo, solo agli appartenenti dei gruppuscoli del massimalismo marxista poteva sembrare normale. I nomi dei fumatori di erbe varie? Basta sfogliare l’elenco dei parlamentari della sinistra sinistra e sono tutti là, in ordine alfabetico. A noi fumare le erbe non ci è mai piaciuto. L’erba a cui più ci interessiamo noi è la cicoria (meglio se selvatica) che preferiamo mangiare, fritta in padella all’aglio e un buon bicchiere di vino rosso fatto di uva e non di intrugli e porcherie varie come quelle che prendono gli sballati della sinistra extraparlamentare nelle discoteche di ieri e di oggi. Altroché.

venerdì 31 agosto 2007

RAI una vergogna di televisione.

Il 7 Settembre 2007 inizia in Francia a Parigi il campionato mondiale di Rugby. Si tratta di un campionato mondiale per nazioni che è una delle tre più grandi attrazioni mondiali di sport più seguite nel mondo. La "Rugby World Cup" è dunque alle porte e le maggiori televisioni del mondo si sono lanciate nella programmazione delle 48 partite dell’evento che invieranno nell'etere in chiaro a tutti. Per quello che è divenuto il terzo avvenimento sportivo, dopo olimpiadi e mondiali di calcio per seguito ed importanza, è prevista un’eco planetaria.
Per l’Italia la piattaforma Sky si è assicurata i diritti in esclusiva a pagamento, nel totale e colpevole disinteresse RAI. Appunto di questo vogliamo parlare. Del fatto che la televisione nazionale, con canone e nomine dirigenziali politiche di un sistema politico incapace di proporre modelli televisivi seri ed educativi, si è colpevolmente disinteressata dell'evento. Che dire dei suoi dirigenti? Dire dilettanti è poco. Dire menefreghisti è ancora di meno. Dire che non hanno la decenza di fare delle scelte adeguate che prevedono la trasmissione di altri sport oltre al calcio è quanto di minimo di possa denunziare. Ma forse l'aspetto più grave e colpevole della questione è che questi prezzolati dirigenti rappresentano una vergogna nazionale e come tale dovrebbero essere mandati a casa. Ma nella nostra vecchia e cara Italia, dove convivono parlamentari ex-terroristi in Parlamento e giornalisti ex-portatori di borse nella RAI tutto è permesso. Anche l'ignominia di incapaci.

giovedì 30 agosto 2007



Lauree facili e compagnie aeree in crisi irreversibile.

