domenica 27 giugno 2010

Quando l’interesse prevale sull’amore.

Il matrimonio è una cosa seria e, soprattutto, non è un contratto di natura economica e finanziaria. Alla base di tutto ci dovrebbe essere il rispetto e la grandezza d'animo. Noi pensiamo che il rapporto di coppia non possa essere condizionato e snaturato da interessi di bottega, altrimenti non è matrimonio. E’ altro. Ci rendiamo conto che in una società relativista e materialista come quella attuale, in cui gli interessi relativi al “Dio Denaro” prevalgono su quelli morali ed etici, potrà sembrare provocatorio scrivere che l’idea giusta di matrimonio sia quella di marito e moglie legati da valori e ideali di altruismo e generosità, validi per sempre, fino a che morte non li separi. Cos'altro aggiungere se ormai tutto è rivoluzionato in negativo e anche il matrimonio viene visto come un normalissimo contratto giuridico, come quello che si stipula fra due pastori a proposito dell’uso di una mucca per un certo numero di anni con la sola condizione che deve produrre più di un certo numero di litri di latte al giorno? A nostro parere è totalmente sbagliato scegliere un contratto di matrimonio fra marito e moglie che preveda separazione di beni a favore del più ricco e ai danni del più povero. Che razza di contratto matrimoniale può essere quello che prevede la separazione dei beni, quando dovrebbe esserci la comunione dell’amore e degli affetti? Questa “cosa” della separazione dei beni noi non l’abbiamo mai compresa e la rifiutiamo. Il matrimonio deve essere unico, con comunione dei beni. La "separazione" fa scadere il vincolo in un fatto di mero interesse. E poi, non sta bene che tutti appaiano uguali quando non lo sono. Non è vero che tutti sono uguali. Chi ha scelto la comunione non è uguale a uno che ha scelto la separazione. Non sta bene che due innamorati si sposino e che tra un bacetto e l’altro l’uno ricordi all’altro che la casa degli zii dell’uno è sua mentre la catapecchia dello zio dell’altro è dell’altro. Ci ricorda la massima degli ipocriti cattolici che dice che “rubare è peccato, ma non nel commercio”. Sta di fatto che allo stato attuale è possibile prevedere, all’atto di sposarsi, il regime di separazione o di comunione dei beni nella coppia. Complimenti a chi sceglie la separazione. Vuol dire che se il matrimonio non funzionerà ci si tutelerà in anticipo dei propri beni permettendo la felicità materiale dei due innamorati a causa del ritrovamento intatto del “gruzzolo”. Ma vi pare possibile una bassezza del genere? Come può partire e mantenersi bene nel tempo un vincolo matrimoniale quando si dice che la casa, i terreni e i titoli di stato in banca sono miei e devono rimanere miei anche se dovessimo separarci? La stranezza ci è apparsa in modo ridicolo quando ci è stato presentato l’elenco dei condomini di un condominio che ha ben 155 unità immobiliari su 156 senza la doppia intestazione di marito e moglie, ma quella di uno solo dei coniugi. In altre parole, i proprietari della totalità degli appartamenti sono solo uno dei due coniugi. Come dire che c’è la conferma del regime di separazione dei beni a livelli di “fobia egoistica”. La statistica ci ha meravigliati e preoccupati. Possibile che si sia trattato di un solo caso su 156? Siamo a meno dell’ 1%! Che dire di tutto questo? Premesso che in democrazia tutto quanto non collide con la legge è da accettare, nessuno si sogna di imporre agli altri i propri convincimenti. Che tutti possano scegliere il regime che vogliono è un fatto indiscutibile. Non è questo quello che ci preoccupa. Che la gente scelga uno o l’altro dei due regimi fiscali a noi non interessa un fico secco. Tuttavia, dal punto di vista sociale, morale e statistico non possiamo non rimarcare tutto il nostro stupore per le “fondamenta” affettive e d’amore che stanno alla base delle unioni di molte persone che hanno scelto il regime si separazione dei beni. Quello che vogliamo stigmatizzare è che tutti vanno a messa la domenica e tutti si professano cattolici, animati da intenti altruistici e caritatevoli rendendo concreto l’insegnamento di Cristo di dare agli altri parte di quello che si possiede. Che colossale ipocrisia! In più lo Stato consente la reversibilità della pensione da un coniuge all’altro nonostante il motto: “ciò che ho è mio e ciò che hai è tuo”. Come dire chi più ne ha, più ne risparmi per se stesso. E poi ci dicono che l’anima è al di sopra del corpo! Bravi, continuate così che la “società della Jungla” è ormai vicina. Apices juris non sunt jura.

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