Oggi vogliamo portare all’attenzione dei nostri lettori due questioni apparentemente non dipendenti tra di loro: le lauree fasulle rilasciate da molte Università private e le difficoltà di sopravvivenza della compagnia aerea nazionale Alitalia. Due temi interessanti da esaminare alla luce di una semplice ma importante riflessione critica. Eccola. Si tratta di due faccende maledettamente serie sul piano metodologico. Da un lato c'è la mancanza di serietà del sistema universitario italiano che permette a dei Signori, chiamati Magnifici che dirigono privatisticamente delle scuole universitarie di rilasciare titoli di studio spendibili nel lavoro. Si tratta di un grave fatto di malcostume che produce titoli inaffidabili, senza controlli, quando addirittura non si parla di vero e proprio “mercato delle lauree”. Una società moderna e giusta lo avrebbe eliminato alla radice da molto tempo. Anzi. Non lo avrebbe neanche dovuto permettere. Di chi è la colpa? Naturalmente dei Ministri dell’Università e della Ricerca scientifica che si sono succeduti nel settennato in esame, che interessa due legislature parlamentari. E chi sono stati e sono i Ministri dell’Università e della Ricerca Scientifica in questione? Due persone apparentemente di successo, importanti, che vantano una buona etichettatura politico-culturale, uno di sinistra e uno di destra. Si tratta dell'attuale Sindaco di Milano ovvero l'ineffabile Sig.ra Moratti e l’altrettanto impareggiabile Sig. Mussi. Due persone a quanto sembra disattente della politica italiana che hanno permesso e continuano a permettere, con la loro miopia politica e il loro dilettantismo, il pessimo laurificio che è riuscito a installarsi in Italia e che non ha eguali in nessuna parte del mondo civile. Perché Lor Signori non hanno mai preso provvedimenti seri ed efficaci di eliminazione totale del danno che stanno producendo al paese? Ricordiamocelo, i responsabili di questa autentica sconcezza appartengono uno alla maggioranza e l’altra all'opposizione tanto per confermare che il problema non è un problema di schieramento, quanto di “sensibilità etica” che a quanto sembra nei due soggetti non è abbondante.
E passiamo al secondo caso che riguarda l'Alitalia, le sue difficoltà economiche e gestionali e l'incapacità dell'intero sistema politico e manageriale di spegnere una macchina che divora denaro pubblico a più non posso. Mentre nelle altre città del mondo gli aeroporti di quei paesi macinano utili incredibili e migliorano sensibilmente l'immagine complessiva dell'intera nazione, oltre alla capacità di permettere forti scambi relazionali che hanno sempre ricadute positive sull'economia , in Italia si va controcorrente. Come è possibile? Anche qui di chi è la colpa? E anche qui la risposta è della politica, perché è stato da pazzi prendere la decisione di creare un hub a Milano ai danni della Capitale. Bisognava essere dei veri ingenui immaginare che l'Alitalia potesse diventare una compagnia aerea in buona salute semplicemente spostando i voli da Roma-Fiumicino a Milano-Malpensa. Piuttosto a noi sembra che questa decisione sia stata un vero regalo politico di Berlusconi alla Lega Nord del masnadiero Bossi. Probabilmente gli accordi elettorali del 2001 che hanno portato alla vittoria schiacciante del centrodestra prevedevano il contentino di sviluppare il trasporto aereo di Milano e deprimere quello di Roma per soddisfare l’ingordigia populista del Lider maximo della Lega e pubblicizzare in modo conveniente il detto Roma ladrona. Quando la politica fa questi “giochetti a perdere”, la vera sconfitta è dell’intero paese e non di una sola parte. Che grossa stupidaggine è stata questa infelice scelta. Di chi è la colpa? In questo caso del Sig. Silvio Berlusconi del centrodestra e dei Sindacati italiani di centrosinistra che hanno acconsentito senza protestare alla clamorosa gaffe politico-economica dell’ex Presidente del Consiglio di Arcore. Dunque, ancora una volta la miopia politica dei nostri amabili governanti ha portato in perdita un altro segmento di vita del paese. In verità, quasi tutti i problemi del paese sono da ricercare nella incapacità dei politici italiani di entrambi gli schieramenti di saper gestire una società dinamica e multiforme come quella italiana che è più grande di loro, che sono autentici nani del potere politico ed economico. Guai a quelle società che si fanno governare dagli incapaci. Sono condannate all'estinzione.

mercoledì 29 agosto 2007

Dio è grande ma anche la scienza e la ragione lo sono.

«Dio è grande» è una famosa massima religiosa di una delle tre grandi religioni monoteiste mentre «Dio non è grande» è il titolo di un libro. La questione che viene affrontata in questo articolo è capire se le due affermazioni possono o meno coesistere alla luce delle categorie della religione e della scienza, ovvero secondo i punti di vista della fede e della ragione. Sebbene il tema sia uno di quelli che fanno tremare le vene dei polsi noi ci proveremo sicuri, come si dice nel libro, che “Se Dio dovesse tenere tutta la Verità racchiusa nella mano destra, e nella mano sinistra solo il costante e diligente percorso verso di essa […] e mi si offrisse di scegliere, con tutta umiltà opterei per la mano sinistra”. Non siamo pertanto sicuri del risultato ma ci interessa molto provarci. Lo faremo commentando alcuni aspetti del libro di Hitchens, l'autore del libro.
Per prima cosa esiste un sottotitolo al libro che è il seguente: “Come la religione avvelena ogni cosa”. Non ci sembra un'affermazione riuscita. La religione non avvelena nulla, è il fanatismo religioso che uccide la bellezza della religione, così come non è la religione che toglie validità alla scienza, è lo scientismo che toglie autorevolezza alla scienza. Dunque, sottotitoli come quello dato dall'autore non aiutano a comprendere bene il problema della coesistenza e della differenza tra fede e ragione.
L'autore è continuamente ossessionato dall'idea di far prevalere l'evoluzionismo darwiniano ai danni del creazionismo religioso. Il problema semplicemente non si pone perché l'evoluzionismo è una teoria scientifica (che può essere valida o meno ma sempre falsificabile) mentre la tesi che il mondo sia stato creato da Dio è un dogma di fede che non può essere messo in discussione (è esente da validazione). Dunque, non c’è contesa. In verità, se i credenti da una parte e i non credenti dall'altra fossero più attenti e misurati nelle loro considerazioni potrebbero convenire che vi è coerenza in entrambe le tesi non foss'altro perchè l'una non esclude l'altra e l'altra permette anche la prima. E’ da ingenui credere nella possibilità di poter conciliare gli estremi? In matematica ciò è possibile: basta sostituire a uno spazio unidimensionale di una retta quello unidimensionale della circonferenza. E' il fanatismo delle posizioni religiose e dell’ateismo praticante che eliminano a priori la possibilità di comprensione e di ammissione delle due tesi. Noi che non siamo né estremisti religiosi, né furenti anticlericali accettiamo la ragionevolezza dei due aspetti, naturalmente con modalità e quadro metodologico differenti che tengono conto che le due posizioni non possono e non devono entrare in collisione per il semplice fatto che operano in ambiti diversi. Non ci stancheremo mai di ricordare a noi stessi prima che agli altri che ciò che uccide la ragione non è il sonno ma la veglia delirante e ciò che sacrifica la bellezza della religione e della scienza sono la profonda incapacità di certi settori oltranzisti e intransigenti che vogliono a tutti i costi interpretare la vita umana come esclusiva conseguenza degli aspetti divini della religione, o degli aspetti materialistici di uno scientismo goffo e meschino. E’ difficile trovare qualcuno all’orizzonte in grado di fare lo sforzo di intendere che i due aspetti possono benissimo coesistere a condizione di individuare lo spazio della propria esistenza e la modalità della propria spiegazione. Galileo Galilei fu uno di questi. Sappiamo come andò a finire. Da una parte l’intransigenza e l’intolleranza religiosa imposero a Galileo di abiurare e di morire prima nell’anima e poi nel corpo, lui che fu credente e scienziato e, quindi, posto nelle migliori condizioni di capire la questione e le sue più profonde implicazioni. Dall’altra parte il radicalismo e l’ortodossia anticlericale chiudono, in maniera purtroppo integrale, la possibilità di comprendere l’esigenza della spiritualità nell’uomo. Diciamo che è destino dei popoli non trovare la capacità di dialogare, di comprendere e di accettare il non punto di vista dell’altro. Sappiamo che la religione nasce dalla profonda esigenza dell’animo umano di soddisfare un bisogno fondamentale della vita che è il bisogno della propria spiritualità di affrancarsi dalle necessità riduttive della vita animale. In questo senso Religione e Scienza non riusciranno mai a trovare una sintesi adeguata a entrambi se non paradossalmente a costo di spingere in modo più estremistico il senso del loro differente ruolo e della loro innata separatezza.
Da questo punto di vista non se ne esce. Per risolvere il problema c’è una sola modalità: accentuare sempre di più il senso del simbolismo della religione e della limitatezza della scienza onde separare la sfera della loro influenza reciproca e renderli credibili anche agli altri. Per esempio, nel caso del dogma dell’Assunzione di Maria in cielo l’evento non può essere considerato spiegabile alla luce di categorie assolute proprie e dipendenti dalla propria sfera d’azione. Da una parte c’è il fatto religioso, che è un atto di fede, dogmatico, teologico che indica la natura divina della carne di Maria che non può deteriorarsi come quella degli altri essere umani perché madre di Gesù ed esente dal peccato originale. Dunque, il dogma religioso impone di credere a un fatto extraterreno, ascientifico: la dipartita di Maria comprende la carne e l’anima e questo vale solo per Lei. Bene ha detto Tertulliano quando affermò che "credo quia absurdum" (credo perchè é assurdo), cioè si deve credere a un evento insolito in virtù della sua straordinaria irragionevolezza. Dall’altra parte c’è il fatto scientifico, che è un atto della ragione, dell’evento naturale morte di un essere biochimico che può solo essere umano, dunque corruttibile e, quindi, della impossibilità dell’evento. La scienza, giustamente, lo esclude e lo dichiara inammissibile alla luce dei canoni newtoniani e galileiani. E allora? Dove sta il problema? Se si separano i due fatti, giustificandoli e interpretandoli secondo due modalità differenti di interpretazione in modo tale da chiarire una volta per tutte che essi viaggiano lungo due universi paralleli che non si possono incontrare mai, il problema non esiste. Che i due universi siano inconciliabili lo conferma persino la banale osservazione della incapacità del linguaggio di essere veicolo di comprensione e di sintesi. Generalmente accade proprio il contrario, e cioè che la diversità di linguaggio nei due ambiti alimenta l'incomprensione e genera spinte centrifughe. Che la scienza debba essere vissuta con il trauma di essere nata da una costola filosofica che richiama aspetti teologici non deve preoccupare in quanto vivere la scienza in maniera personale è un credo di fondo degli scienziati. D'altronde vivere la fede in maniera personale è anch'esso un diritto del credente. Qui non vale l'equazione "chi ama non critica e chi critica non ama". Non è possibile cioè accettare l'idea che la religione tolga la libertà di ragionare con la propria testa. Fatti salvi gli assiomi della Religione si ragiona con la propria testa e non con quella degli altri. Dunque, su alcune questioni è doveroso non adeguarsi al pensiero della propria Chiesa così come non bisogna adeguarsi al conformismo della scienza. Altrimenti non se ne esce. Da questo punto di vista è possibile far coesistere la dimensione religiosa con quella scientifica nelle persone con un forte senso della comprensione del modo di ragionare dell’altro. Einstein risolse brillantemente il problema della diversità di moto “non inerziale” e con quello analogo “gravitazionale” inventando, nella relatività generale, la categoria dell’equivalenza, qui usata non nel senso di relativismo ma, al contrario, nel significato più pieno di sintesi e unificazione. La proposta è inadeguata? Discutiamone e forse ci capiremo meglio.

martedì 28 agosto 2007

L'ennesimo e ignobile tentativo di un insolente e cinico giornalismo di parte di sminuire le responsabilità del terrorismo rosso.

Siamo alle solite. Il giornale La Repubblica torna alla carica con l'ennesimo articolo volto a scolorire le ragioni dell'antibrigatismo rosso. La ragione sembra essere il tentativo di far rientrare le nefandezze che i brigatisti fecero negli anni Settanta della nostra storia per "ragioni umanitarie". Vogliamo parlare, per esempio, di quel Walter Grecchi di autonomia operaia che a Milano, in quei terribili anni, fu fotografato con una pistola in mano nell'atto di sparare e ammazzare qualche innocente di troppo nella civile città dell'operaismo rosso? Si tratta dell'ennesima scellerata storia di un vile terrorista di sinistra che si nascose nella solita inaccettabile Francia mitterandiana, all'ombra della Torre Eiffel come dicono le cronache, per farla franca, riuscendovi brillantemente. A questo link c'è un elenco interminabile di persone coinvolte negli omicidi politici della estrema sinistra italiana. Per l'esattezza i condannati per terrorismo latitanti all’estero, secondo una stima di inizio anno, risultano essere circa 160, di cui un centinaio della vecchia sinistra extra–parlamentare. Stiamo parlando di maestri di terrorismo e di vigliaccheria che hanno avuto "in allergia" la legalità e che hanno dato vita o preso parte a folli gruppi criminali quali Brigate Rosse, Prima Linea, Proletari Armati per il Comunismo, Potere Operaio e altri. Per curiosità la maggioranza di loro risiede in Francia. Numerosi sono sparsi tra Nicaragua, Argentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria, Centro-Africa e nelle isole sperdute del Centro-America e dell'Oceania. E' incredibile come fiocchino gli articoli melodrammatici su questo giornale che fingono di evidenziare ragioni buoniste per fare dimenticare le sofferenze che questo genere di canaglie provocarono a degli innocenti. C'è tutta una serie di articoli nel tempo che inducono a credere che il giornale della sinistra italiana sia la *centrale* operativa di tutta questa serie di operazioni di ripulitura politica, a nostro giudizio, scandalose. Ne vogliamo parlare? Come mai da nessuna parte si è messo in evidenza questo fatto? Noi siamo decisamente contro i sostenitori delle cancellazioni delle brutalità di un terrorismo vile e vigliacco di matrice marxista. Riteniamo disonesta qualunque operazione che sul piano intellettuale oltre che politico cerca di produrre un vero e proprio lavaggio della memoria. Una sola cosa diciamo: vergogna! Non si possono cancellare le sofferenze patite dalle centinaia di famiglie che hanno dovuto sacrificare ciò che più hanno avuto di caro nella loro esistenza: la vita dei loro familiari che, guarda caso, sono stati sempre integerrimi e onesti uomini dello Stato, poliziotti, carabinieri, magistrati, giornalisti, dirigenti di aziende private e in generale fior di Signori. A costoro, straordinarie figure di coraggio e di onestà, il giornale La Repubblica dà uno schiaffo in viso nascondendo la mano dietro pacchiani tentativi di smorzare le responsabilità che i terroristi milanesi hanno avuto in questa triste vicenda. Di nuovo vergogna.

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